“Elefanti a Roma”, di Orietta De Filippis – I

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Quando i romani sentono parlare di elefanti il loro pensiero corre a Pirro e alla battaglia di Eraclea, ma soprattutto ad Annibale, il mitico condottiero cartaginese che con il suo esercito, a dorso di elefanti (i carri armati dell’antichità), attraversò le Alpi deciso a conquistare Roma. La sorpresa e il terrore dei nostri antenati, allora, fu tanta, ma dopo le guerre puniche, anche noi abbiamo imparato a conoscere, a gestire e a impiegare, in guerra e non solo, questi animali, che chiamavamo i “buoi lucani”. I primi elefanti si videro a Roma nel 275 a. C., quando quattro pachidermi, sottratti a Pirro, vennero fatti sfilare nei festeggiamenti per il trionfo del console Manio Curio Dentato, l’eroe plebeo. Qualche anno più tardi, dopo la vittoria riportata nella battaglia di Palermo nel 251 a. C., un altro console, Lucio Cecilio Metello, per celebrare il suo trionfo, fece sfilare nell’Urbe dodici comandanti cartaginesi e circa centoventi elefanti; così questo animale divenne il simbolo della sua familia, e comparve più volte, proprio a ricordo dell’avvenimento, sulle monete coniate in onore dei Cecilii.

Da allora gli elefanti divennero sempre più di casa a Roma, tanto che, come racconta Plutarco, Pompeo, nel 79 a. C., avrebbe voluto che quattro elefanti trainassero il carro del suo trionfo, ma fu costretto a ripiegare sui cavalli, perché le porte della città, troppo strette, non consentivano il loro passaggio. Gli archi di trionfo vennero così sempre più spesso sormontati da quadrighe trainate non più da cavalli, ma da elefanti (come si vede sulle monete del tempo, in un bassorilievo sull’arco di Costantino e nel rilievo Torlonia raffigurante il porto di Roma). E questi animali vennero sempre più utilizzati per gli usi più svariati; a tal proposito si ricorda che l’imperatore Adriano si servì di ben ventiquattro elefanti per spostare dalla Domus Aurea la colossale statua di Nerone.

L’elefante è stato il simbolo di una delle legioni romane. Cesare, infatti, nella battaglia di Tapso, armò i legionari della V Alaudae (una delle legioni più coraggiose) di lunghe aste con cui colpire le zampe dei pachidermi e metterli così fuori combattimento. La tattica funzionò: i soldati ressero la carica degli elefanti e la legione prese come simbolo l’animale stesso. Sempre Cesare, nel 46 a. C., in uno dei suoi quattro trionfi, quello per celebrare la vittoria sulle Gallie, salì al Campidoglio di notte con un suggestivo corteo di quaranta elefanti, schierati ai suoi fianchi, che portavano torce per illuminare il percorso. Elefanti, come già detto, compaiono sulle monete: sul denario di Cesare, sul sesterzio di Tiberio, nei coni emessi da Nerone, Tito, Domiziano, Antonino Pio, Commodo, Settimio Severo, Caracalla, Geta, Elogabalo, ecc. In età imperiale, gli elefanti venivano esibiti nelle arene, venivano impiegati come animali da traino per i carri che trasportavano le immagini degli imperatori morti e divinizzati, venivano utilizzati nelle venationes (le cacce) e nelle lotte (nelle quali, l’impresa finale che veniva chiesta al gladiatore che voleva la libertà, era quella di uccidere da solo un elefante). Dione Cassio narra delle esibizioni venatorie dell’imperatore Commodo, nel corso delle quali l’imperatore stesso abbatteva ogni genere di animali, elefanti compresi.

Oltre che sulle monete, gli elefanti vennero raffigurati sui sarcofagi e nei mosaici e addirittura nelle matrici per dolci. Elefanti bronzei erano sulla via Sacra, al tempo di Teodato. Nell’antico foro Olitorio (o degli erbaggi) era visibile, almeno fino al 1122, la statua dell’“Elephas herbarius” (“fabbricato da Augusto a spese degli erbaiuoli”), che dava il nome alla contrada, detta appunto dell’Elephantum. A questo pachiderma maestoso, coraggioso, saggio, paziente, obbediente ai comandi, lento e buffo, ma anche forte, pericoloso e aggressivo, erano attribuite qualità morali e di comportamento, pudore, temperanza, purezza, operosità, memoria, longevità, mansuetudine e probità. Gli elefanti erano gli animali più amati dagli dei; si pensava che fossero sacri ad Apollo e consacrati al sole, che fossero dotati di intelligenza, capaci di comprendere il latino e il greco e di saper leggere e scrivere.

