“L’Italia di Dante – Viaggio nel paese della Commedia”, di Giulio Ferroni, letto da Dante Maffìa

ferroni

Non si dovrebbe fare, citare se stesso, ma io lo faccio, tanto c’è sempre qualcuno che recrimina o non è d’accordo sulle azioni e sulle idee degli altri. Io lo faccio con buona ragione, e chi vuol parlare parli. Ho pubblicato molti libri ispirandomi ai luoghi (un’antologia poetica su Lucca, una sull’Alto Jonio, “Poesie alla Calabria”, e testi miei che portano titoli come “Passeggiate romane”, “Poesie Torinesi”, “Diario Andaluz”, “Ritorno a Reggio”, “Viaggio a Francoforte”, “Profumo di Murgia”, “Craiova”, “Matera e una donna”, ”Haiti”, “Vorrei morire a Matera”, “I Sassi”) con la convinzione che la conformazione, la storia, l’ubicazione e la cultura delle città siano il lievito necessario al poeta per esprimere il meglio di sé. Per carità, non sempre direttamente, ma credo che la poesia di Mario Luzi senza Firenze sullo sfondo, quella di Alfonso Gatto senza Salerno che la illumina, quella di Giorgio Caproni senza Livorno o quella di Corrado Alvaro senza l’Aspromonte non avrebbero lo stesso sapore che si fa sentire, la stessa posa, il medesimo fiato.

I Luoghi contano moltissimo, perché sono le prime forme che entrano nella psiche o nell’immaginario, i primi rapporti con la consuetudine delle prime passeggiate con la madre, tanto che molto spesso la città natale si sostituisce alla madre. Ovviamente ci sono anche le città adottate, i luoghi che entrano violentemente nell’anima del poeta e trovano accoglienza e legittimità fino a diventare sangue del proprio sangue anche se non si sono mai incontrati fisicamente, come è accaduto giusto a Dante. Naturalmente tutto ciò si legittima e diventa credibile e affascinante se la statura del poeta assorbe le atmosfere e le fa proprie, se coglie a volo cifre e colori che diventano voce genuina. In questo senso esiste una grande tradizione della poesia tedesca che ha trovato sempre ispirazione per esempio nei luoghi dell’archeologia italiana. Non sarà stato proprio lo sguardo che alcuni poeti hanno sparso su Siena o Venezia, su Palermo o Roma, o non saranno state le opere di alcuni studiosi (che gli amanuensi ligi al potere continuano a citare come critici minori, ossia di seconda mano) come Aleardo Sacchetto o come Pasquale Tellini (il primo autore di “Con Dante attraverso le terre d’Italia”, del 1954, e il secondo autore di “Città, paesi e popoli nella Commedia di Dante”, del 2015) a suggerire a Giulio Ferroni l’idea di scrivere un libro intitolato L’Italia di Dante – Viaggio nel paese della Commedia (La Nave di Teseo-Baldini e Castoldi, 2019, pp. 1126, Euro 30)?

Comunque sia è un’idea vincente, una di quelle proposte che incuriosiscono subito e fanno sentire immediatamente d’essere turisti privilegiati, turisti della poesia, con la più eccelsa, la più straordinaria e coinvolgente guida che si possa immaginare. Certo, un’opera simile, documentata al millesimo, la poteva scrivere soltanto un critico della portata di Ferroni che ha la capacità non solo d’indagare a fondo gli argomenti trattati, ma anche di saper guardare all’insieme dentro un’opera, per coglierne quelle valenze che non sono marginali quando un Alighieri ferma la sua attenzione per focalizzare momenti in cui l’architetto poeta disegna con mano ferma le strade e l’essenza d’un percorso. Ferroni si è messo a viaggiare con Dante, sì, a compiere proprio un “viaggio dantesco” per attuare un confronto “con la letteratura come totalità” e scoprire “le vere ragioni della grande letteratura”. Sono parole sue tratte dall’Introduzione e la dicono lunga su un’operazione che, uscendo dal solito seminato filologico e storico, finalmente utilizza gli “incontri” danteschi nel loro fascino movimentando le emozioni più profonde. Giulio Ferroni ci mette dinanzi a una sorta di magia che sottolinea il viaggiare di Dante e lo riporta a una concretezza sbalorditiva. Sottolineo al lettore ciò che il critico afferma sulla geografia e sulla precarietà e povertà di certo mondo attuale della letteratura. Comunque, al di là d’ogni considerazione che vede Ferroni come l’interprete che credo Dante abbia sempre desiderato (insieme a Giovanni Papini e a Osip Mandel’stam), possiamo affermare che adesso è facile mettersi in fila e seguire l’itinerario offerto: in esso troviamo il nitore di scoperte davvero straordinarie e troviamo “accoglienza”. Come se Dante avesse voluto conservare delle icone intatte sapendo che purtroppo il tempo le avrebbe sciupate.

Non capita spesso d’essere affascinati da un libro, ma questo “romanzo” di Giulio Ferroni ha qualcosa che trascina, che svela, che promette e non delude, anzi accende maggiormente l’interesse perché ci fa intendere la qualità della vera e alta poesia e ce la fa toccare con mano, facendoci sentire davvero “ad ora ad ora come l’uom s’eterna”.

Dante Maffìa

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