“Vita d’artista”, di Carlo Cassola, letto da Dante Maffìa

cassola

I narratori veri hanno il dono di parlare della quotidianità, del cibo, d’una passeggiata, d’un incontro al bar tra amici, riuscendo a fotografare atteggiamenti sociali – oltre che umani – che la dicono lunga sui comportamenti e sulle idee dei protagonisti. È il caso di Carlo Cassola in “Vita d’artista” (Rizzoli, 1979), un romanzo che ci dà l’affresco della Roma degli anni del fascismo senza mai scadere nel documento, senza mai tradire l’afflato narrativo che va avanti con dettagli interessanti e spesso coinvolgenti. Via Margutta, Via del Babbuino, Piazza del Popolo, le gallerie, i ristoranti attorno vivono le loro atmosfere senza ergersi mai a simboli: e proprio per questo lo diventano, si stagliano nella loro essenza di veicoli che hanno visto la crescita e lo sviluppo dell’arte, mentre le sorti dell’Italia andavano chiudendosi nella imbecillità d’un provincialismo trito e privo di mordente. Cassola non esagera mai le tinte, non calca la mano nelle descrizioni, accenna, indica, suggerisce, e così uomini e cose si stagliano nelle vere ragioni dell’esistere che devono considerarsi insieme al paesaggio, all’ambiente, a tutto ciò che si muove attorno.

“Vita d’artista” è la storia di Leone Verrasto, scultore di origini avellinesi, che si trasferisce a Roma dopo la prima Guerra Mondiale e diventa ufficialmente l’artista più rappresentativo del Partico Comunista Italiano. C’era la tentazione di guardare un po’ troppo a Renato Guttuso, e a tratti infatti se ne scorge la figura, ma lo scrittore non si lascia prendere la mano e dispiega la sua semplicità narrativa su vari piani, in modo da far muovere il personaggio fuori dagli schemi, lontano dagli stereotipi che in quegli anni corrisposero a un pullulare fitto di sognatori, privi però di talento. Il fascino del libro risiede soprattutto nel garbo pacato con cui vengono cadenzate le giornate di Verrasto che incontra personaggi molto conosciuti all’epoca, come Alberto Moravia, Vincenzo Cardarelli o Palmiro Togliatti, e incontra anche politici con cui apre infinite discussioni che non assumono mai il tono dell’addottrinamento. Paolella o Capitani, gli amici con cui Verrasto dialoga quasi tutti i giorni, sono lo specchio di una crisi che diventa appropriazione di nuove idee, e lo scambio produce meditazioni e adesioni. La scrittura di Cassola non copre mai le emozioni o i progetti dei protagonisti, è rispettosa di quel fluido vitale che porta a raffigurare uomini e cose nella loro dimensione umana, ed è per questo che è un piacere inoltrarsi nelle pagine di questo libro che diventa, a un certo punto, teatro di illuminazioni, di adesioni, di sentimenti amorosi e civili. Mi viene in mente quel che Alberto Asor Rosa ha detto su Carlo Cassola paragonandolo a Liala, e appare chiaro che si trattava di una direttiva di partito e non di un giudizio critico. Perché Cassola non è mai stato semplicistico o scontato, tutt’altro. È stato semplice, con una scrittura lineare compatta, e ha fatto parlare le cose, le persone, le idee e non le teorie sofisticate e le complicazioni sintattiche. Ma Asor Rosa lo consociamo tutti e conosciamo le sue prese di posizione dettate dalle Botteghe Oscure.

Un fatto è certo, in “Vita d’artista” c’è un affresco di Roma che non si dimentica, né si dimentica la gente incontrata, le cene da Cesaretto, il caffè Greco, il via vai di galleristi e di gente che sogna di realizzarsi cominciando da Via Margutta. Cassola è attento a non strafare, a non debordare insistendo sulla politica o sull’arte mentre apre e riapre l’antico dibattito su arte e politica che per alcuni sono agli antipodi e per altri, invece, percorrono la medesima strada, però con alchimie diverse.

Attraversando Via Nazionale, gli sembrava di varcare il Rubicone. Di là c’era la Roma elegante, la Roma ricca, la Roma ridente; la Roma dei parchi, dei belvederi, delle vecchie ville che erano state lottizzate fuori porta… Anche i nomi erano una testimonianza di quel passato: Via di Villa Patrizi, Via di Villa Lancillotti, Via della Pineta Sacchetti… era la Roma che ormai lo rifiutava: considerandolo un propagandista, uno che aveva prostituito la propria arte…

Le descrizioni così precise ci accompagnano spesso e ci fanno godere le passeggiate dei protagonisti, ci fanno respirare Roma in ogni ora del giorno e della notte. Così la città ci appartiene e Cassola diventa, sempre col suo fare indiretto, una vera e propria guida che, come ha insegnato Sterne, non deve mai trascurare i particolari.

Dante Maffia

 

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