“16 ottobre 1943”, di Giacomo Debenedetti, letto da Marco Onofrio

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“16 ottobre 1943” è un gioiello purissimo del Novecento, un’opera straordinaria che rimarrà a eterno monito dell’Uomo. Giacomo Debenedetti lo scrisse a Cortona (precisamente a Villa Baldelli, a S. Pietro al Cegliolo) dove – figurando nelle liste dell’Ovra – si era rifugiato con la famiglia, su invito di Pietro Pancrazi, e dove rimase fino al luglio 1944. Pubblicato per la prima volta nel dicembre di quello stesso anno sulla rivista “Mercurio”, il 16 ottobre ha una brevità così densa e compiuta da rasentare la perfezione che appartiene al più alto soglio della Letteratura quando sa farsi arte sublime nell’esprimere tutto il suo potenziale di vita e presa sul mondo. Contribuisce a questa dimensione sovratemporale – malgrado l’impianto evidentemente storico del testo – il nitore cristallino della scrittura dietro cui si avverte la grande lezione dei classici, lo stile teso come una corda di violino dove neppure una virgola è poco meno che necessaria, la precisione chirurgica con cui ogni parola aderisce alle cose, manifestandole nelle pieghe più complesse e nascoste, tanto che davvero – come nota Natalia Ginzburg – “sembra che a parlare, nel racconto di Debenedetti, sia la stessa realtà” dei fatti atroci, nella sua terribile evidenza. Gli è che il 16 ottobre obbedisce a un mandato sacro di giustizia che impone alle parole di essere alte e solenni di pietas nel dar voce e memoria a chi è stato oggetto di tanta assurda persecuzione. La personalità dello scrittore diventa un soggetto collettivo che si eclissa come individuo per consentire la manifestazione corale di quanto accaduto.

La scansione ieratica delle scene che si susseguono, a mo’ di tragedia greca, si percepisce fin dalle prime pagine, dove incontriamo la mitica Cassandra sotto i panni dimessi della Celeste, “una donna vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia” e preda di un’agitazione che “le ingorga le parole, le fa una bava sulla bocca. È venuta da Trastevere di corsa” perché ha saputo che c’è una lista di ebrei da deportare e vuole avvertirli del pericolo. L’indiscrezione corrisponde al vero: la lista è stata approntata di corsa, con omissioni ed inclusioni arbitrarie, dagli impiegati dell’anagrafe romana. Ordine delle SS, mandante il famigerato Herbert Kappler. Ma ancora una volta, Cassandra non viene ascoltata: “nessuno volle crederci, tutti ne risero”. Così funziona la comunicazione tra gli uomini: la fonte qualifica il messaggio, determinando la sua autorevolezza e la sua stessa attendibilità. Ebbene, “tutti sanno” che la Celeste “è una chiacchierona, un’esaltata” dagli occhi spiritati, e poi “si sa che in famiglia sua sono tutti un po’ tocchi”… Come si fa a darle ascolto? “Credetemi! Scappate, vi dico! – supplicava la donna”. E invece prevale la vox populi del “si sa”, del “tutti sanno”. E qui interviene il commento di Debenedetti: “Contrariamente all’opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti. Per meglio dire: sono diffidenti, allo stesso modo che sono astuti, nelle cose piccole. Ma creduli e disastrosamente ingenui in quelle grandi”. Hanno inoltre un “disperato bisogno di simpatia umana” per sottrarsi al destino di “essere trattati come cani”. E infine, un rispetto assoluto per l’Autorità e la Giustizia.

