“Virginia Raggi”, di Dante Maffìa

ITALY-ROME-MAYOR-RAGGI

Ci si creda o no, ognuno ha predilezioni o idiosincrasie per i nomi di persone, di piante, di oggetti. Non ne sappiamo le ragioni, ma suscitano associazioni, emozioni, pensieri, antipatie o simpatie. Probabilmente uno psicologo ci saprebbe spiegare i nessi o altre simili diavolerie. Io semplicemente ne prendo atto e non mi preoccupo più di tanto se un nome mi affascina o mi suscita immagini positive o se mi infastidisce e mi fa pensare a catastrofi, a guerre, a delitti.

Virginia Raggi, da quando è stata eletta consigliere comunale di Roma, ha sempre suscitato in me un interesse morboso, un’attrazione quasi imbarazzante per il suo nome. Mai visto però il suo viso, mai la sua persona, neanche in fotografia. Prima di lei ho conosciuto soltanto una Virginia, una delle due sorelle che avevano messo su una specie di asilo al mio paesino di nascita per cercare di sbarcare il lunario (erano figlie abbandonate a se stesse dall’anarchico Niccolò Converti fuggito in Africa). I nomi con la V iniziale mi danno la sensazione dello spazio infinito oltre che della vittoria. Diventata sindaca della Capitale Virginia Raggi mi è entrata nel cuore ancora di più, al punto da offrirle, appena eletta, i mie servigi in Campidoglio (GRATIS), rifiutati senza neppure degnarmi di una piccola indagine per vedere se sono o non sono in grado di lavorare alla cultura. Probabilmente le è stato detto che la cultura non serve per la politica e men che meno per gestire il manicomio romano “degli incontri e degli inviti”.

Quando poi ne ho visto l’immagine e l’ho sentita parlare in televisione ho avvertito per lei quello che anticamente si chiamava afflato, cioè una spontanea adesione al suo modo di fare, al suo sorriso, alla sua voce. No, vi prego, non è innamoramento, l’innamoramento ha altre dimensioni e altre maniere di esprimersi, non si pone come vagheggiamento dolce che fa sperare nel mutamento sociale. Tutt’al più in quello personale. E io di mutamenti personali non ne posso ormai sperare, avendo superato i settanta.

Insomma Virginia mi riempie Roma, e lo fa senza pretese, senza offrirsi o negarsi; con la sua semplice presenza e senza additivi fragorosi di iattanza o di falsa modestia. Ha, nel suo sorriso, quella doverosa parte di antichità che appartiene alle dive e, nello stesso momento, mostra una “innocenza” pericolosa, tipica dei bambini viziati. Eppure sono pronto a scommettere che lei non è stata una bambina viziata, anzi, al contrario, è stata giudiziosa. Forse un pochino petulante con la mamma, ma credo che al papà piacesse quella sua aria birichina. Illazioni di un romano calabrese che non ha mai perduto il vizio di osservare secondo una logica antica, secondo un modo tutto meridionale di guardare al mondo e a Virginia.

Adesso Virginia è la sindaca di Roma. Quindi la sintesi di Roma. E qui l’inghippo si fa duro, perché io non voglio assolutamente che la corona e il fasto assegnati a lei vengano minimamente disastrati da giudizi sommari e soprattutto da giudizi riguardanti la gestione del Comune. Io guardo a Virginia con gli occhi e il cuore del poeta e la adoro, la sento la degna regina del Campidoglio, che finalmente ospita una donna. Devo però cercare di capire perché la sogno spessissimo. Spessissimo significa almeno tre volte a settimana. Un ritmo che non ha neppure un innamorato pazzo. Allora?

