“Quel che affidiamo al vento”, di Laura Imai Messina, letto da Dante Maffìa

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Un immenso giardino si apre sul fianco della Montagna della Balena. Nome che crea subito suggestioni fantastiche. Ve la figurate una balena che possiede una montagna? Il giardino si chiama Bell Gardia e nel suo centro è installato un telefono dentro una cabina. Non è un telefono collegato, è una metafora della speranza che troneggia e si affida ai capricci del vento, alle sue furie e alle sue carezze, al volteggiare che spesso pacatamente porta, a chi mette all’orecchio l’apparecchio, le voci dei morti. Chi entra in quella cabina ha la facoltà di poter scambiare due chiacchiere con le persone perdute, forse ripristinare un colloquio d’amore non concluso, un dialogo rimasto sospeso. La favola subito campeggia e s’impone nell’immaginario collettivo; il bisogno di rincorrere il senso della vita nel ricordo, di acciuffare le coordinate dell’amore affascina e crea un’aspettativa che ha molto a che vedere con il mito della Pizia, col mondo greco antico che vide spesso scorrere sullo stesso piano vita e morte, futuro e passato, colpa e redenzione.

Si avverte subito, già dalle prime pagine di questo romanzo (Quel che affidiamo al vento, Milano, Piemme, 2020), che Laura Imai Messina ha saputo unire la sapienza del cuore con la sapienza della cultura e anche molte situazioni del mondo occidentale con quelle orientali. Perfino voci di scrittori che, polverizzati e assommati alla propria identità, valgano per tutti Kobo Abe, Natusme Soseki e Yasunari Kawabata, le hanno suggerito il passo pacato, le dolcezza delle descrizioni, la finezza dei colloqui e della introspezione di Yui, la protagonista principale del romanzo. La storia d’amore che nasce tra Yui e Takeshi mi ha ricordato alcune pagine immortali di “Bellezza e tristezza”, anche se Laura Imai Messina non scende mai a patti con la malinconia che aggrava le ore e le rende ombre impalpabili; nel mondo di Yui conta la realtà del quotidiano che con accenni ben calibrati la scrittrice ci fa vivere nei particolari non trascurando, che so, quando e come asciugare la biancheria lavata. Voglio dire che la leggenda del telefono che permette di parlare coi morti non acceca e non cancella il pullulare della vita ed è per questo che Yui sente il bisogno – non è casuale che non entra mai nella cabina e mai telefona, ma resta attorno e ne respira la magia – di appartenere al luogo, di renderlo simile alla sua anima, com’era giusto che accadesse per ognuno.

Quando telefonarono a Suzuki-san per riferirglielo, il guardiano fu sollevato. Non si vedeva a Bill Gardia già da qualche anno, ma chiaramente aveva trovato il proprio modo di parlare col figlio. In fondo era quanto ci si augurava per tutti, che un posto dove curare il dolore e rimarginarsi la vita ognuno se lo fabbricasse da sé, in un luogo che ognuno individuava diverso”.

Le pagine finali del libro diventano una sinfonia sull’amore tratteggiato senza vaghezze, miracolosamente sorto nel cuore per incontrare la gioia. Hana è la figlia di Takeshi, non la sua, la sua è ombra lontana, sussurro che sta dentro di lei, non potrà mai sostituirla. Ma l’amore non pretende cancellazioni, semmai somme, aggiunte, e perciò quel “gioco delle differenze applicato da Yui a Hana e a sua figlia” è la luce che spiega le ragioni intime della crescita del cuore e dispiega il vento dell’amore in ogni direzione. “Chiunque abbia vissuto un grande lutto, si domanda a un certo punto cosa sia più difficile tra l’imparare e il disimparare. Un tempo Yui non avrebbe saputo dirlo, ma adesso avrebbe risposto sicura che era il secondo, che era il disimparare a creare più resistenza”. Ma il disimparare di Yui è una tela sottile che ha bisogno di perdere un piccolo nodo ogni giorno per ritrovare lo sguardo limpido e semplice sul mondo. Già, “l’amore è come la terapia, funziona solo quando ci credi”.

Dante Maffia

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