Nella cultura occidentale l’elefante divenne emblema mariano e simbolo del battesimo. La forza incrollabile e la torre che poteva trasportare ne fecero l’emblema della Vergine Maria, casta e pura, tant’è che, nel IX secolo, elefanti compaiono raffigurati su due vesti donate da Leone III a due chiese romane, S. Giorgio e S. Michele Arcangelo. Nonostante ciò, con la caduta dell’impero romano, gli elefanti caddero nell’oblio. Eppure questi animali, che tanto sorpresero i nostri antenati, erano stati di casa a Roma. Per quasi un milione di anni la Campagna romana, chiamata dai paleontologi la “terra degli elefanti”, è stata una terra africana per clima, vegetazione, corsi d’acqua e aree paludose, dove elefanti, rinoceronti e ippopotami scorrazzavano maestosi. E il sottosuolo di Roma ha restituito, già nel passato, resti fossili di questi animali che hanno arricchito numerose collezioni private. Solo dall’inizio dell’Ottocento, e soprattutto a seguito degli interventi di urbanizzazione del 1870 e con gli sventramenti del ventennio fascista, una serie di scoperte, per lo più casuali, hanno portato alla luce una realtà affascinante. A Roma sono un centinaio i siti in cui sono stati trovati resti di elefanti. I ritrovamenti più cospicui, risalenti al Pleistocene medio e superiore (300.000/200.000 anni fa), sono quelli avvenuti lungo la valle dell’Aniene e del Tevere, a Casal de’ Pazzi, nei pressi di Rebibbia e lungo la via Nomentana, nella cava di Saccopastore. Resti di una cinquantina di elefanti sono stati rinvenuti nel 1984 a La Polledrara di Cecanibbio, a 13 km da Roma, tra via Aurelia e via Boccea. Nel Museo lì allestito, è possibile vedere il giacimento e soprattutto un mastodontico “elephas antiquus”, dalle enormi zanne dritte, con ossa composte, macellato e circondato da strumenti litici. Resti di elefanti sono visibili anche nel Museo di Casal de’ Pazzi. Non a caso il fumettista Zerocalcare, che a Rebibbia vive, ha dedicato al Paleoloxodon del suo quartiere il murale che ha realizzato sulla facciata di quella stazione metro.

