“La felicità del disordine”, di Dante Maffìa, letto da Maria Teresa Armentano

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Il titolo di questo saggio (La felicità del disordine, Cosenza, Luigi Pellegrini Editore, 2019, pp. 144, Euro 12) tra il filosofico e l’umoristico denota l’intenzione dell’autore: dimostrare che nel disordine vi è felicità. Un’idea bizzarra? Niente affatto, se una scrittrice giapponese ha preteso di insegnare la felicità del riordino per trasformare gli spazi e addirittura la vita, tramite un metodo definito magico. Metodo e magico, due parole che formano un ossimoro, in netto contrasto. A Dante Maffia questa pretesa deve essere sembrata una vera follia e, preoccupato per le casalinghe confuse da un cambiamento radicale delle loro vite per la volontà di seguire consigli così insensati, ha deciso di scrivere questo libro. Lo confessa all’inizio del saggio che si sviluppa per capitoli legati da un solo filo conduttore: la gioia del disordine.

Gli argomenti utilizzati per dimostrare piacevolmente quanto il disordine abbellisca la vita e la impreziosisca sono quelli che un grande scrittore e poeta vive attraverso aneddoti e ricordi che lo coinvolgono. Per questo il libro è come uno scrigno, a ogni pagina si apre e vengono disegnati un protagonista, un volto, un luogo, una scena: continue gemme come sorprese che nascono dal fluire del racconto fra citazioni e dialoghi affascinanti. In questo libro risulta evidente a chi ha letto e legge la poesia di Maffia che il disordine è lì nella profondità dei versi; in senso positivo esso è sconvolgimento e sommovimento dell’ordine conformista in cui si adagia il nostro quotidiano, seppellendo emozioni e sentimenti che tentano di emergere per offrire quell’anelito di vita, occasione di autentica libertà interiore, spazio che proietta oltre e dona la consapevolezza della verità dell’esistenza. In questo disumano mondo, si dimentica l’essere, preferendo oggetti e cose solo perché essi sono simboli e non si comprende che il potere del possesso si scontra con il POTERE, quello che divide il mondo, falsifica le parole, vincolando l’essere a certezze che sono catene. Invece Dante Maffia capovolge l’immagine che porta a considerare l’ordine come punto fermo e sicuro in ogni campo: sulla scrivania, nella casa e fuori di essa, persino nella quotidianità, annullando la diversità in ogni senso.

Lo scrittore, senza che il lettore si renda conto della direzione verso la quale è condotto, costringe benevolmente a considerare il disordine non come incertezza e confusione ma come dimensione nuova dell’essere se stessi. Nel nostro disordine si ritrovano la memoria, le emozioni, gli incontri felici, il volto delle persone amate o soltanto il sorriso e lo sguardo degli amici, in altre parole noi stessi e scuotendo l’oggetto, considerato inutile fino a un momento prima, liberandolo dalla polvere, si rinnova anche l’anima. Interrogandosi sul perché si riesce a vivere con maggiore leggerezza nel disordine, l’autore, che è nato in un piccolo paese della Calabria, scopre la bellezza nelle case non allineate, non costruite con lo stessa facciata e schema architettonico come esempio di un disordine creato dall’ingegno umano, non a bella posta perché la percezione di sentirsi cittadini e uomini liberi che comunicano tra loro è li nei vicoli e fra le case addossate le une alle altre, tra spazi ristretti che non respingono.

