“L’asincronia del tempo”, di Paolo Balestri, letto da Marco Onofrio

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Bello e godibile questo romanzo (L’asincronia del tempo, EdiLet, 2019, pp. 148, Euro 14) con cui Paolo Balestri incigna ufficialmente il suo percorso di scrittore. Un esordio felice, sin dalle parole che lo stesso autore senese, riciclandole da una sua composizione poetica, appone a colophon della narrazione: «… Può capitare / nei riflessi di un mattino deserto / nelle maschere anonime del carnevale / di vedere la verità. Allora siediti / un attimo solo per non riposare, / poi cambia di posto e rispondi / se puoi». Già da qui si evince il macrotema del libro: la verità, sempre indecidibile, e la sua ricerca senza fine. Nella realtà che oggi ci troviamo ad esperire, così complessa, ambigua e intricata di forze contrapposte, è quasi impossibile raggiungere il nocciolo oggettivo di una verità certa. La verità, anzi, non è qualcosa di dato e di pronto da raccogliere, ma è un processo in fieri da conquistare che implica la collaborazione e la trasformazione del soggetto inquirente nel fenomeno osservato. La scienza moderna, peraltro, ha ampiamente dimostrato che l’osservatore modifica la realtà nel momento stesso in cui la osserva. La ricerca della verità è per ciò stesso inesauribile («Cercai una risposta, non la trovavo» recita un’altra frase-chiave del romanzo); il che non deve portare alla rinunzia, ma viceversa alla disponibilità sempre maggiore di mettersi in gioco. Anche perché questa ricerca, secondo cui possiamo e dobbiamo programmare la nostra vita, è direttamente legata al problema dell’autenticità, altro tema cruciale sollevato dalle indagini umane di Balestri. E quindi naturalmente l’amore, tra i motivi universali più sentiti e vissuti di sempre, specie in ambito romanzesco, evocato come catalizzatore primario di vita e di autenticità. L’amore è un terremoto emotivo che spazza via le ragnatele dell’abitudine, riattivando l’intensità delle percezioni e imponendoci un confronto ineludibile con lo “specchio” che abbiamo in fondo agli occhi: la coscienza. L’amore è viatico e fomite di verità, nonché provvidenziale ciambella di salvataggio mentre la vita ci trascina nostro malgrado, scompigliando le carte, devastando i programmi, deludendo illusioni e aspettative. Ci si ritrova, per l’ordinario, “invischiati” in cose che non volevamo davvero e che teoricamente non avremmo mai desiderato fare. E allora ci chiediamo: come è potuto accadere? E perché «tutto non può ritornare com’era?»

Mario e Licia, i protagonisti del romanzo, sono due persone normali, due eroi del quotidiano ai nostri tempi. Prigionieri entrambi di un matrimonio ormai ai titoli di coda. Si incontrano a scuola quasi per caso (lei è la professoressa del figlio di Mario, e di solito si intrattiene a colloquio con la madre, cioè la moglie di lui) ed è subito colpo di fulmine. Balestri segue con attenzione si direbbe incuriosita il subbuglio che da quel momento domina la psiche e le emozioni dei due personaggi, sin dalla fenomenologia del loro notarsi reciproco e contemporaneo. E quindi, poi, la corrente magnetica dell’attrazione, il pensiero fisso, la voglia conseguente «di condivisione, di comprensione, d’intimità»: l’innamoramento che rigenera le cellule di luce come l’acqua che frigge sulla terra riarsa e spaccata, mentre la ristora. Mario e Licia cominciano a frequentarsi e succede da sé, con la forza dell’inevitabile: diventano amanti. Comincia la guerra interiore tra istinto e ragione, osservata e consigliata dai due “attanti-aiutanti”, scettici e single per vocazione: Giorgio e Ilaria, rispettivamente migliore amico e migliore amica dei protagonisti. Il paradosso, uno dei tanti che la vita ci impone di attraversare, è che per abbracciare la verità spalancata, come una scia di luce, dall’amore inatteso dentro il buio opaco dei giorni e dei rapporti “sbagliati”, ci si debba avventurare in un oceano torbido di finzioni e menzogne, pur di barcamenarsi tra i vincoli delle vecchie forme consunte e le seduzioni immature delle nuove. Cioè: si è costretti ad essere disonesti con qualcuno, per permettersi di essere onesti con se stessi. Ed ecco, puntuali, le giustificazioni con cui tenere a bada i sensi di colpa. «Questa è la sola vita che abbiamo e la stiamo sprecando»… Oppure: «Siamo sempre di corsa, non ci guardiamo mai intorno, non parliamo con nessuno». Qui affiora, fra le righe, l’altro grande macrotema, l’alienazione: il muro grigio in cui l’amore, risvegliando l’anima, può scavare una breccia. E allora, dice Giorgio a Mario per convincerlo che sta facendo bene, «un sano egoismo è indispensabile per sopravvivere in questo schifo di mondo». Forse non è poi così immorale pensare un poco alla propria personale felicità. Anche se le “voci di dentro” non sono facilmente eludibili, emergono magari nottetempo sotto forma di esame di coscienza, di confronto e dialogo interiore con le domande e le risultanze dei bilanci. Ecco ad esempio Licia:

Nel buio della notte, quando il silenzio avverte che esiste un mondo diverso, mille pensieri si affollarono nella sua mente. E ripensò alla sua vita, come lo scorrere rapido di un film che si riavvolge, ritorna, si arresta su accadimenti che non sembravano avere importanza, allora, quando la vita passa senza capire dove ci porta. Dunque era questo ciò che voleva? Era questo il suo destino?