Ossa di elefanti sono state rinvenute anche nel centro di Roma: a piazza Venezia (durante gli scavi eseguiti per realizzare il monumento a Vittorio Emanuele I), a via dei Fori Imperiali (allorché furono fatti gli sbancamenti per realizzare la stessa via) e nel sito della Sedia del Diavolo, vicino a viale Libia. Tutto ciò, però, appartiene al nostro remoto passato; gli elefanti, che erano ricomparsi con l’Impero romano, vennero dimenticati e per secoli non ve ne fu più traccia. Soltanto nel Cinquecento se ne tornò a parlare perché un elefante arrivò a Roma. Ciò accadde allorché Manuel d’Aviz I, re del Portogallo, zelante propagatore della religione cattolica, necessitando dell’appoggio economico e politico del papa per mettere le mani sul mercato delle spezie, pensò di ingraziarsi il pontefice e la corte romana portando in dono le cose più strabilianti. Le cronache del tempo raccontano che “una spedizione di 140 uomini, con una quantità prodigiosa di oggetti di inestimabile valore, sbarcò a Porto Ercole, attraversò campagne e villaggi recando un tesoro di tessuti, broccati, oggetti d’oro, gioielli, animali esotici e un elefante”. E leggendo ciò Cesare Pascarella commentò: “Ma figurete un po’ come restorno tutte quele mijara de persone, quanno veddero quela processione De tutto quanto quello che portorno! Servaggi incatenati, pappagalli, scimmie africane, leoni, lionfanti, pezzi d’oro accusì, che pe’ portalli l’avevano da mette’ sur carretto”. Il pachiderma, “dalla incredibile magnitudine corporea”, al quale fu dato il nome di Annone, come il generale cartaginese di Annibale, entrò a Roma da Porta del Popolo il 12 marzo 1514, accompagnato dal suo istruttore indiano e da un guardiano saraceno, con “una gualdrappa di broccato d’oro e velluto cremisino” e sulla groppa “un castello d’arzento con molti torioni” e “in piedi una pantera che par uno leopardo”. Fu accolto da conti, duchi, ambasciatori, dame, vescovi, cardinali e curiosi, e sfilò trionfale tra la meraviglia e l’entusiasmo della folla assiepata lungo il percorso, che aveva invaso le strade fin sui tetti delle case. Annone, che aveva quattro anni, era bianco ed era “cusì mirabilmente grande” (anzi era “grande come tre bovi”), divenne presto uno dei personaggi più importanti del mondo di allora, tanto che fu ossequiato dai maggiori dignitari, segnalato da cerimonieri e diaristi, cantato da poeti, illustrato da incisori, intarsiatori, scultori e perfino effigiato da Raffaello su una torre del Vaticano. Pietro Paolo Montagnani scrisse che “quell’animale era così istruito in giuochi mirabili e graziosi, che sembrava dotato di umano intendimento. Lo si riteneva nei dintorni del palazzo pontificio, per la piazza del Vaticano e ne’ borghi, né conducevasi nell’interno di Roma, perché si conosceva difficile indurlo a tragittare il ponte S.Angelo”. Annone “danzava con grazia e tanto amore, sembrava che facesse tutto ciò che il moro comandava” e il popolo era convinto che “intendesse due lengue, come creatura humana, zoè la portogalese e indiana”. Il pachiderma imparò ad obbedire ai comandi del suo istruttore, dapprima alla voce, poi comprendendone al volo gli impercettibili cenni. Quando il papa si affacciava alla finestra del palazzo, Annone s’inginocchiava e lo salutava rispettosamente tre volte. Sapeva barrire con discrezione, inginocchiarsi, chinare il capo, strusciare la proboscide sulle pantofole papali: divenne così il beniamino della corte. L’Archibestia visse dapprima nel cortile del Belvedere, che ospitava già le “galline vaticanesche”, e dove erano presenti, in quel serraglio, struzzi, aquile, cervi, tori, “zibetti, scimie, papagalli, lioni, liofanti, babuini, gattimamoni, et altri animali più stranieri” e un camaleonte (animale a quel tempo quasi sconosciuto). In seguito, per Annone, fu costruito un edificio ad hoc, alla fine del Borgo Sant’Angelo, tanto che la zona prese il nome di Borgo dell’elefante e Leone X, nella sua magnanimità, per soddisfare la curiosità del popolo, permise ai romani, ogni domenica, di visitare l’amato pachiderma.

La missione di Manuel d’Aviz I ebbe, naturalmente, successo. Tutte le sue richieste furono accolte. Il re e gli accompagnatori ricevettero onori e doni. Il papa fu così contento che concesse libero e gratuito accesso nei teatri ai Portoghesi, per tutto il tempo che fossero rimasti a Roma. Di questo privilegio ne approfittarono anche numerosi romani che, facendosi passare per “portoghesi”, entravano a sbafo non solo a teatro, ma ovunque potessero evitare di sborsare moneta. Celebre è la frase “Oste io nun te pago gnente che so’ portoghese, nun se sente?”. Da allora il popolo chiamò “portoghesi” coloro che entrano “gratis” dove si dovrebbe pagare. [continua]

Orietta De Filippis

Orietta De Filippis

Un pensiero riguardo ““Elefanti a Roma”, di Orietta De Filippis – I

  1. Orietta De Filippis si dimostra sempre più una scrittrice di pregio, estrermamente documentata e di grande e puntigliosa precisione nei riferimenti storici. Complimenti a lei e, naturalmente, anche a voi che la ospitate mettendone in risalto le qualità. Pino Mariani

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