Orietta De Filippis: Giovanni Giraud, commediografo e “disinvolto uomo d’affari” – II

particolare del cenotafio di G.Giraud

Uomo d’ingegno, di mediocre cultura ma conoscitore della più agguerrita tecnica teatrale, dotato di grande ironia, faccia tosta e spirito bizzarro, Giraud raccontò l’uomo della sua epoca (quella dell’Impero e della Restaurazione), caratterizzata dal tornaconto, dal trionfante interesse personale e dall’ipocrisia, rappresentò la società di allora, decrepita e corrotta, “il vecchio mondo che ruinava intorno a lui… la scena del gran teatro del mondo, in cui altro non siamo che attori”. Egli difese dapprima la opulenta società aristocratica e clericale alla quale apparteneva, poi gli indirizzò gli strali della sua satira pungente, evidenziandone vizi e tresche. Fu tacciato di “volgarità”, “scurrilità”, “indecenza”, “immoralità”, “grossolanità”, di fare “sconci pettegolezzi”, di essere un “maldicente”, un “frantumatore di pregiudizi”, un “mortificatore di galantuomini per transazione, ipocriti nascosti sotto un manto di rispettabilità sociale e marci di magagne”. Di Giraud l’epigramma: “Non mai per la virtù né per la gloria dalla plebe distinguonsi i patrizi, ma per i nastri, gli abiti e la boria, per la loro ignoranza e per i vizi”. Fu, tutto sommato, un liberale, come scrisse Raffaello Barbiera, “sbrigliato e pronto a tutte le avventure, persino plebee di Trastevere; malèdico fino all’oltraggio, nei salotti della società romana dove ad altri disputava la grazia delle belle”, ed era stimato tanto che “persino Stendhal, ingordo di poesie di costume, considerava capolavori le satire di Giraud”.

Era ricercato per il suo conversare, e “non vi era Società che non ne amasse la compagnia”; i suoi caustici epigrammi non risparmiavano nessuno, neppure i familiari; i suoi scritti, “pieni di sale, e talvolta di sale e pepe”, facevano il giro dei salotti, dei caffè, dei circoli, ma “brindisi temerari, atroci sonetti, taglienti epigrammi, satire mordaci”, come scrisse Tommaso Gnoli, “gli chiusero le porte di molti salotti”. La contessa d’Albany, che ebbe il coraggio di chiudergli le sale di Palazzo Bonfigliazzi in Firenze, fu colpita da un vendicativo epigramma del poeta; altri gli aprivano le braccia per paura della sua penna e della sua lingua. Giraud “rappresentava il tipo del romano scetticamente gaudioso e noncurante, pronto al vilipendio e allo scherno”. Era di bella corporatura, portava i capelli fin sulle spalle, ma, come ha scritto Emilio Del Cerro, “nessuno era più trascurato di lui nel vestire”. Giraud si descrisse con queste poche parole: “Riso in volto, estro in mente e fiele in petto; Leon di crine, satiro d’aspetto”; e in un sonetto, inviato all’amico capitano Cecilia scrisse: ”Ho er pelo bionno, ho er core in petto con du bone spalle, e ciccia e trippa e reni e porpe e palle, che pe’ provalle e minenti e paine e principesse se fanno coce come calla lesse”. Pronto a tutte le avventure, conquistatore di dame e popolane, finì per trovarsi anche in situazioni pericolose. Una sera, mentre si trovava a Trastevere nella casa di una bella popolana, fu avvertito che nella via lo stavano ad aspettare cinque malintenzionati. Uscire in quel buio senz’armi, come scrisse Gogol, “nella meschinità delle strade, buie, trascurate” pareva una grande imprudenza, ma Giraud non si perse d’animo e alla sua ospite, che gli offrì un coltello per difendersi, chiese invece un campanello. La donna, preoccupata, non voleva lasciarlo andare, ma il commediografo si svincolò dalle sue braccia, prese il lume e brandendo il campanello, uscì in strada. La giovane donna si aspettava di udire grida strazianti e stava trepidante ad ascoltare: invece nulla. Giraud, con cadenza misurata, agitava il campanello ed a quel suono, le finestre e le porte lungo la via si aprivano e si illuminavano. Si sentiva soltanto un sommesso salmeggiare. Tutti credettero che lo scrittore fosse uno dei sagrestani incaricati di chiamare i fedeli per accompagnare il Santissimo e Giraud si salvò. Un’altra volta, dopo una lite ad un ricevimento dei Torlonia, solo una tempestiva incarcerazione gli evitò un duello con Luigi Boncompagni, principe di Piombino, di cui aveva messo in ridicolo la moglie. Si racconta inoltre che una signora, assai pretenziosa e galante, punta dal vedere che Giraud non le faceva neanche un dito di corte, una sera ad una festa, lo chiamò a sé e gli disse: “Conte, tutti mi dicono che avete molto spirito… Sarà; ma fin’ora non avete detto né avete fatto cosa alcuna per provarmelo. Oh, signora – rispose il commediografo – che cosa io potrei dire che già non v’abbian detto, e fare che non v’abbian fatto?”.