Ecco spiegato il motivo per cui gli ebrei di Roma si fidarono incredibilmente dei tedeschi! Anche perché ritenevano di aver già pagato pegno: il 26 settembre Kappler aveva imposto una “taglia di 50 kg. d’oro, da versare entro le ore 11 del successivo martedì 28. In caso di inadempienza, razzia e deportazione in Germania di 200 ebrei. Praticamente: poco più di un giorno e mezzo per trovare 50 chili d’oro”. Era sin da allora emblematica la natura pretestuosa del diktat, e tale sarebbe dovuta subito apparire. Ma gli ebrei avevano tentato di corrispondere per vie ragionevoli, impegnandosi ad avallare la folle richiesta, e – aiutati dal Vaticano e dal resto dei concittadini romani – ce l’avevano fatta. I nazisti, per tutta risposta, prima negarono che l’oro ammontasse a 50 Kg. (e invece era anche di più!), poi rifiutarono di rilasciare ricevuta. Le SS si presentarono l’indomani alla Comunità ebraica e asportarono archivi, documenti, registri, soldi. Tornarono l’11 ottobre per asportare la biblioteca del Collegio Rabbinico e quella della Comunità. C’era di che allarmarsi per mettersi in salvo, dinanzi a tali ripetute e tanto ravvicinate angherie. Ma gli ebrei confidavano in una lealtà che quelle belve – chiuse nella guaina attillata delle loro divise – non volevano né potevano avere: verboten, ovvero “proibito l’accesso all’uomo”. E poi gli ebrei erano “pigri, attaccati ai loro luoghi”, e dunque poco acconci ai cambiamenti repentini, alle reazioni immediate. Per cui “dormivano nei loro letti verso la mezzanotte del venerdì 15 ottobre, allorché dalle strade cominciarono a udirsi schioppettate e detonazioni”. Drappelli di soldati sparano in aria e lanciano bombe a mano, e intanto urlano e schiamazzano: “voci e grida squarciate, colleriche, sarcastiche, incomprensibili”. E la ragione di quell’inferno? … “forse la vera ragione” prova a rispondere Debenedetti “era proprio che non ce ne fosse nessuna: l’inferno gratuito, perché riuscisse più misterioso, e perciò più intimidatorio”. Forse ci sarebbe ancora la possibilità di fuggire, ma dopo qualche ora i tedeschi, col loro passo pesante e cadenzato, cominciano a “bloccare strade e case del ghetto”: il quartiere è ormai circondato.

Ed ecco che la machina documentale del grande scrittore biellese si produce – mettendo a fuoco il cristallo purissimo del suo obiettivo – in uno zoom quanto mai opportuno, a questo punto della narrazione. Dalle strade agli interni: “Entriamo ora in una casa di via S. Ambrogio, nel Ghetto. Potremo seguire la razzia in tutte le sue fasi”. È il male della Storia – in questo caso il male assoluto – che mette in moto, inesorabile, la sua necessità: “La fatalità svolgeva il suo lavoro sostanzioso, senza preoccuparsi del cerimoniale, senza badare alle inezie di forma. Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza, che lì per lì non lasciava campo nemmeno allo stupore”. E il meccanismo disumano ingenera un dramma collettivo, attraverso scene fulminee tipo questa:

«Sterina! Sterina!»
«Che c’è?» fa quella dalla finestra.
«Scappa, che prendono tutti!»
«Un momento, vesto pupetto, e vengo».

… con relativa didascalia: “Purtroppo vestire pupetto le fu fatale: la signora Sterina fu presa con pupetto e con tutti i suoi”. Ingenuità su ingenuità: gli ebrei credono che le SS porteranno via soltanto gli uomini in forze per il “servizio di lavoro” e non pensano a mettere in salvo vecchi, donne e bambini. Invece i tedeschi “prendono tutti, ma proprio tutti”. Ovunque tramestii, lamenti, grida terrorizzanti: Debenedetti non ci esime dal “sonoro” del “film” che sta tragicamente ricostruendo, sul nastro irredimibile del tempo, con la “mdp” della sua scrittura.

Le famiglie rastrellate e incolonnate vengono spinte avanti coi calci dei mitra. Lo stupore cede subito alla rassegnazione: qualcosa è parte del DNA degli ebrei, qualcosa che “si ricorda di avi mai conosciuti, che erano andati con lo stesso passo, cacciati da aguzzini come questi, verso le deportazioni, la schiavitù, i supplizi, i roghi”. Una memoria ancestrale della tragedia. I nazisti “amano la regia, la teatralità, la solennità nibelungica atra e terrificante” e quindi urlano senza motivo, “probabilmente solo per tenere desto il terrore e vivo il senso della loro autorità” basata sul sopruso e la violenza. Nessuna pietà: “i malati, gli impediti, i restii erano stimolati con insulti, urlacci e spintoni, percossi coi calci dei fucili. Il paralitico con la sua sedia venne letteralmente scaraventato sul camion, come un mobile fuori uso su un furgone da trasloco. Quanto ai bambini, strappati alle braccia delle madri, subivano il trattamento dei pacchi, quando negli uffici postali si prepara il furgoncino. E i camion ripartivano, né si sapeva per dove”. Mobili, pacchi, cose: le persone umane relegate al rango di oggetti da usare e dominare brutalmente. Altra scena: “Un giovanotto si stacca dalla fila: ha ottenuto di andare a prendere un caffè, sotto la sorveglianza di una SS, che però non accetterà di «tenergli compagnia». Deglutisce rumorosamente, la tazzina gli trema nelle mani, e anche le gambe gli ballano sotto. Gira gli occhi smarriti verso i tavolini, dove si è seduto a giocare a carte nelle sere che avevano ancora un indomani. Con una specie di sorriso timido e stanco, domanda al caffettiere: «Che faranno di noi?» Queste povere parole sono tra le poche lasciateci da coloro nell’andarsene”. Debenedetti ci fa sentire la disperazione e il terrore indicibili di chi è stato preso, cui fa da contraltare l’impotenza degli altri romani, quelli non ebrei, che assistono allo scempio. «Che faranno di noi?» è la domanda sconsolata e disperata di chi sta per lasciare il consorzio umano, l’ambito della cosiddetta civiltà (ma è poi tale se può partorire simili orrori?) per entrare in una “nuova esistenza oscura e terribile”, quella dei sotto-uomini.

