“Due questioni forse letterarie”, di Dante Maffìa

apertura-1030x615

Ci sono due questioni, in letteratura, che mi hanno sempre angustiato e spesso mortificato: quella che stabilisce chi sono i Maggiori e chi sono i Minori, e quella delle metodologie critiche.

Ho avuto modo di approfondire e studiare con serietà gli scritti di Tommaso Campanella e quando mi sono trovato a leggere dei testi che lo catalogavano come minore, sia in letteratura e sia in filosofia, ho sentito che si trattava di un arbitrio, di un vezzo abitudinario che però perpetuandosi faceva torto e distorceva le valutazioni creando una sorta di scala davvero senza ragioni. Lo stesso mi è accaduto per Guicciardini, per Lorenzo Il Magnifico, per il Pulci, per Giambattista Basile (si pensi soltanto all’influsso che Basile ha avuto nel mondo della fiaba ispirando, tra gli altri, i Fratelli Grimm), per Metastasio, per Luigi Capuana, per Federico De Roberto, per Guido Gozzano. Senza parlare delle triadi, offensive per qualsiasi lettore attento. Manzoni, Foscolo e Leopardi? E Belli dove lo mettiamo? E Di Giacomo? E Tommaseo?Saba, Montale e Ungaretti? Oppure Saba, Quasimodo e Cardarelli?

Se non ricordo male l’editore Marzorati, negli anni settanta fece una collana dei Maggiori e una dei Minori. Tutto incasellato e stabilito, con il beneplacito di tutte le Accademie. Con simili criteri si arrivò addirittura allo scandalo nelle storie letterarie italiane quando a Edmondo De Amicis venivano dedicate fiumi di pagine e a Collodi appena una citazione, mentre veniva tradotto in tutto il mondo con un interesse sbalorditivo. Le semplificazioni, secondo i compilatori delle storie letterarie e delle antologie scolastiche, dovrebbero aiutare ad avvicinare ai testi e renderli a portata di logica puntando soprattutto all’importanza degli esiti, invece accade che la schematicità, da non confondere con la semplicità, porti disinteresse, e la letteratura appaia una sorta di ragioneria che bisogna seguire per non perdere l’essenza dei grandi, non l’essenza de “La città del sole” o “Dei delitti e delle pene” o de “Il marchese di Roccaverdina” o di “Su fondamenti invisibili”. Un gioco perverso, come perverso per decenni è stato l’obbligo di mettere in primo piano “I promessi sposi”, dichiaratamente esemplato sul modello di un mediocre narratore come Walter Scott, e non, per esempio, “Il viaggio elettorale” o “La giovinezza” di Francesco De Sanctis, che avrebbero educato a una lingua italiana precisa e lineare senza bisogno di risciacquature in Arno.

Non sarebbe più equo presentare i testi e gli autori senza aggettivazioni roboanti, senza imposizioni, in modo che il lettore possa da sé godere e, se opportuno, giudicare, vivere le pagine al di là di griglie imposte? Non mi si fraintenda. Esistono spesso enormi differenze tra un autore e l’altro, ma ancora più spesso un autore considerato “minore” ha dato indicazioni e impulsi che “l’alterigia” dei maggiori non ha dato magari perché ha le mutande sigillate. Si legga dunque liberamente, si colloqui, ci si lasci andare alle storie, alle immagini, alle parole, soprattutto alle parole che, se sono condite del giusto “lievito”, riescono a creare corti circuiti di grande importanza, miracolosi esiti e viaggi perfino nel Mistero. La scelta si faccia ma senza esagerare. Non dimenticherò mai una storia letteraria per i licei che dedicava a Manzoni circa cinquanta pagine, una quindicina a Leopardi e appena tre a Foscolo. L’autore aveva mai letto “De’ sepolcri” che credo sia l’opera più densa e perfetta dopo la “Commedia”? Aveva mai letto i sonetti impareggiabili dello zantiota?

Tutti questi mali, tutta questa confusione, vengono dalle metodologie critiche oltre che dall’essere succubi di una qualche religione o di un qualche partito politico. Sante metodologie critiche! Mi ci sono dannato su quel libro curato da Maria Corti e Cesare Segre per capire i meccanismi sottilmente e arbitrariamente perversi che stanno dietro ogni metodo. La critica linguistica ha scelto una parola e su quella ha disquisito con ragionamenti che non fanno una grinza, e così la critica estetica e poi quella filologica e quella storica per non parlare di quella simbolica, marxista, eccetera. Ma è possibile occuparsi di una poesia scegliendo una parola, un verso, un’idea che vi si legge sotto le righe e affermare la sua grandezza, la sua profondità o la sua mediocrità? Sarebbe come scegliere una donna perché ha un tic o un orecchio piccolo o un qualsiasi altro particolare, non so, il mignolo grazioso come un rametto di basilico.