La scrittura narrativa si intreccia con l’intensità e la densità di due motivi universali della portata di Essere e Tempo, quest’ultimo con la soggettiva relatività della sua durata: «Controllai l’orologio per l’ennesima volta, non si muoveva» dice Mario prima di incontrare Licia, e «Il tempo passò rapidamente, troppo» dopo averla incontrata. E viviamo o riviviamo le inquietudini del rapporto clandestino, gli incontri furtivi, la prudenza, la paura di essere visti da occhi inopportuni e le corse, i sotterfugi, le scuse da inventare, «l’ansia allo squillo del telefono, allo stop di un semaforo, al saluto di un conoscente»: tanto stress… pur che il gioco valga la candela. In questo caso la vale, e infatti Mario e Licia affittano la camera di un albergo dimesso di periferia, “Il Platano”, dove vanno ad amarsi ogni mercoledì e che diventa a poco a poco la loro “casa”:

In quella camera c’era tutta la loro esistenza, il luogo di opposte illusioni: capanna e cattedrale, sogno e realtà, peccato e resurrezione. Con il desiderio di avere di più, con la paura di perdere tutto.

Ma poi il rapporto, felice finché vissuto giorno per giorno, comincia piano piano ad incrinarsi: per colpa, in primis, delle benedette/maledette aspettative. Licia lascia il marito e si aspetta che Mario faccia altrettanto. Mario temporeggia. Ergo, Licia lascia Mario. Il quale lascia la moglie poco dopo, ma fuori tempo. E scopre che anche la moglie si era da tempo rifatta una vita. Licia si mette con Antonio, un suo vecchio e forse improbabile corteggiatore; Mario si consola con la sua giovane segretaria, Laura. E nel frattempo matura la forza della vita: «La chioma del grande platano sibilava una melodia fluttuante, impetuosa come il mare in tempesta»… «Il grande albero osservava in silenzio. E non giudicava». Così, gli anni «passano rapidamente» e non si è mai pronti ad accettare l’ineluttabile, «le perdute battaglie contro la gravità che attrae tutto ciò che una volta si sosteneva da solo», la frana e l’entropia che spinge ogni cosa verso il vuoto da cui è emersa per nascere, e quindi la vecchiaia, il «lento affievolirsi dei desideri, dimenticarsi dei sogni, spengere le passioni». E il controcanto indimostrabile delle occasioni mancate, e le stringenti conseguenze delle scelte. Qui è Mario che parla:

Guardavo la Tv quella sera. Stavano trasmettendo un documentario su Orazio, ma avevo la testa da tutt’altra parte. Quando arrivarono al Carpe Diem, cercai di ricordare tutte le occasioni che avevo perduto.
Non avevo fatto il giornalista perché mio padre pretendeva da me una laurea, un pezzo di carta per la vita, come diceva. Non mi ero ribellato ai miei genitori che mi avevano fatto trovare il posto già pronto dopo la laurea. Avevo rinunciato a seguire Giovanna, anche se, dopo averla rivista, non ero poi così scontento. Non avevo deciso di lasciare mia moglie quando era il momento e lei si era trovata un altro. Avevo aspettato troppo con Licia e l’avevo perduta per sempre.
Come sarebbe stata la mia vita se avessi fatto scelte diverse?

Mario e Licia sono contrastati dall’asincronia del loro tempo: sono due metronomi scoordinati, quando può l’uno l’altra no, e viceversa. Può funzionare tra loro solo come amanti, cioè quando colgono il meglio dall’amore: la vita al di là della forma. Se provano a stare ufficialmente insieme, tutto va in crisi e crolla inesorabilmente. Anche per il «tarlo del sospetto. La loro lunga condivisione di amanti li ha resi esperti di sotterfugi, menzogne e alibi»: se ho visto come hai saputo tradire qualcuno per stare con me, come posso credere che non lo rifarai? Come posso fidarmi?

Leggiamo a un certo punto, verso la fine del libro, questo speciale teorema – quasi un compendio di vita e di esperienza – enunciato da Giorgio (che nel frattempo, dopo l’iniziale antipatia reciproca, si sta affiatando con Ilaria):

Sai, una delle differenze tra donne e uomini è l’aspettativa di attenzioni da parte loro e la pretesa di adattamento da parte nostra. Loro cercano di adattarsi, se noi manteniamo le attenzioni, noi manteniamo le attenzioni, se loro si adattano; se cade l’una, cade anche l’altra.