I tedeschi continuano a rastrellare: bussano, e se nessuno risponde sfondano le porte. E trovano le famiglie in “esterrefatta attesa”, gli occhi “ipnotizzati” e il cuore “fermo in gola”. Il caposquadra legge in tedesco gli ordini, anche se il testo è bilingue: in 20 minuti occorre essere pronti per la partenza, pronti per l’inferno. Qualcuno si illude di non aver capito bene, qualcun altro si ostina a immaginare un “dopo”. Ormai tutti gli angoli delle strade sono piantonati. Ogni cosa sembra fatale ed evolve inevitabile, come nel peggiore degli incubi: “Azionato dalla forza motrice, travolto esso stesso dall’ingranaggio della macchina, il volano spiega tutta la sua forza nello sfracellare il malcapitato che vi si impiglia”. Qualcuno che aveva provato a nascondersi (ad esempio nel cassone dell’acqua) viene scoperto e catturato. Qualcun altro, più pronto a fuggire, viene acciuffato proprio quando “si credeva ormai in salvo”. C’è chi “bacia le proprie creature: un bacio che cerca di nascondersi ai tedeschi, un ultimo bacio” nota Debenedetti “tra quelle vie, quelle case, quei luoghi che li hanno veduti nascere, sorridere per la prima volta alla vita”.

La razzia si protrae fin verso le 13, lasciando il Ghetto nella più totale desolazione. E non solo: anche “tutta Roma era rimasta allibita”. Molte SS approfittarono dell’automezzo a disposizione, sia pure carico di ebrei razziati, per fare un giro turistico della città. Era tipica dei nazisti questa beffarda distonia psicologica, spesso sadicamente esibita, verso la reale essenza umana delle situazioni; e veniva esibita proprio per sottolineare che – come giustificato dalla loro delirante ideologia – vessando i sotto-uomini non avevano a che fare con persone dotate di sentimenti ma con cose inerti, degne della massima indifferenza. Queste “capricciose peregrinazioni” ingenerarono negli ebrei le più diverse e inquietanti congetture sulla loro destinazione. Molti camion sostarono a Piazza S. Pietro e i soldati ammiravano le opere d’arte mentre “da di dentro dei veicoli si alzavano grida e invocazioni al Papa, che intercedesse, che venisse in aiuto. Poi i camion ripartirono, e anche quell’ultima speranza era svanita”.

I deportati vennero ammassati nel Collegio Militare, a Palazzo Salviati in via della Lungara. Dopo qualche ora, tra lamenti, urla terribili delle SS e conseguenti attimi di silenzio, cominciò a suppurare l’aria sia perché le imposte erano state ermeticamente chiuse, sia perché “sentinelle e sorveglianti impedivano quasi sempre di raggiungere le latrine. Il proposito di umiliare, di deprimere, di ridurre quella gente a stracci umani, senza più una volontà, quasi senza più rispetto di se stessi, fu subito evidente”. La detenzione a Palazzo Salviati durò fino all’alba del lunedì, 18 ottobre, quando gli ebrei vennero tradotti alla stazione di Roma Tiburtina e stipati su “carri bestiame, che per tutta la mattina rimasero su un binario morto”. Alle 13.30 il treno venne affidato al macchinista Quirino Zazza. “Il treno si mosse alle 14”. Una giovane ha poi raccontato che il suo treno, diretto a Roma da Milano, incrociò a Fara Sabina il “treno piombato, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano,” commenta Debenedetti “è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro”. Ed è sulla dissolvenza di questo terribile fotogramma che si conclude il racconto indimenticabile che dà voce e giustizia postuma agli oltre 1000 deportati del 16 ottobre 1943, “colpevoli” soltanto di essere ebrei, oltre che italiani, cioè freschi nemici e traditori del Terzo Reich. Lo sdegno suscitato dallo splendido libro di Giacomo Debenedetti si rinnova di nuove emozioni ad ogni lettura e vale a percepire l’inscalfibile certezza generata da quegli (come da altri) orrori dell’uomo contro l’uomo: non deve accadere mai più.

Marco Onofrio

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