Nel susseguirsi dei capitoli di questo libro, due parole-chiave si impongono completando l’idea di disordine: la diversità e la fantasia, ci si accorge che l’una prende per mano il soggetto che prima era immobile e, dopo un gesto, ritrova un cambiamento e la gioia di vivere in una seconda dimensione che è anche volontà consapevole di cambiamento; la seconda, una spinta ad immaginare sé e la realtà in modo alternativo: la nostra casa è un gioiello di perfezione, si prova a cambiare l’angolo visuale spostando un quadro o un soprammobile e si esce fuori dalla routine che mortifica la sensibilità. Il lettore non troverà ricette o consigli che diventino quasi imperativi: “Se farai questo o quell’altro, sarai felice”. Non è questo l’intento dell’autore, ma quello di attivare la nostra fantasia per scoprire continuamente che la follia sta nei piccoli gesti e non nelle grandi trasformazioni che alienano la nostra vita e quella altrui. Dante Maffia, più che dimostrare un assunto, persuade il lettore che nel disordine si nasconde la più grande delle libertà, quella che Schopenhauer affermava come la più alta operazione dell’intelletto, cioè la scelta. Certo quando si sceglie, si rinuncia sempre a qualcuno o a qualcosa; in questo caso non è una perdita, bensì la certezza che la felicità può essere ritrovata in un’immagine del passato, in un oggetto consunto o troppo usato che colloquia con noi e consente di ricordare giorni felici e lontani, di attingere al tesoro nascosto dentro di noi dei sogni perseguiti, non ancora realizzati, di riacciuffare un ricordo che stava per svanire. Un libro, un vestito, un soprammobile non sono feticci, sarebbe offendere il loro vero scopo che non è solo quello di essere letto, indossato e ammirato: appartengono al nostro passato e al presente, e perché non potrebbero far parte del nostro futuro? Ecco l’interrogativo che il disordine provoca, la domanda cui non sapremmo rispondere: e se quell’ordine che ci sembra così prezioso in certi momenti precludesse il piacere di ritrovare in un oggetto la parte celata per vivere diversamente il futuro?

L’Ordine e il Disordine in questo libro appaiono talvolta come due paladini che si fronteggiano e lottano, e questo conflitto diventa ancora più visibile in un incontro tra lo scrittore e il suo insegnante di greco, tra un giovane e un vecchio, tra l’uniformità e l’immaginazione, tra l’immobilità e la ricerca. Dante Maffia, anche in questo capitolo, lascia in sospeso la questione senza una vera definizione che sancisca l’evidenza della separazione tra quelli che sono i mondi opposti dell’ordine e del disordine. Chiarisce con una metafora il suo pensiero, immaginando l’Ordine e il Disordine come due fratelli che affrontano insieme un viaggio, con prospettive ed esiti diversi. Disordine si rende conto di non essere amato e vezzeggiato come suo fratello e trova la spiegazione in un sogno in cui un Angelo gli chiarisce il perché dell’arcano. Come può chi si pone anche nell’abbigliamento e nella presenza in diretto contrasto con l’ordine essere così ben accolto? Lo scrittore, attraverso le parole dell’Angelo, risponde contrapponendo il movimento del Disordine all’immobilità dell’Ordine e afferma che ciò che interessa l’uomo è il cammino e il possibile orizzonte da raggiungere e, riallacciandosi alle parole del vecchio professore, la Ricerca come opportunità con lo sguardo sempre rivolto al bello e al vero, che esistono nel reale e nelle parole che ne sono espressione.

Altro pregio di questo libro è l’ironia con la quale Maffia espone episodi e storielle, dipinge personaggi e situazioni in cui il disordine si rivela sempre antidoto alla negatività della realtà, sempre come lo strumento della creatività nascosta che non può nascere dall’uniformità dell’ordine. La ripetitività – afferma lo scrittore – è il contrario della creatività e dell’innovazione anche nell’arte e dimostra anche come un semplice oggetto come una vecchia chiave possa assumere in una civiltà che ancora guarda alle tradizioni con amore la funzione di un messaggio fautore di ricordi e di vita.

Negli ultimi capitoli lo sguardo di Dante Maffia si sposta ancor più sui sentimenti e le emozioni e spazia dall’idea che ognuno può avere della felicità come gioia individuale e innamoramento al cammino impervio per ottenerla, sempre come palpito individuale, ai perni intorno a cui ruota ogni desiderio, cioè all’immaginazione e alla varietà che scompigliano le sicurezze, nate dall’idea falsa di riordinare la vita attraverso gli oggetti. Il dinamismo che il Disordine consiglia è un movimento che anche un oggetto può donarci per sorprendere e ravvivare quotidianamente la nostra esistenza. In queste ultime divagazioni filosofiche dell’autore indirizzate all’inevitabile bisogno di varietà, la conclusione del saggio è ancora una sorpresa: cioè il verso del Sommo Poeta di cui porta il nome, verso che ci riporta al canto XXVI dell’Inferno che celebra il cammino dell’uomo verso l’ignoto come possibile approdo di nuova conoscenza e straordinaria esperienza.

Maria Teresa Armentano

 

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