La poesia è creazione, almeno questo non lo può negare nessuno. Mario Fubini ha cercato di ritornare più volte sull’argomento, affermando che non potrà mai essere valutata da griglie critiche predisposte, perché non sappiamo che volto avranno i nuovi versi. La poesia – il ritornello è antichissimo – deve trasmettere emozioni, mutare, seppure molto parzialmente, lo sguardo sulla realtà, deve dare la possibilità al lettore di entrare in una dimensione sconosciuta che però immediatamente deve diventare la più conosciuta da sempre, anche senza comprenderne il motivo nella sua interezza. Guai a quelli che dichiarano che hanno capito la poesia, che ne possono fare addirittura il riassunto (un tempo, purtroppo lo si faceva fare a scuola). Conosco l’obiezione dei così detti razionalisti, “il livello delle emozioni è diversissimo da persona e persona e dipende molto dalle acquisizioni culturali”. È vero, ma ciò non significa che le emozioni prodotte dai grandi poeti non siano in grado di amplificare attraverso il sentimento superando la diversità culturale, a patto che non si inserisca nel rapporto la “nenia” del fatterello, la ostinazione a credere che la poesia debba rappresentare drammi, tragedie e amori in superficie o debba essere una canzonetta affidata al cantautore di turno.

Alchimia difficile, ma se fosse facile non sarebbe appannaggio della poesia che trova “l’infinito nell’umiltà”. Nessun grande poeta è difficile se lo si legge con animo sgombro da catalogazioni e da aspettazioni assurde. Conosco più d’un artigiano e di un contadino che “godono” Dante o Tasso con una freschezza che i signori critici non immaginano neppure. Sono sempre state le cosiddette sovrastrutture (o come chiamarle?) a condizionare la lettura dei poeti, che se sono tali non hanno difficoltà a entrare in sintonia con il lettore. Già, non con tutti i lettori, ma con il lettore che ne sa ascoltare le pulsazioni, i battiti cardiaci, i sottintesi e non a tutte le ore del giorno. Questa è un’altra faccenda sempre trascurata. Lo stesso poeta, la stessa poesia non si presta ogni volta a entrare vivamente in contatto e dipende dal nostro umore, dalla nostra stanchezza, dal nostro voler essere o poter essere presente in quell’istante al rapporto.

La poesia non è una comunicazione, un numero prestabilito sul quadrante d’un orologio, e dunque la sua chimica aderisce solo se trova la disponibilità all’armonia al concerto. Non è neanche una scelta di vocabolario, altrimenti si cade nell’errore di osannare chi scrive versi nel dialetto di Tursi (Basilicata), cioè Albino Pierro che, non avendo trovato consensi ai suoi versi in italiano, giocò la carta del dialetto convincendo addirittura un santone come Gianfranco Contini. Un gioco riuscito anche a Franco Loi che, essendo dentro il potere editoriale, se la suonò e cantò come meglio gli parve. Poi però ci si meraviglia che i lettori di poesia si allontanino e diminuiscano. Sarà pure colpa in parte del computer e della falsa democrazia culturale che l’aggeggio impone, ma vogliamo ricordare lo scempio che ha prodotto il “Gruppo 63” e poi, genericamente indicandoli, i minimalisti? Vogliamo parlare di Patrizia Cavalli che Alfonso Berardinelli ha indicato come una grande poetessa? E non si tratta di gusto, di scuole, di simpatie o antipatie, di condivisione massonica o d’altro genere a farmi respingere il gratuito, la trovata, la tautologia scodellata come una torta; si tratta di conoscenza della poesia, quella conoscenza che nasce dopo avere attraversato tutti i classici, italiani e stranieri, greci e latini, dopo avere meditato e confrontato a lungo. Ho letto poeti che non ho amato, che però mi hanno inquietato, aggredito, contestato, ma sono poeti, non “invenzioni” della critica, non prodotti per un mercato tra l’altro inesistente. Allora? Inesistente o meno, i critici che hanno fatto le “grandi scoperte”, che hanno avvistato “le novità”, che hanno avallato perfino la balbuzie giocosa di Vivian Lamarque e la letterarietà sussiegosa di Maurizio Cucchi magari poi hanno vinto la cattedra universitaria o hanno avuto un incarico presso una grande Casa Editrice. Basti vedere la canea che continua imperterrita su Alda Merini; pare che siano ancora in molti a possedere migliaia dei suoi versi inediti! Dettava versi a chiunque.

