EMILE ZOLA: uno sguardo tenero e caldo su Roma

roma panorama

Ah! Con che occhi teneri e caldi egli la guardava, la Roma del suo libro, la Roma nuova che aveva sognato! Se, sulle prime, lo aveva colpito l’insieme, nella mitezza un po’» velata del mattino, adesso percepiva i particolari, si soffermava sui monumenti. Provava una gioia infinita nel riconoscerli tutti, per averli studiati a lungo sulle carte e nelle fotografie. Là sotto i suoi piedi, Trastevere si stendeva sotto il Gianicolo, con la baraonda delle sue vecchie case rossicce, i cui tetti irradiati dal sole nascondevano il corso del Tevere. Era un po’ sorpreso dall’aspetto piatto della città, che vista dall’alto della terrazza sembrava come livellata da quello sguardo a volo di uccello, appena segnata dalla sporgenza delle sette famose colline, un’onda leggera in mezzo al mare dilagante degli edifici. Laggiù, a destra, dal profilo in fosco violetto sulla lontananza azzurrognola dei monti Albani, sorgeva l’Aventino con le sue tre chiese, seminascoste dal fogliame, e si vedeva anche il Palatino, che una fila di cipressi rigava di una frangia nera. Dietro a questo, il Celio si perdeva, non mostrando che gli alberi di villa Mattei, pallidi nell’oro del mattino. Soltanto l’esile campanile e le due piccole cupole di Santa Maria Maggiore indicavano davanti, lontano, la vetta dell’Esquilino, all’altro capo della città; mentre sulle alture del vicino Viminale non scorgeva, soffusa di luce, che un’accozzaglia di massi biancastri, rigati da piccole strisce brune, probabilmente nuovi fabbricati simili a una cava di pietre abbandonata. A lungo Pierre cercò il Campidoglio, senza riuscire a scorgerlo. Dovette orientarsi e finì con il persuadersi che ne vedeva il campanile più avanti di Santa Maria Maggiore, quella torre quadrata, così modesta, che si perdeva fra le tettoie vocine. Più in là, a sinistra, veniva il Quirinale, riconoscibile dalla lunga facciata da caserma o da ospedale del palazzo reale, giallo scuro, piatta e forata da un’infinità di finestre regolari. Nel voltarsi una visione inaspettata lo immobilizzò. Sopra gli alberi di palazzo Corsini appariva la cupola di San Pietro. Sembrava posata su quel verde e in quell’azzurro purissimo del cielo aveva assunto un tenue colore che la confondeva con il cielo infinito.

Pierre era instancabile e il suo sguardo andava incessantemente da un capo all’altro dell’orizzonte. Indugiava a osservare la maestà delle vette dentellate, la grazia orgogliosa dei monti Sabini e dei monti Albani costellati di paesi, che cingevano l’orizzonte. La campagna romana si allargava in una distesa immensa, nuda e angusta, come un deserto di morte, di un verde glauco come mare stagnante. Finì con il distinguere la torre bassa e rotonda del monumento di Cecilia Metella, dietro cui una sottile striscia pallida indicava l’antica via Appia. Rovine dell’acquedotto erano disseminate nell’erba corta nella polvere dei mondi crollati. Ritraeva lo sguardo e di nuovo guardava la città, l’accozzaglia degli edifici, come capitava, a caso. Dalla sua loggia affacciata sul fiume riconobbe l’enorme cubo cenerognolo del palazzo Farnese. Più in là quella cupola bassa, appena visibile, doveva essere quella del Pantheon. Poi, a sbalzi improvvisi, c’erano le mura bianche di San Paolo fuori le mura, simili a quelle di una colossale casa colonica; le statue che coronavano Sam Giovanni in Laterano, leggere, grandi appena come insetti; poi il pullulare delle cupole, quella del Gesù, di San Carlo, di Sant’Andrea della Valle, di San Giovanni dei Fiorentini, e tanti altri edifici ancora, tutti vibranti di ricordi. Castel Sant’Angelo con la sua statua scintillante; villa Medici, che dominava la città tutta intera; la terrazza del Pincio, dove i marmi biancheggiavano fra alberi radi; le grandi ombre di villa Borghese che, in lontananza, chiudevano l’orizzonte con le loro cime verdi. Cercò invano il Colosseo. Intanto il mite venticello del nord cominciava a disperdere i vapori del mattino. Sugli sfondi nebbiosi interi lembi di città spiccavano in linee rette, come promontori, in un mare diffuso di sole.

Emile Zola (da Roma, 1896)

 

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