Allora, per cercare di capirmi, mi sono procurato una serie di fotografie di Virginia. La sua presenza nella mia vita è diventata assidua, nei sogni ci ragiono, scambiamo pareri, facciamo battute; mi ha confidato che da tempo non riesce più a leggere un libro di narrativa (poesia non ne ha mai letta, ha sempre creduto che la poesia la leggono i deboli e gli ammalati), che non riesce a pensare un poco a se stessa, che ha perfino degli incubi durante i quali un comico, che però non assomiglia a Grillo, vuole acconciarle i capelli. Virginia è dolce nel parlare, nel confidarsi e si meraviglia sempre di più del disastro trovato al Comune della Capitale. Uno dei sogni con Virginia si è svolto al mare di Ostia. Facevamo il bagno e lei si stava asciugando su una stuoia. Non ricordo il nome dello stabilimento. Ricordo però l’insistenza del proprietario nel voler offrire gratis il servizio e il deciso rifiuto di lei. Un bel gesto e devo dire che quella volta il suo sorriso mi ha fasciato talmente stretto che ho avuto bisogno di dirle di non esagerare.

Sì, senza Virginia Roma adesso mi parrebbe un’orfana in pianto. Devo confessare che sono ormai circa tre mesi che vado ogni mattina davanti all’entrata del Campidoglio per vederla passare. Per carità, non mi azzarderei minimamente a fermarla per dirle le cose belle che penso di lei; mi bloccherebbero le guardie e non saprei poi che cosa rispondere per giustificarmi. Virginia è la donna ideale per molte occasioni ed è perciò normale che osservandola mi sia venuta in mente la Roma di Giosue Carducci, “Te redimita di fior purpurei…”. No, no, Salve Dea Roma non le darebbe però il giusto, perché lei è qualcosa di più etereo, di più elegante, di più bello, slegata dagli stereotipi, non solo politici, lontana dalle beghe e dalle responsabilità. Davvero è colpa sua se Roma è sporca come non lo è mai stata e se puzza come una latrina?

Datele tempo, una sindaca così sono sicuro che ridarà a Roma il suo antico splendore, capacissima di affiancare gli spazzini per dimostrare la sua buona volontà. Lei sa volare e sa obbedire alle esigenze di una situazione infernale. Oh, Dio, un angelo che vive nell’inferno è un paradosso. Ma Roma, da sempre, non è un paradosso? Qualche malalingua dice che adesso, al posto delle oche, in Campidoglio si sono stanziati i grilli. Illazioni, chiacchiere, dove potrebbero essere alloggiati i grilli? Ah, dice i grillini! Io non conosco animali simili, si tratta di una invenzione per mestare nel torbido.

Io vorrei soltanto che Virginia fosse lasciata libera di governare questa città di fantasmi senza diventare lei un fantasma. La osservo in tutte le fotografie che riesco a trovare sui giornali, la osservo nelle fotografie su internet… la guardo quando sale le scale del Campidoglio… sta dimagrendo a vista d’occhio. Non va bene. Dài, Virginia, ritorna ad essere quella di un tempo, bellissima, dolce, romana de Roma, e scaccia tutti gli animaletti che ti stanno intorno: sono senza identità, anzi non esistono, prova a sfogliare il dizionario di zoologia.

Prometto che uno di questi giorni mi farò coraggio e ti saluterò mentre sali le scale protette dalla Lupa. Non importa se non risponderai, se non avrai il tempo di chiedere alla scorta il permesso di farlo. Virginia, ora pro nobis. Come dice Zecchinetta, sì, il protagonista de Il poeta e lo spazzino, “ci voleva finalmente un sindaco donna, non una sindaca. Con le donne si ragiona bene di politica, mai di economia o di amore. Ma sì, l’amore per Roma lei ce l’ha, solo che tutti quegli animaletti che infestano le sale sono insidiosi e non permetteranno mai di pulire strade, cuori e anime. Era scritto che la Caduta di Roma dovesse passare attraverso una donna. Ma è una caduta che rinnoverà”.
“Zecchinè, la pacchia è finita per voi spazzini, ormai nei cassonetti non troverete un solo euro e neanche un neonato. I bei tempi sono passati”.
“Ma che dichi, a Romolè!”.
“Dico che adesso nei cassonetti ci sono zecche, pulci, pidocchi e vermi neri. I bambini so’ diventati angeli”.

Dante Maffìa

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