“Gli egoisti”, di Bonaventura Tecchi, letto da Marco Onofrio

Gli egoisti

“Gli egoisti” (1959) è il vasto, poderoso romanzo con cui Bonavenura Tecchi saggia un tema per lui cruciale, come appunto l’egoismo, su una variegata coralità di alta rappresentanza sociale e intellettuale. Ci troviamo dinanzi a un insieme di personaggi d’eccezione, ciascuno dominato da una forma particolare di egoismo. Eccoli, in ordine alfabetico. Fausto Almirante, celebre professore di sanscrito, è un sensuale “incatenato fin dall’infanzia alla donna” e attaccato all’idea che “la donna è la vita, che perdere la donna significa perdere il contatto con la vita”. Il suo egoismo assume i connotati dello scetticismo e del vizio irrinunciabile. Paolo Contarini è un medico umanista caratterizzato da cordialità, apertura, “comprensione pronta e generosa” (“bisogna molto capire e molto perdonare” è una delle sue frasi rappresentative), ma questa sua pietas, questo suo slancio sintonico con persone e cose, che sembrerebbero farne tutt’altro che un egoista, lo portano poi a indulgere in atteggiamenti frivoli e gaudenti. Anche lui si profonde in lodi entusiastiche della donna: “Che grande cosa, credete a me, è la donna. Alone, atmosfera, quasi margine – così ci pare – della nostra vita, di uomini; e invece centro del mondo, l’origine da cui tutti siamo nati”. L’egoismo di Giacomo D’Alessio, industriale e costruttore che punta tutto sul “prestigio del denaro”, è chiaramente orientato alla coltivazione esclusiva dei rapporti economici, a cui vengono subordinati tutti i sentimenti. Roberto Fauni, giovane ma già professore ordinario di Fisica nucleare, filtra la sua percezione dell’esistenza entro gli schemi razionali di una presa di posizione intellettualistica che lo isola dal mondo, facendone un egoista, come già si intuisce dal “taglio” espressivo della sua bocca, “crudele, freddo, lontanissimo da ogni cordialità”. Letterato, traduttore e poeta, Marcello Rudòr – infine – ha l’egoismo tipico degli artisti, persi e anche loro isolati nei vagheggiamenti esclusivistici della propria opera. Vittima dell’egoismo maschile sono due delicate e appassionate figure femminili: Jeanne Eriksson e Isabella Dardi, mogli rispettivamente di Fauni e D’Alessio. Le donne sono e appaiono come il motore del mondo, il cuore propulsivo delle energie e il veicolo “d’ogni bene e d’ogni male”. Anche grazie a loro e alla riflessione costante su ciò che rappresentano e producono, innescando sempre nuove conseguenze e spingendo le cose verso il traguardo stesso del proprio avvenire, la scrittura penetra nelle profondità abissali di un sapere autentico, dove corpo e anima – cioè la dimensione materiale e spirituale dell’esistenza – appaiono (come sono) tutt’uno; e questa unità, unica e irripetibile, è parte sostanziale del grande mistero in cui ci ritroviamo immersi. È soprattutto Contarini il mallevadore di certe elucubrazioni metafisiche, da cui emerge – su tutte – la visione goethiana del “demonico” che si annida nel fondo della vita realizzando la stretta collaborazione di bene e male, per cui tale “inscindibile e quasi voluttuoso abbraccio” presiede alla nascita del mondo e “forma l’essenza di questa nostra vita”. Il demonico è una “forza oscura, misteriosa, una spinta vicina alla matrice della vita” che aiuta la vita stessa a “portarsi avanti”. Un’ottica secondo cui l’imperfezione viene riabilitata in senso creativo e costruttivo, dal momento che “le passioni e il male e gli stessi nostri difetti” sono “forze propulsive della vita”. Infatti l’“oscuro umile fermento dal basso” dà una “spinta misteriosa” al divenire e può cooperare alla “nascita di una esistenza più alta”.

