Dante Maffìa: considerazioni su “L’infinito” di Giacomo Leopardi

leopardi

Quando io andavo a scuola i professori obbligavano a imparare a memoria le poesie che venivano studiate. Un’abitudine, un vezzo, il credere che servisse ad allenare la memoria. Per me era facile, non facevo nessuno sforzo, era stato così per Omero ed Esiodo, per Orazio, Lucrezio e Claudiano, per Dante, Petrarca, Pulci, Boiardo, Marino, D’Artale e perfino per Alfieri e Parini, per “A Silvia”, “Le ricordanze”, “Il sabato del villaggio”, “Canto notturno d’un pastore errante dell’Asia” e per “Il primo amore” di Leopardi. Ma non per “L’infinito”. L’”infinito” si presentava alla mia memoria come una nuvola troppo carica di sfumature e mi suggeriva ogni volta variazioni di note. Era, insomma, una sorta di sinfonia che “pretendeva” di attuarsi di volta in volta, che pretendeva la “partecipazione” al farsi. Dunque un Leopardi aperto, teso al consenso del lettore, perfino all’umore del lettore. Quasi per ogni verso cambiavo una parola. Quindici endecasillabi metamorfosanti, quindici e quindi oltre il sonetto (una domanda che mi sono sempre fatto è come mai un petrarchesco come Leopardi non adopera il sonetto), che non riuscivo ad addomesticare secondo il solito criterio dell’appropriazione tradizionale. Un Leopardi “liquido”, direbbe Baumann, interprete di ragioni metafisiche non coagulabili, fuori dalle catalogazioni dei dizionari che stabiliscono che l’infinito sia illimitato, immenso, incircoscritto, incommensurabile, smisurato… Ma non era il concetto d’infinito che non percepivo, avevo contezza di ciò che significa in filosofia e anche in matematica e perfino nelle esplicitazioni riguardanti Dio, quindi infinito come perfezione… però in Leopardi sentivo altro, non so se una dissonanza, una divergenza, una necessità di trasfondere il perdurare di questa terra di nessuno in qualcosa di vivo, di concreto.

Non c’è migliore maniera di entrare nel vivo, nel palpito e nella sostanza di un testo, suggeriva Manara Valgimigli, che tradurlo; si è costretti in questo caso a vivisezionare il senso d’ogni sillaba, sicuramente, ma, in poesia, anche l’alone e il mistero che vi stanno attorno e che sono essenziali se non si vuole ridurre il tutto a prosa. Certo, se fossi stato in grado di traghettare i versi di Leopardi in sanscrito ne avrei avvertito anche le scaturigini e il vento segreto che li aveva forgiati, ma, come suggeriva Cicerone, uno dei primissimi a muovere le acque verso il tradurre, meglio servirsi della lingua bevuta col latte materno. Nel mio caso il rosetano (uno degli oltre quattrocento dialetti calabresi).

A schèghe sènza scagùne
L’infinito

Stu cullazzon’è stète sèmpe dùce,
com’è stète sta chiànt’arramagliète
ca cancèlled’u mùnn’e chiùde l’ùcchie.
Ma m’assècch’e me gòde tànte lùnghe
spàzzie cchiù allè e lùntène du mùnne
u cìtte nzerrète, e la quièta mòrte
jì ntu penzìre ma fàzze; pe nu pìcchie
u còre pèrde sìnze. E com’u vìnte
sìnt’u sciaqquariè nti chiànte, jì quìllu
cìtte sènza chegòre a quìssa vòce
vèghe mesurànne: e s’affàcced’u nnùrre,
e tùtt’i cùnte mùrte, e quìll’i mòne
e vìve, e u sùne sùje. Te’, nta quìsse
u revùte se nechèd’u penzìre:
e sc’cattariè jè dùce nta stu mère.

Avevo tradotto, con molta facilità, nello stesso dialetto, la parabola del figliol prodigo, alcuni Canti della “Commedia”, alcuni sonetti di Shakespeare, poesie di Lorca, perfino del difficilissimo, linguisticamente parlando, Aleixandre, ma mai avevo trovato tante difficoltà. Anche nella traduzione Leopardi s’impennava, non sottostava alla mia prensilità. Proprio come se scrivendo “L’infinito” avesse forgiato una lingua imprendibile, fatta con la sostanza del cielo, con le intenzioni di imitare il senso del divenire eterno, che è il principio e la realizzazione della Poesia, ma soprattutto con l’intenzione di ritagliarsi una personale forma di comunicabilità preclusa agli altri.

Era una questione di vocabolario? Di armonia troppo legata alla musica da camera? Di solennità portata all’estremo limite? O di una presenza solenne del pensiero (che ricorre ben due volte nei quindici versi, al settimo e al quattordicesimo)? Era una chiusura ermeneutica che privilegiava solo i classici ed escludeva la possibilità di accedere al sentimento che circolava dal paesaggio al cuore e dalla siepe alla biblioteca? Immaginate la mia crisi! Per anni avevo insegnato italiano nelle scuole superiori e offerto agli alunni anche “L’infinito” con certezze che mi sembravano inconfutabili e adesso mi vedevo “naufragare”, è proprio il caso di dire, tutte le suggestioni, le interpretazioni e i commenti che da sempre avevo proposto. Insomma, che cos’era l’infinito finalmente fuori dalle abitudini, fuori dalla scuola, fuori dalle spiegazioni canoniche? Il luogo senza luogo, il viaggio dentro la Parola, il misurarsi con la dissolvenza e con la parvenza, lo scendere nei baratri della finzione, Borges direbbe delle finzioni, l’intravedere la possibilità di diventare spazio e luce?