Uomini, donne. Il problema è: quali uomini? quali donne? In realtà tutto il romanzo scardina alla base le perniciose conseguenze che gli stereotipi di genere producono nei rapporti tra le persone; perché è appunto di persone umane, uniche e irripetibili a prescindere dal sesso di appartenenza (al netto delle innegabili differenze fisiologiche e percettive), che occorrerebbe parlare. Balestri sviluppa la sua narrazione come un elogio implicito della complessità e della ambivalente molteplicità dei sentimenti: «non hanno spazio, non hanno tempo, non hanno dimensione, si possono dare a chi vogliamo, dividere, condividere senza che si riducano, a ciascuno per quanto è dovuto, creduto, pensato, sentito». E ancora (è Licia che parla): «No, non era possibile per un solo uomo, ormai lo sapevo, soddisfare il mio universo di donna. Antonio era un piccolo angolo, aumentava con Mario, lo completava, quasi, ma una parte di questo cerchio ideale la volevo per me; e per la mia libertà».

I sentimenti non sono cose, e invece li trattiamo come tali. Riguardano l’essere, non l’avere, dunque escludono il possesso esclusivo. L’amore dunque è un puzzle da comporre attraverso più persone? Si possono avere lecitamente amori contemporanei? Perché un amore deve per forza escluderne un altro? Non a caso il romanzo asseconda questa dimensione prismatica della realtà umana, dando voce in soggettiva al pensiero e alla voce dei diversi personaggi, con un punto di vista mobile, spesso opposto ma complementare, che esclude la prospettiva classica (e ormai superata) del narratore onnisciente. Il libro si può leggere come un atto di accusa implicito – o per lo meno un referto di constatazione oggettiva – relativo al rapporto monogamico esclusivo… perché è lì che si annidano i tarli della società, le proiezioni distruttive, le aspettative, i ruoli, le costrizioni, le terribili delusioni. I limiti dell’istituzione matrimoniale aumentano nella misura in cui diamo importanza al diritto alla felicità, piuttosto che alla necessità del sacrificio. Perché altrimenti, man mano che l’auto-consapevolezza delle persone evolve, donne e uomini sognano o praticano il tradimento? Perché – oggi più che mai – le coppie dopo qualche anno scoppiano? Come soggette a una “data di scadenza” che le fa stranire, irritarsi, esplodere? E se poi non scoppiano è solo perché – come accadeva una volta – uno dei due rinuncia ai propri sogni e si adatta alla minestra quotidiana. Rare eccezioni a parte. Come conciliare lo stadio etico del padre o della madre di famiglia con lo stadio estetico del libertino/a che vive in fondo al cuore? Lì c’è l’eterno/a giovane chiamato/a dalla vita a tenersi disimpegnato/a per godere il meglio, che naturalmente deve ancora arrivare, cioè alla larga dal peso dei giorni, dai gorghi delle richieste, dai lacci delle aspettative, con un numero indefinito di possibilità aperte tutto intorno. Qual è il giusto equilibro tra la forma e la vita, la terra e l’oceano, il porto rassicurante e la tentazione dell’orizzonte aperto?

E allora tutto il romanzo configura per Mario e Lidia, ma anche per i loro amici Giorgio e Ilaria, un percorso di maturazione, cioè di educazione sentimentale consapevole, che li porta ad essere «liberi, non più intrappolati dentro stereotipi, pregiudizi, convenzioni di una cultura comune», cioè finalmente pronti ad amare e ad essere amati, e dunque ad essere Amore.

“Perché adeguarmi alle tue pretese?”.
“Perché soddisfare le tue aspettative?”.
“Pensavo tu lo capissi, se dicevi d’amarmi”.
“Pensavo tu lo volessi, se dicevi d’amarmi”.
Seguirono attimi di silenzio, entrambi immersi nei loro pensieri, per inseguirli, afferrarli, comprenderli; per la prima volta si osservarono da dentro, per la prima volta si guardarono da fuori, per la prima volta si scambiarono il posto.
“La mia indolenza!” mormorò lui.
“La mia presunzione!” mormorò lei.

È in questo scambiarsi di posto il trucco vincente per raggiungere, forse, la tanto sospirata quadratura del cerchio, nonché il dono ultimo del romanzo di Paolo Balestri, apprezzabile anche per la struttura forte, quasi da commedia rinascimentale, l’architettura simmetrica di dinamiche attraverso cui si spezzano e si ricompongono gli equilibri, e il movimento naturale e fluido della narrazione, con la sua onda calda di sincerità. La scrittura di Balestri ha un “suono” liquido, brillante e dolce, come musica di acque che avvolgono e avvincono anche il lettore più severo. Pur essendo autore esordiente, gli è congeniale la capacità di plasmare il romanzo come un mondo, uno spazio di vita in cui chiunque può riconoscersi affezionandosi ai personaggi, godendo di quella speciale vibrazione empatica che tiene incollati alla pagina e che è attributo irrinunciabile della narrativa di valore.

Marco Onofrio

 

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