Il segreto della vita era questo: la misteriosa collaborazione del male col bene, del basso con l’alto, la spinta a vivere dal mondo degli istinti e delle passioni

E così, ancora, la consapevolezza di non sapere nulla del destino, “di quel che avviene fra l’uomo e Dio negli ultimi momenti”. E poi la solitudine esistenziale e – per così dire – “originale” di ogni corpo gettato nell’immensità dell’universo: “non sappiamo nulla” riflette Contarini “del perché di questo mistero: la solitudine umana”. Perché insomma “si è così soli nella vita, nell’amore, perché Iddio, se un Dio c’è, possa lasciare tanto sole, nella vita, le sue creature”. E quindi la consapevolezza di un limite insuperabile, posto a sigillo della “solitudine dei corpi”, che neanche la fusione d’amore più accesa e passionale è in grado di annullare interamente: “Esiste dunque una barriera” si chiede a un certo punto Isabella “una barriera che per una ragione o per un’altra non si può sormontare, fra creatura e creatura?” E la concezione patologica dell’esistenza come “malattia” dall’esito fatale, e del piacere come assenza momentanea del dolore: “che cosa è la nostra vita, pensava Contarini, se non la speranza di alcuni anni di sosta nel corso di un male che ci porta tutti verso la fine? Non siamo tutti, in questo senso, dei malati con scadenza più o meno lunga?”

Al “sottile egoismo” tipico di alcuni intellettuali si contrappone il “respiro ampio della vita” dove “l’esistenza di tutti e quella di ognuno” sono intrecciate, ed è appunto a causa dell’egoismo che gli intellettuali, isolandosi in una specie di sfera autistica, non riescono più a capirlo. È viceversa di questo respiro che vivono le donne del romanzo e si nutre la scrittura che lo compone, sempre precisa ed esaustiva ma racchiusa “entro una specie di guscio, opaco e insieme vibrante”. Da una parte l’arido razionalismo degli uomini (tranne Almirante e Contarini, per difetto opposto); dall’altra l’esprit de finesse che annoda la “seta di quella intelligenza minuta” grazie a cui le donne intuiscono al volo le sfumature infinitesime: “basta loro una parola, un’ombra negli occhi, un’inflessione nella voce”. La scrittura del romanzo è tutta da questo versante – “apparentemente diritta, chiara” com’è, e “insieme segretamente oscura” –, tanto che riuscirebbe da sola a dimostrare l’artificiosa ristrettezza dell’altro. Il riduzionismo intellettualistico impedisce di “riconoscere dal visibile l’invisibile”, come peraltro fanno i medici con i sintomi del paziente, escludendo la percezione dalle ricchezze sconfinate della “vaga atmosfera” intessuta di languori, presentimenti, echi: ecco invece i “riflessi lunghi ed estatici”, i “pensieri cresciuti nel sogno”, “certe vibrazioni incommensurabili, pressoché impercettibili” come l’“increspatura” atmosferica che ammanta la “rete sottile di ombre e di silenzi”, e insomma i “fili segreti” della realtà toccabile e macroscopica, l’unica degna agli occhi grossolani degli egoisti. La scrittura fa emergere, in controcanto, proprio la dimensione profonda delle cose visibili: “le cose non dette” si dice a un certo punto “sono quelle che contano”. Il mistero ultimo si annida nella “sospensione arcana” che sostiene l’attimo ambiguo tra la luce sfolgorante e l’avvicinarsi intimo dell’ombra. Senza la forza di queste dimensioni sottili della realtà e della coscienza, l’arte non saprebbe aprire le sue strade alla bellezza, né le donne potrebbero irradiare il loro spirito di profezia e di rivelazione.

Ecco: ci sono donne – e Contarini lo sapeva, anzi proprio in questo momento ci ripensava – che nel timbro della voce, nell’estro dei capelli, nel lampo degli occhi ci portano verso l’avvenire, tutte piene di futuro, come se, col loro passo volante, ci aprissero ogni tanto una porta nuova nella nostra vita di uomini. Ci sono invece donne che, con un cenno degli occhi, con un’intonazione della voce, forse con una mossa sola del corpo, ci riportano verso il passato, come a scoprire le matrici lontane e misteriose del passato.

Jeanne, ad esempio, con la sua capacità sensitiva di ascoltare le piccole voci, di dare udienza alle cose di poco rilievo “mentre lui, il celebre marito, pensava e vedeva le cose grandi”. Occorre uno sguardo corpuscolare, capace di sintetizzare l’infinito in ogni singola particella che lo compone.

Oh, il mare grande con le sue piccole cose, le conchiglie, le alghe, i “cavallucci”… i rimasugli di frutti marini, e il suo odore fatto di tanti odori, lievi e forti, distinti e commisti! Questo era il mondo che a Jeanne piaceva.

