“L’amore, il dolore, il Mito: Dante Maffìa e Ibico, cantori di Reggio Calabria”, di Carmen Moscariello

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Forse un giorno Rhegion, proprio accanto al monumento eretto per Ibico, ne farà scolpire uno uguale, per eleganza e lucentezza, dedicato al poeta Dante Maffìa, e tanti altri poeti, fra mille e cento anni, ancora ricorderanno il suo ardore, il suo amore per Reggio Calabria, il suo andare e venire dal fascino di una terra dalla quale mai si è separato. Anche Maffìa partì per il Mondo, come Ibico che lasciò Rhegion e si recò nella bella e luminosa Samos con il suo mare di scogli e le sue solitarie casette basse, tutte colorate d’azzurro, con i suoi pescatori ubriachi di ouzo, storditi fin dal mattino, sempre in cerca d’amori, e il suo bosco di pini che, subito alle spalle del mare, quasi si protrae fino alla riva e avvolge a mo’ di corona il tempio di Era, a proteggere i suoi odorosi vigneti che portano fresca ombra all’isola. Come Ibico scelse Samos, un luogo identico per bellezza e fascino alla sua terra natia, così Maffìa, ogni volta come astronauta e “cartonauta” di lungo corso, ridisegna dal mare e dal cielo, ovunque si trovi, ogni via, ogni monumento, ogni ricordo dei suoi luoghi, e con essi l’archetipo del suo dolore (per millenni ho attraversato / i deserti più infami): in una mescolanza d’azzurro e grigio si mesce da un’anfora il nettare degli dei e uno strano veleno che è il miracolo del suo vigore, da cui gli è nato il coraggio di essere quello che è, senza infingimenti né bugie.

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Dante Maffìa

I suoi sono “poemetti polimetri” in cui “si intrecciano e s’amalgamano interessi analitici e tensioni discorsive in un contesto immaginoso ed epico a un tempo. Il poeta trasmigra incessantemente col suo io da un presente in primo piano a un passato di sogni perduti, da un contesto di cultura moderna a una fascinazione mitica. Il risultato è sempre di cristallina chiarezza”: queste precise parole di Luigi Reina, scritte nel 1986, credo valgano tutte a confermare una poetica ampia e fascinosa che anima tuttora le sue recenti opere, vedi per esempio “Ritorno a Reggio” (Città del Sole Edizioni, 2019). La sua casa, gli abitanti del suo cuore di allora e di ora, il cielo e il mare della Calabria, l’amore per questi spazi abitati dagli dei dell’Olimpo non sono solo ricordi, ma sono il mito, qualcosa di eterno che appartiene e apparterrà a tutti nei secoli. Un amore vero, come si può amare un grande amore, è riservato a Reggio, una signora-donna; a lei è dedicato un canzoniere tra i più belli della letteratura passata e presente, un amalgamarsi della scuola pitagorica-lirica con il Dolce Stilnovo, con le sfumature della poesia di ogni tempo, un crater che contiene il fascino di molte lingue, di una storia di dee e di donne: la dea Artemide, la fata Morgana, il miti di Eros e Afrodite, a cui si stringono le storie vissute ieri, con quel miracolo che gli dei hanno voluto facendo nascere Reggio. Il canto è spiegato, ma si sublima non in qualcosa di astratto e puramente lirico, in una serenata cantata con l’ibicino, lo strumento musicale inventato da Ibico, tutt’altro: in questo canto ci sono tutti gli amori, tutte le tenerezze che il poeta ha donato alle donne amate nella sua vita. C’è troppo eros per pensare che l’inno all’amore sia soltanto un senso unico. Se così lo interpretassimo toglieremmo stupore alla sua poesia; la passione che infiamma i versi è determinante alla loro grandezza e unicità: Se fosse possibile assaporare / ogni parte del tuo corpo, / sentire fremere gli usignoli di Venere. Perciò avvicinandolo a Ibico, che Cicerone considerava un poeta dell’amore erotico, vogliamo dire che il transfer che il poeta applica nel suo teagenico lirismo per Reggio, nutrito di purezza di sogno, vive un attraversamento erotico persistente. Ha qualcosa di miracoloso. Leggendo attentamente si provano sensazioni quasi febbrili, poiché queste scritture sono ninfee di azalee di una laguna immensa che parte dal VI secolo, dalle grandezze imperiture della Magna Grecia per arrivare fino a noi (“Omaggio a Umberto Saba”). Sul piano del sentire si avverte un languore di odori di ginestre, di fondali marini, di bronzi di Riace, tutto un universo assorbito dalla poesia che testimonia il mare immenso dell’anima.

