Maurice Blanchot: Franz Kafka, la salvezza attraverso la letteratura

kafka

“La mia incapacità di pensare, di osservare, di rilevare, di ricordare, di parlare, di fare esperienze insieme con gli altri, aumenta sempre più, devo confessare che divento di sasso… Se non mi salvo con lavoro, sono perduto” (F. Kafka, 28 luglio 1914). Ma perché un lavoro potrebbe salvarlo? Sembra che Kafka abbia riconosciuto proprio in questo terribile stato di dissolvimento di se stesso, in cui è perduto per gli altri e per sé, il centro di gravità della esigenza di scrivere. Là dove si sente distrutto fino in fondo nasce la profondità che sostituisce alla distruzione la possibilità della più grande creazione. Rovesciamento meraviglioso, speranza sempre uguale alla più grande disperazione: e si comprende come, da questa esperienza, egli tragga un moto di fiducia che non metterà in discussione volentieri. Il lavoro diventa allora, soprattutto nei suoi anni giovanili, come un mezzo di salvezza psicologica (non ancora spirituale), lo sforzo di una creazione “che possa essere legata parola per parola alla sua vita, che egli attrae a sé affinché essa lo tragga fuori da lui stesso”, ciò che egli esprime nel modo più ingenuo e più forte in questi termini: “Oggi ho un grande desiderio di trarre completamente fuori di me, scrivendo, tutto il mio stato ansioso, e, così come viene dalla profondità, di introdurlo nella profondità della carta, o di metterlo per iscritto, in modo tale da poter introdurre interamente in me la cosa scritta” (8 dicembre 1911).

Per quanto cupa possa diventare, questa speranza non si smentirà mai totalmente, e si troveranno sempre a tutte le epoche, nel suo “Diario”, note di questo genere: “La fermezza che mi apporta la più piccola scrittura è indubitabile e meravigliosa. Lo sguardo col quale ieri durante la passeggiata abbracciavo tutto in una sola visione!” (27 novembre 1913). Scrivere non è in quel momento un richiamo, l’attesa della grazia o un oscuro adempimento profetico, ma qualcosa di più semplice, di più immediatamente urgente: la speranza di non sprofondare o più esattamente di sprofondare più presto di se stesso e così riprendersi all’ultimo momento. Dovere più incalzante dunque di qualsiasi altro, e che lo porta a scrivere il 31 luglio 1914 queste parole notevoli: “Non ho tempo. È la mobilitazione generale. K. e P. sono richiamati. Ora ricevo il salario della solitudine. È nonostante tutto appena un salario. La solitudine non porta che castighi. Non importa, io sono poco toccato da questa miseria e più risoluto che mai… Scriverò a dispetto di tutto, a qualsiasi prezzo: è la mia lotta per la sopravvivenza”.

Maurice Blanchot
(da Lo spazio letterario, Einaudi 1967)

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Un pensiero riguardo “Maurice Blanchot: Franz Kafka, la salvezza attraverso la letteratura

  1. Questa immagine del bisogno di farsi parola attraverso la sua introduzione, come una sorta di digestione. Trasformandola. Beh, è una bellissima immagine.

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