La domanda è: perché hanno voluto portare la poesia a livello così basso riducendola a merce vile, a una quotidianità priva di qualsiasi bellezza? La risposta è semplice, perché solo così i non poeti potevano diventare poeti. E ci sono riusciti e devo dire che qualche volta la complicità dei critici non è stata prezzolata, ma cecità, oppure paura di perdere un treno importante senza rendersi conto se il treno portava ai campi di concentramento. Un vero schifo, insomma, e perciò sarebbe ora di tornare alla poesia che sa far vibrare e volare, entrare nel fantastico e nell’incanto, tornare a rileggere Alighieri, Tasso, Foscolo, Pascoli, Quasimodo, Saba, Cardarelli, Gatto, Sinisgalli e Luzi per ritrovare la misura di quel che è stata e deve sempre essere la poesia: lievito che deve produrre altro lievito, che deve far ardere i cuori (retorica?, se credete…), che deve dare la conoscenza di quell’imponderabile di cui non verremo mai a capo, ma che ci serve per dare senso e ragioni al vivere, sì, alla quotidianità. Rilke diceva che “i poeti sono api dell’invisibile”, ebbene ritornino questi signori, non vogliamo più l’elenco della spesa barattato come poema, le demenze dei furbi imposte come capolavori di una svolta che finalmente ha reso possibile… che cosa?

Non vogliamo più la scrittura incomprensibile dei De Signoribus e dei D’Elia e quei libri che in ogni pagina offrono sillabe cadaveriche, costruzioni di aborti – dài, fatemi fare il critico dotto – di aborti semantici che però se sapremo coglierne il seme si affermeranno come sublime passo di un percorso fantastico affidato interamente alle capacità del lettore. Ovviamente attenti alle esagerazioni, a estremizzare tutto, anche le emozioni, perché a parte quelle che nascono dalla superficialità e fanno vittime che ben conoscono gli autori delle tele novelle, c’è anche il rischio davanti al quale mi ha messo un poeta che vive a Milano e che fa il mio grande amico sussurrandomi all’orecchio: “Attento, caro mio, c’è chi si emoziona vedendo tagliare la gola a una bambina, chi si emoziona sparando addosso alla folla, chi si emoziona vedendo sprizzare il sangue”. È vero, ma ancora una volta c’è un errore di fondo, non si tratta di emozione che scaturisce dalla lettura, che è “suggerita” da un testo che dovrebbe essere la sintesi di una esperienza che scava nel profondo e cerca udienze non occasionali, non in superficie. I Greci antichi si orientavano con sicurezza seguendo il richiamo e il diktat della “misura”, attenendosi a un percorso che sapeva calibrare intelligenza, cultura, umanità, sensibilità, senso dell’estetica e dell’etica. Non è una cosina da niente perché intanto non permetteva al facilismo e all’ovvietà di prendere dimora e poi riusciva a fermare l’essenza del tutto, perfino dello scorrere del tempo. Non è casuale che ancora resistano in maniera perfetta i versi di Saffo, di Ibico, di Leonida di Taranto.

Il discorso è lungo. Soltanto un avvertimento: la misura non si raggiunge raffazzonando, seguendo le mode, vendendosi e svendendosi al primo critico, ma con assiduo tirocinio, con sterminate letture, con “studi pazzi e disperati”, distillando carte infinite, facendo sudare centinaia e centinaia di volumi (!). Mi piace sempre fare un paragone calcistico per semplificare. Di Stefano, Pelè, Maradona, Falcao e Ronaldo hanno ricevuto il dono delle gambe da Dio o dal Diavolo (si tratta di muscoli) ma se non si allenano, non combinano niente in campo. Anche il cervello ha bisogno di allenamento, e a questo proposito cito una espressione dispiaciuta di Giacinto Spagnoletti su Alda Merini (non si dimentichi che a scoprirla e a proporla per primo fu proprio lui): “Peccato che Alda sia rimasta semianalfabeta, altrimenti sarebbe diventata una grande poetessa”. Con la poesia non si scherza. Qualcuno afferma che sia il fiato di Dio quando è di buon umore. Sicuramente è tentativo di rubare un po’ di conoscenza alla sordità del tempo. Ma la conoscenza non si trova sul greto dei fiumi, non è improvvisazione né tautologia o imbroglio linguistico. È somma di dono ricevuto e di impegno, di “necessità” d’assoluto, di fame d’infinito. Qualcosa del genere anche la canea dei dilettanti afferma di averlo sentito. E pubblica e pretende ascolto. E se il dilettante è figlio d’un cardinale o d’un ministro le sigle editoriali importanti sono quasi tutte prone. Non c’è via di scampo. Però il cuore di solito non sbaglia se fa combutta con l’intelligenza. La misura non sbaglia se non è frutto di stitichezza intellettuale, l’emozione non diventa errore se fiorisce dall’autenticità. Le parole di poesia sono pugnali molto affilati e hanno la memoria lunga. Attenti perciò, cari imbroglioni, alle vendette e cercate di essere mendicanti veri di sillabe, non immediatamente signorotti e compari soltanto dell’apparenza.

Dante Maffìa

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.