“La parola detta”, di Stefania Di Lino, letto da Marco Onofrio

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Poesia potente, vulcanica, antropologica e rivelatrice, quella di Stefania Di Lino (La parola detta, Milano, La Vita Felice, 2017, pp. 108, Euro 13). L’originale spaziatura grafica orizzontale, coi versi che non vanno a capo, e l’assenza di punti fermi (le composizioni concludono con la virgola) sono funzionali al retroterra filosofico e psicologico che presiede alla profondità inusuale della sua scrittura. La quale sembra nascere da una frattura ancestrale, che l’autrice stessa definisce “lacerazione interiore originaria” alla base del mondo e della nostra esistenza di individui (giacché ognuno riproduce e ripercorre in sé il dramma cosmico, con la separazione dalla luce madre che precede la nostra nascita, da cui appunto veniamo strappati per incarnarci in un corpo).

Scrive Stefania Di Lino: “Il poeta conserva in sé / un’antica tragedia / di cui ancora non conosce i versi”. Una tragedia che ci è rimasta nel DNA e nel sangue, anche se non ne conserviamo memoria cosciente: “è il grido stesso insito nel respirare / è l’aria che entra / è la vita stessa a far male”. L’urlo espressionistico dell’esistenza emerge dai canali sopracuti e medianici, di cui è dotato – per natura e cultura – l’apparato percettivo del poeta/sciamano/taumaturgo: “ed è strappo lacerazione // perdute andranno le cose nei buchi luttuosi delle mani // sarà lamento universale / rimpianto astrale se ascolti”. E il poeta ascolta perché è attento, è un “guardiano del divenire” e un “raccoglitore di stelle cadenti” che percorre un “sentiero nascosto” e si ritaglia un rifugio, un luogo parallelo al corso ordinario delle cose, “una enclave vicino al margine”. Da lì può meglio esercitare il suo culto necessario della verità, accogliendo coraggiosamente “l’atrocità scoperta / ai margini di un verso”. E quindi la realtà ultima, quella più dolorosa, oltre il velo pietoso delle illusioni. Come ad esempio in questo passaggio tremendo: “Mia madre ora è una donna cava / con le sue ossa cave / su zampette di uccellino”.

La poesia è deputata a sviscerare il nucleo delle cose ultime, per quanto sgradevole e osceno, e allora “di morte si parla / ed è la vera narrazione”. Il poeta scava per tutti la tana che, affondando la polpa del dolore “tra acque sorgive e pozzi neri”, protegge dalla follia dell’assurdo grazie all’“ebbro cantare della notte” evocando il “sollievo / che vince sul peso delle cose” e una speranza di salvezza che alleggerisca il “soma del cammino”. La morte sterminatrice deve fare i conti, infatti, con la forza sacra dell’essere, cioè con l’infrenabile spinta della vita: cade un seme, casualmente, “negli interstizi angusti di una crepa / tra sassi inerti / depositati tra rotaie” eppure ne esce e ne fiorisce una pianta con “infinita ingenuità” intrisa di “gentilezza tenera e sacrale” che, malgrado tutto, crede e spera nel futuro. È l’“oscura ragione / delle cose attorno” che guida la potenza schiacciante del divenire. La vita “accade” mentre il cielo viaggia e il poeta, col suo sguardo affilato, coglie l’“identità in nuce sintetica / compressa sulla soglia” del fenomeno insorgente, poiché il sentimento del tempo e del dolore lo rende capace di ascoltare “persino il rumore / di una foglia che cade”, e quindi pronto a scoprire le radici invisibili e sconosciute: del dolore stesso, della forza, della vita, del silenzio e anche delle parole, che quando vengono “ritrovate” sono “odorosi pollini / polveroso pulviscolo di spore”.

Lo sguardo del poeta è così strano e così nuovo da aprirsi a una diversa geometria dello spazio, e infatti qui si parla spesso di angolazioni, simmetrie, vertigini, cadute, rotolamenti, etc., ma anche di “sezione aurea” e, d’altro canto, “distanza utopica” per cui scrivere è sempre “girare attorno” e “mai centrare”, ma “del centro narrare / gli spigoli vivi”: “tutto mi disorienta / tutto è mancanza” scrive Stefania Di Lino significando l’imperfezione e la precarietà che segnano l’esperienza, quaggiù, rispetto all’assoluto. Abbiamo solo “infermità di parole” da opporre all’“impossibile da narrare” e questo rende la scrittura un “lungo nominare”, cioè l’infinita rincorsa del linguaggio alla verità, alla reale essenza delle cose. Si è sempre separati da una differenza irriducibile, e restano parole – agli angoli dei pensieri – che non possono tramutarsi in lingua. E infatti “si scrive / fino all’esaurimento del mistero / per questo / e per altro ancora / si scriverà per sempre”. Eppure “c’è tutto l’universo ancora da scrivere / se solo tu sapessi”.