Ci sono rari momenti vissuti dai poeti in cui la comunione con ciò che sta attorno è perfetta e si percepisce la musica del Principio e il bisbigliare delle stelle, il passo dell’erba, la voce del Divino. Sono attimi che sembrano spezzoni di sogni, avvisi di eternità per entrare nel Viaggio che sembra possedere tutte le facoltà degli elementi naturali. Ricordo che m’incagliai su “ermo colle” (le colline al mio paese non erano mai solitarie, semmai erano “ghèrme”, cioè maledette), e m’incagliai su “caro” che in rosetano con evidenza si riferisce al prezzo di una cosa. Un disastro, ma intanto vivevo ogni immagine con intensità, con flemma addirittura, come se io stesso mi fossi posto nel luogo da dove il poeta stava guardando lo scenario e non riuscissi a spostarmi per andare oltre la siepe. Da qui il dubbio che “L’infinito” non fosse una grande poesia, ma un enigma che Leopardi, furbescamente, aveva inserito nei “Canti” per accendere l’interesse soprattutto dei filologi a lui tanto prediletti. In effetti, pensavo, nell’Infinito manca il pathos, tutto è rarefatto, tutto è cadenzato e scolpito con determinatezza e rigore e la “materia” non ha rilevanza, il “fatto” è inesistente e tutto si svolge dentro un “quadro” razionale in cui non esistono sfumature. Un quadro, un vero e proprio quadro che nel mentre si muove su direttive razionali, sfiorando la maniera, quelle direttive le fa diventare impasto di una condizione umana che trema al cospetto dello spazio immenso e solo per poco il cor non si spaura. Spaura è una variazione da spaurire, e dà l’idea di qualcosa di terribilmente spaventoso. Una conferma indiretta mi è venuta risfogliando, in questa occasione, “Entro dipinta gabbia. Tutti gli scritti inediti, rari e editi di Giacomo Leopardi” curati per Bompiani nel 1972 da Maria Corti. “L’Infinito” ha il tono, la cadenza, la musica maestosa e formale dei versi, per esempio, dedicati al padre Monaldo, con dettagli linguistici utilizzati da Leopardi per rendere la sua idea al meglio, col risultato che l’effetto della paura è forte ma resta forte anche l’effetto manieristico e persiste, anche se talmente raffinato e reso elegante da diventare paradossalmente la poesia per eccellenza.

Lo so, ogni volta che di qualche classico ci si sofferma su qualcosa di non riuscito scatta l’indignazione dei tifosi, ma Leopardi non è nuovo agli innamoramenti di maniera come “la donzelletta vien dalla campagna” e “d’in sulla vetta della torre antica”, per fare soltanto due esempi. E non mi si ricordi l’onomatopeica! Del resto uno dei critici che meglio è entrato nel mondo leopardiano, Francesco De Sanctis, parla, a un certo punto, di vizio di intellettualismo astratto. E Gianfranco Contini, in una lettera indirizzata a Giuseppe de Robertis, un vero e proprio saggio, evidenzia il “vizio” di un Leopardi che cerca gli effetti e non ne fa mistero. Torniamo all’Infinito. Che cosa è veramente nell’economia di una poesia possente e meravigliosa come quella di Giacomo Leopardi? Un voler mettere a fuoco più che una sensazione una teoria per uscire dalle strettoie di quel romanticismo oscillante che a volte gli pesava come un macigno? Non sarebbe stato più corretto inserire questi versi nei “Pensieri” visto che, come scrive Ferdinando Giannessi, si nota una “inclinazione troppo fredda per essere materia di poesia”?

Naturalmente simili affermazioni andrebbero discusse e ponderate con valutazioni lontane dagli effetti prodotti da una certa critica che addirittura ha visto in Leopardi un filosofo e non un poeta. Oppure è rimasta alla prima educazione del poeta che era nato “alfieriano, montiano, e generalmente conformista”. Io sono del parere che il grande poeta si trova negli idilli e non nelle poesie come “L’Infinito” che si affida a un’alchimia di concetti senza una vera necessità poetica. Ma questa è la lettura fatta con la pancia, con la passione che mi guida a cercare di percepire la musica che scioglie il Divino in quotidianità. Già, proprio come diceva il mio amato Saba: “… io ritrovo passando, l’infinito nell’umiltà”. Dove l’infinito non è più astrazione e vaghezza ma stupore d’esistere, possibilità di diventare particola per la comunione ma senza perdere la povera consuetudine di essere uomo nella semplicità del cammino quotidiano.

Dante Maffìa

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