E infatti c’è una barriera insormontabile che la divide da Fauni, giacché “in lui, nonostante il suo grande ingegno, qualche cosa mancava: l’intuito a capire lei, la sua “piccola”, così diceva, anima di donna. (…) in fondo per lui valevano soltanto le sue “idee”, il suo lavoro”. L’insoddisfazione derivante da questa incomunicabilità diventa la causa misteriosa, per “oscure e complicate trame”, del declino fisico di Jeanne: si sente male durante una passeggiata mattutina con Isabella, ed ha per la prima volta uno “sbocco di sangue”, indizio dell’incipiente tisi. Isabella, dal canto suo, prova a migrare dal soffocante razionalismo calcolatore di D’Alessio al mondo teoricamente più acconcio e libero di Marcello Rudòr, con cui intreccia una relazione clandestina. E tuttavia è come passare dalla padella alla brace, dato che nel frattempo Rudòr da traduttore si scopre poeta: “quasi spaventosa s’apriva davanti a lui una porta segreta (…) aveva l’impressione di accostarsi a una sorgente nascosta, quasi di scavare nel fondo più segreto della vita”. Anche Rudòr ha una visione limitata e sfiduciata della donna, stante la sua incapacità a considerarla “poco più che un corpo, bellissimo, dotato di prestigiose facoltà per dare e ricevere l’amore, la gioia, la tenerezza; ma nulla più”. Ed è un concetto che accomuna per retaggio patriarcale tutti gli uomini del romanzo, che pure quando esaltano la donna ne dipingono una visione naturalistica, umorale e quasi animalesca, irradiante dalla sua funzione riproduttiva: la cultura, la creatività, la ragione e l’intelletto pertengono ai maschi; le donne vivono in funzione e in ausilio dei loro progetti, come indegne di una propria consapevole autonomia. Non appena Rudòr scopre di essere un poeta, si chiude in un suo mondo esclusivo e diventa fatalmente un egoista. La disillusione di Isabella si fa palpabile man mano che percepisce di essere esclusa dal mondo del “suo” Marcello: “si sentiva come una foglia isolata, staccata da un albero di vita. Da un albero misterioso, di cui non conosceva tutti i rami”. A che era valso lasciare D’Alessio per un uomo altrettanto egoista? Isabella “era scontenta (…) qualche cosa d’irrequieto, d’oscuro fermentava in lei (…) un cappio di solitudine, la stringeva alla gola”. Rudòr le nasconde la sua anima, non le parla mai del suo passato, la elude dal suo mondo creativo. Si ripropone così “il vecchio dissidio che divide da sempre l’uomo e la donna. Una gelosia di Isabella per qualche cosa che le sfuggiva, per non averlo tutto il suo Marcello, per non esser diventata il centro di tutti i suoi pensieri”. Quindi, come si vede, anche qui una forma di egoismo, o meglio di egocentrismo possessivo, sia pure ammantato di slancio amoroso. “E nello stesso tempo l’incapacità a dirglielo per una specie di orgoglio, di tipico femminile orgoglio, per non confessare la constatazione di una sorta d’inferiorità”… e d’altra parte “l’incapacità, ingenita nell’uomo, a capire la ragionevolezza dei risentimenti della donna”. Rudòr è altrove, in un “altro mondo” con i “suoi pensieri, con i suoi sogni, con tutta la sua anima” che non può e non vuole condividere. Finché, un brutto giorno, accade la tragedia: Isabella si getta da una scarpata e muore suicida. Il cadavere viene rinvenuto, con la bocca “amara nel ghigno che la storceva un poco, quella bocca che era stata così dolce nei baci”. Rudòr è sotto shock e non si spiega il motivo: “Ma perché, perché era successo questo? Ma se lui le voleva bene, veramente, profondamente? Se lei gli era necessaria?” Non si era avveduto di quello sguardo, invaso e tormentato dalla muta preghiera di “voler sapere, di voler partecipare alla sua vita”. Non si era reso conto che Isabella gli si spegneva ogni giorno affianco: “il suo egocentrismo era tale, la concezione che egli aveva dell’amore, del suo amore, del posto che doveva tenere nel cuore di una donna senza concederle accesso alle idee più segrete, così radicata che non gli riusciva di vedere altra via di comprensione”. Poi però comincia a balenargli il sospetto “del proprio egoismo: come un sospetto orribile, impensato, di un assassino che ha ucciso di notte, nel sonno, e non se n’è accorto”. Era dunque “così chiuso nel suo egoismo, l’idea del suo “segreto” era così incuneata nel suo mondo d’artista, la necessità d’esser solo in certe cose dell’anima era così istintiva e naturale, che solo lentamente incominciò a capire”. Il processo interiore giunge infine alla tardiva e atroce coscienza di quanto accaduto: “Un grido di dolore gli balzò dal petto. Il grido della coscienza del suo egoismo, della sua cecità; e insieme l’impressione di trovarsi, anche qui, di fronte a un enigma, l’enigma della solitudine umana, dell’impossibilità di comunicare l’uno con l’altro (…) egli l’aveva esclusa, ferocemente esclusa, sempre, da tutto quel che non fosse stato il giuoco della carne e dei sensi o della tenera sensuale sentimentalità”.