Nell’esaltazione del miracolo che gli dei hanno fatto regalandoci Reggio (Anche a me, caro Borges, sembra una bugia / che Reggio Calabria sia cominciata: / la guardo e mi sembra eterna. / Come lo Spazio, come il Tempo e l’Aria), il poeta testimonia un cordone ombelicale che mai è stato tagliato: non solo quello del mito e della bellezza, ma anche quello del dolore che non conosce sponde, non si annega in mari diversi, quasi che esso sia divenuto costituzionale al poeta e alla sua poesia, ma anche ai luoghi della sua infanzia. Dunque Reggio è amore, essa non è il ricordo della sofferenza, ma il dolore vivo, intatto, che alimenta questa grande poesia che è il racconto della vita del poeta, ma anche di Reggio città che ha sofferto in ogni tempo: Quel giorno ero nel mare a contemplare / i sussulti e le intermittenze dei colori / che si scambiano carezze / con parole sognanti e ardori di cicale… Ci fu all’improvviso il buio / lo scardinamento delle forme / l’eclissarsi della geometria, / l’inabissarsi d’ogni senso e ragione / il guasto senza tregua, il caos divenuto imperatore. / L’inferno in pieno assetto di guerra. Quindi, le strutture sono molteplici: ci sono le silenziose sere e le albe dell’Olimpo, alle quali il poeta geneticamente appartiene; ci sono una madre e un figlio che sono la mappa di una sorte difficile, dove l’infingarda presenza della morte ha avuto un ruolo troppo forte; c’è la distruzione di una parte della Calabria, vedi il terremoto a Reggio del 1908; c’è il refrigerio del mare e la coscienza di avere in sé la Bellezza, di esserne portatore (I bronzi saranno al mio fianco, / un po’ dispiaciuti per la mia accecante bellezza); ci sono gli spettri della paura e, comunque, il rimanere divini di fronte al male: poi fu la guerra e la rincorsa, / poi le perdite infinite. / I poeti arrancavano sulla moltiplicazione della morte. / Da questo accomunamento nacque la Poesia. / I primi bagliori della parola mi ridestarono, / ti riconosco Reggio, / riconosco la voce che arriva / da millenni distratti, / da concupiscenze altere, / dai fondali di una storia / d’eterni arcobaleni che hanno saputo intrecciare / leggenda e storia. Così i versi di Maffìa hanno le stesse stratificazioni di Rhegion, la sua poesia si nutre di miti, di abbandoni, di sogni, di sfide, della profondità del mare, di ferite sempre aperte, di un cuore immortale che prende per mano la sua vita e quella del mondo, quasi che questo fosse un bambino: lo lava e gli ridà rigore per salvarlo dal caos.

La scrittura si pone come una telecamera che zooma senza sosta sui luoghi dell’anima e i luoghi della città, ogni sasso, ogni pietra, tutti i granelli di quella sabbia sono l’eredità preziosa del poeta: i marenghi d’oro che la città gli ha donato li ha coccolati, li ha moltiplicati, sono diventati granelli sacri di un rosario, facendo della parola una forza di riscatto non solo per se stesso, ma soprattutto per Reggio e i suoi abitanti. Oggi la città è amata e conosciuta, compreso il suo dialetto, solo grazie alla Poesia di Maffìa, non c’è altro cantore. Egli è come Omero fu per Troia e i suoi eroi. Calamitati da un pianeta misterioso sono il mito, il mare, la morte, i versi, il silenzio: è una processione corale, sono canti corali come quelli di Ibico, o meglio quelli di Orfeo, che ammaliano, che colorano il dolore con vesti rosse di seta, con altari senza madonne, sciamano che viaggia tra la forza della vita e il conforto dei suoi morti. Una passione che conosce uno strano intreccio, una volontà di seguire certi percorsi nella speranza di incontrare la sua Euridice. L’Euridice dei versi di Maffìa è una donna che ha occhi gentili, mani generose, semplicità di cuore, parole di miele, balsamo per le sue paure: Rosina, sua madre, che nel tempo ha occupato spazi di cui nemmeno il poeta si rende conto fino in fondo, quanto estesi e profondi. Unico faro, caro Baudelaire, / il caminetto della vecchia casa / al mio paese. Mia madre accende / buttando olio ai ceppi. È una vampata / che distrugge e subito ricrea / verità insolenti, cumoli indistinti / e folli pause di consunta luce. / Mia madre soffia gemono i lari. / S’apre la vita a netti orizzonti / blu rossi vividi. La mia porzione / la divoro intera: neutra canzone / senza fine e principio. È lei che la mattina gli parla, lo mette in guardia, lo informa sul tempo. Sa che suo figlio è “particolare”, è un genio che può destare invidia, la sera lo abbraccia, lo consola, cura con unguenti preziosi e profumati le sue ferite. Rosina che dorme da anni tra gli ulivi e il mare, / non ha voluto aspettare / una nipote, una nipotina. / Se n’è andata in sordina / con un lungo sospiroRosina era giuliva / capiva i miei umori / mi raccontava della sua fanciullezza / …Rosina sempre seduta / sfogliava anche lei il libro dei morti. C’è un “pezzo” di vita che Maffia con la sua ostinazione, col suo ardore vuole recuperare, vorrebbe che le cose tornassero a posto e che gli scalini della sua casa fossero ben piantati, che non ci fossero inciampi, anche nella luce egli è “in cerca d’ombre”. A volte accostandoci ai suoi versi sembra di leggere nel fuoco di Prometeo quella promessa che acceca, quel patto che il poeta ha fatto con Dio: pretende che la sua fetta di cielo non sia offuscata o si perda come un delfino nei ghirigori delle onde, negli arcobaleni della parola, nello stridere “eroico” delle cicale. L’infanzia di Reggio è anche la sua: nel trionfo della deità dei bronzi di Riace c’è l’immane potenza dei suoi versi, l’accorato ascolto delle profondità del mare, c’è la sua Poesia che corteggia Reggio e la consegna al mondo, la rende immortale.

Carmen Moscariello

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