Le parole sono sporche di terra, sono impure, ma si sollevano dal fango per aprirsi “al cielo e al vento” traguardando “un tempo migliore da espugnare”: “sarà cura, allora / sarà grazia”, fioritura, scia futura, “eco straordinaria” diffusa nell’aria e amplificata in cerchi “che si fa parola”. La parola detta, come dice Emily Dickinson citata nel colophon, non muore nel silenzio che la inghiotte ma anzi “solo in quel momento” comincia a vivere, seminando le sue spore come mani che spargono semi: così porta in sé “un lascito d’amore / un vento nuovo”, aprendo agli occhi un cielo carico di promesse rinnovate. La poesia, infatti, può essere “salvezza, unguento” e “medicamento”, a patto però che le parole siano scritte col sangue “che sgorga da un dolore che non passa” e siano prelevate come “cellule / dal nervo osseo centrale” e siano “surrogato / medicamento elaborato / di ferite leccate lenite”.

Occorre conoscere le stagioni, saperne il fiorire, credere fermamente nelle ragioni del tempo, dirsi amore con il coraggio di camminare sul filo. La società liquida ha dissolto nell’abbandono della corrente la resistenza di “noi che duro scoglio siamo stati / (…) contro i marosi del novecento”. Siamo tentati dall’esempio della “foglia arresa / che si lascia cadere dal ramo”: la memoria storica sbiadisce, i ricordi perdono ogni giorno particolari, anche se sulla fronte ci cola il sudore “di una guerra mai finita”. Abbiamo a che fare coi “frammenti” di un mondo senza più centri di gravità, e coi “piccoli omicidi efferati / perpetrati da ogni giorno che passa”. Lo sradicamento rende estranea e inutile “ogni narrazione”, come “parlare al deserto”. Tuttavia, benché per quanto dicessero mai furono ascoltati, spetta ai poeti la voce del dissenso, il compito di “incendiare le notti”, “dar fuoco ai pensieri”, spingere a “volare alto / trasformando in ali le dita”. Il poeta vede nel vuoto le “scie disperate” delle genti in cammino e lì ritrova “l’esatta misura del mondo”. In quel vuoto c’è la “giusta eloquenza” per capire i silenzi che ci recludono, e allora chi scrive a queste latitudini dell’Uomo lavora sodo “di lima e sudore” per segare le sbarre invisibili della prigione in cui trascorriamo l’esistenza.

Ci vuole lo speciale talento dell’aurea mediocrità, oppure la benedizione d’essere inondati dalla vita, per fingere che tutto sia normale: non solo la storia che stiamo vivendo, ma l’esistenza stessa del mondo, questo infinito mistero di fenomeni sospesi “tra meraviglia e orrore / tra disperazione e stupore”. Le stelle e le nuvole vanno per conto loro e “indifferenti altrove voltano lo sguardo”. Ogni fenomeno, a ben vedere, risponde a vibrazioni e alterazioni infinitesime di forze: anche l’arancia che cade “mossa da chissà quale mano”. Diamo per scontato l’incredibile, e appunto a questo “serve” la poesia: a de-automatizzare le assuefazioni e la banalità di cui è ammantato il nostro modo, pigro e comatoso, di vivere il prodigio. La poesia è un albero luminoso di epifanie, “si scrive da lucidi / come in un sogno” lasciando fiorire la scintilla divina che ci abita.

Il poeta un po’ è un vaso elettivo di queste rivelazioni, e un po’ un Prometeo sobillatore che ha sul volto “tutte le età del mondo” mentre macina sogni, interpreta segnali e legge presagi, portandosi fino all’“origine profonda dei suoni” da cui si innalza il senso universale delle cose, anche le minime e le infime. Ma il dissenso non basta, occorre un sabotaggio consapevole, sistematico, insistito. La parola di Stefania Di Lino è annodata strettamente alla denuncia: “parlo di rami e radici violate (…) di rari camminamenti (…) del tempo passato / e dei momenti degli esseri viventi / a discernere / a leggere del pietrisco / le mute sostanze dei fossili insorgenti”. E ancora: “parlo dell’abolizione di ogni confine sul globo” (…) “del libero fluire” (…) “della natura e della dimensione umana” (…) “parlo di un tempo e che torni / che torni di nuovo questo tempo / infine / ad essere il nostro”.

L’umanità? È ormai un “mosaico cadente” dove viviamo una condizione di “anonima solitudine” nel peggiore dei mondi che oscilla tagliente, come una spada di Damocle, “sulla testa di tutti”. Per questo la poesia di Stefania Di Lino, etica nella misura in cui profondamente umana, e civile senza darsene il tono, cerca un varco nel tempo per traguardare una “dimensione atemporale / un istante tra l’inizio e la fine del mondo / una soglia sottile tra la vita e la morte”: è lì che “risuonano familiari e tuoi // i gridi dei gabbiani / e di tutti i poeti del mondo”. Ma occorre scavare nella gola e nella voce, sporcarsi le unghie di sangue, essere pronti e disposti a vivere tutto: i versi abbattono i muri e volano liberi solo se, come in questo caso, arrivano dritti al cuore. Qui accade la parola che “immaginando crea” e “nomina creando” per incarnare l’epica della irreversibile realtà, dando voce al nesso che fa da perno al divenire in cui siamo racchiusi, tra l’amore e la sua stessa consunzione. Poiché “non c’è mai una riparazione totale” o vero rimedio alle cose che accadono, e nella eventuale ricostruzione “manca sempre qualcosa”; ma questo non ci esime dal dovere urgente di dirci “ora / tempo di amorevole compimento / per dire ora chi siamo”.

Marco Onofrio

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