Jeanne resiste più a lungo dell’amica al disincanto: “ancora era innamorata del marito, ancora sperava di trasformarlo, di sentirlo vicino”, cioè di scalfirne l’indifferenza, l’impenetrabile barriera intellettiva. Il contrasto con la Weltanschauung di Fauni è peraltro insuperabile: lui disprezza le “sfilacciature del mistero” e sostiene la necessità di “toglierle dal mondo”; a lei pare, invece, che “gli uomini sarebbero meno felici il giorno in cui arrivassero a spiegare tutto”. Jeanne si sente schiacciata dal suo freddo razionalismo, dalla “secca implacabile consequenzialità dei suoi assiomi”. Infatti a un certo punto lo rimprovera: “tu volevi che io capissi troppo. E io invece volevo soltanto adorare”. Ma ogni tentativo di accordo risulta inefficace e tardivo, anche perché la tisi nel frattempo progredisce, e Contarini cerca invano di guarirla: Jeanne muore. L’egoismo produce vittime e conduce.ad esiti ferali. E la vittima può essere l’egoista medesimo. Ecco per esempio Fausto Almirante, prigioniero del corpo femminile, “come un terreno arato e rivoltato dalla voluttà cento e cento volte” ma con ancora sempre “un segreto, un campo da scoprire. Conosciuto fino alla nausea, e pur non conosciuto abbastanza”. È “assetato di voluttà” nella misura in cui ha bisogno di riempire il suo abisso interiore di solitudine e malinconia, e “l’unico modo con cui cercava di vincere la solitudine e la malinconia era la carne della donna”: lì c’è il vero calore. La fama, il successo e i soldi non riscaldano. Anche “l’ingegno non fa compagnia”, anzi: rende più soli. Unica autentica consolazione è per lui la forza oscura e misteriosa, dolce e crudele, che agisce come una medicina nel corpo della donna: pure lui, come gli altri uomini del romanzo, “non era capace, in fondo, di vedere nella donna altra cosa che il corpo”. Almirante crede di poter dominare il gioco della sensualità, senza che si trasformi in giogo, perché ha fiducia di “poter saltare dal basso all’alto, di affidarsi alla forza dell’oscuro, di potersi riscattare, poi, al momento giusto, dalle tenebre: quasi un ardimento, una scommessa con se medesimo”; una scommessa che perde, da ultimo, travolto dagli eccessi fino a morirne per sincope.

Tecchi racchiude e riassume la fenomenologia umana attraversata in una specie di definizione antropologica, e lo fa con la voce stessa di Contarini:

C’è oggi questa specie di uomini nuovi, coi quali bisogna fare i conti. E non è soltanto la schiera ristretta dei fisici, degli scienziati di fisica nucleare. (…) Quasi una razza nuova. Sono forse gli uomini di domani, quelli che andranno sulla luna, viaggeranno fra gli astri. È come se si preparassero già, senza saperlo, a corazzarsi di gelido fervore, a distaccarsi dalla terra, a rompere con tutti gli affetti, quasi non riconoscessero più le regole della nostra vita in comune, i problemi del bene e del male.

È la premonizione dell’uomo postmoderno, annunciato dalla fredda intelligenza dei “tecnici” che, per esserlo, perdono il “senso dell’anima”. Ma intelligenza e anima sono cose diverse, e i problemi dell’anima non possono essere risolti soltanto dall’intelligenza, se l’intelligenza non è anche aiutata e arricchita dall’amore. Il sapere senza l’amore è solo riempitivo che gonfia e porta squilibrio, trascinando l’uomo alla rovina. Occorre una ragione che sappia inglobare il calore del sentimento, senza scadere nel razionalismo. Occorre una intelligenza ricca di anima poiché edificata sull’amore. La “rassegnazione produttiva” alla presenza cooperante del male e del bene non deve portare alla loro confusione, perché appunto vanno tenuti sempre distinti. Come combattere, dunque, il “seme della confusione”? Risponde alla fine del libro uno dei personaggi minori, escluso dalla cerchia degli “egoisti”, il sacerdote straniero Van der Bergen: “con la fiducia e il rispetto verso l’anima degli altri”, cioè con l’opposto dell’egoismo, che è aridità del cuore per mancanza o assenza d’amore. Solo l’amore può rovesciare l’egoismo, ossia il vero grande male e il nemico più infido, sottile e persistente, nonché il “germe di ogni tragedia”.

Marco Onofrio

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