Giraud andò su e giù per l’Italia: si recò a Mantova, Modena, Milano, Bologna, Firenze, e poi all’estero, Parigi, Londra, e ancora Parigi, dove ottenne finalmente da Napoleone (che con ostinazione continuava a chiamarlo “Girò”, alla francese) l’ambita nomina imperiale a “Ispettore di tutti i teatri ne’ dipartimenti francesi di qua dell’Alpi”. Giraud fu molto disinvolto anche nel celebrare i potenti: incensò le varie Altezze Imperiali e Reali dei Granduchi di Toscana, caduto Napoleone inneggiò a Luigi XVIII, per poi rinnovare l’ossequio a Bonaparte quando, dopo i cento giorni, questi tornò. Egli cambiò, secondo il vento, le proprie opinioni politiche. Col tempo prese a frugarlo il demone del lucro e della speculazione, cominciò così a intraprendere varie attività: aprì una fabbrica di saponi, commerciò in vini, oli e cereali, e a Firenze volle ritentare attività finanziarie, ma a più alto livello. Iniziò a speculare prima sul cambio delle monete pontificie e toscane, poi a prestar soldi e a vendere preziosi. All’inizio andò tutto bene, tanto che Gino Capponi, in una lettera ad un amico scrisse “egli è arricchito e non pensa più che al denaro ed alle speculazioni e far affari col governo”; ma dopo appena un anno gli le cose cominciarono ad andar male. Giraud continuò invano ad inseguire i suoi sogni di ricchezza, e si impelagò pure nella gestione della lotteria di Coltibuono. La badia e la tenuta di Coltibuono e il podere di Scoforno, divennero il primo premio di una lotteria che Giraud riuscì a vincere con un “tramaccio” (si trovò ‘casualmente’ tra le mani il biglietto vincente). Accusato di truffa, si liberò degli immobili vinti svendendoli al principe Stanislao Poniatowsky, nipote del re di Polonia. Le disinvolte e discutibili operazioni finanziarie che fece lo resero inviso alla polizia, tanto che fu costretto a lasciare il Granducato di Toscana. Malgrado gli insuccessi, si improvvisò, con esiti disastrosi, anche banchiere. Nel 1825 fondò una Cassa di Commercio, che chiamò “Banca di Sconto”, le cui azioni, dopo appena un anno, crollarono. Sulle ceneri della detta Cassa, pochi giorni dopo la sua morte, nacque la tristemente famosa “Banca Romana” (che, fondata nel 1835, stampò cartamoneta fino a quando, nel 1893, si scoprì che faceva circolare banconote che avevano lo stesso numero di serie).

Ritroviamo Giraud, ancora in affari, qualche anno prima della sua morte; nel 1831 stilò un contratto molto favorevole per l’appalto della neve (il frigorifero di allora) dei Campi d’Annibale, che gli fu sottratto all’ultimo momento da mons. Camillo Di Pietro, del quale si era fidato. Gioachino Belli prese le difese di Giraud e, nel sonetto intitolato “Er mariggnano” (cioè “la melanzana”, soprannome col quale sbeffeggiò il detto monsignore), cosi commentò: “Ch’hai de pietra er cognome com’er grugno, botte de furberia sscerta in ner mazzo; … faccia de cazzo, aricacchio (germoglio) dun fijjo de bburzugno, si ccor zugo de fior de tuttopuggno non thanno tinto er muso pavonazzo. Strappete da le spalle quella vesta, levete da la gola er collarino, e rrapete la chirica da testa: perché la riverea dun assassino deggno de scelebbrà llurtima festa, è una coppola, un zacco e uno strozzino. Nu la pijjà cco Nnino: ma ssi me vòi conossce, viè a bbottega, e llì cce troverai chi sse ne frega”. Giraud fu un assiduo frequentatore e animatore del “Caffè Nuovo”, che occupava il piano terreno e parte del mezzanino di Palazzo Ruspoli in via del Corso. Quel locale era celebrato come “il più ampio Kaffehaus d’Europa”, “il più bello del mondo” … ed era punto di ritrovo di intellettuali, aristocratici, vanesi, oziosi, e di tutti i letterati che venivano a Roma. In un angolo della sala di quel Caffè c’era quella che era chiamata la “Nicchia Giraud”, ove ogni letterato o artista ambiva ad essere ammesso. In quel Caffè circolavano gli epigrammi di Giraud, le sue caustiche allusioni, le sue velenose, insolenti, facete e mordaci battute. Su via del Corso, dove si svolgevano i palii, il carnevale, la “battaglia dei moccoletti”, le corse dei barberi, dei nani, degli ebrei, sfilavano maschere, transitavano dame e carrozze, si snodava la “trottata” (la sfilata di carrozze dove sedevano nobili elegantissime dame), scorazzava anche Giraud, come scrisse Ceccarius, con un bizzarro carrozzino definito scherzosamente dagli amici “la Conchiglia di Venere”.

Giraud divenne col tempo sempre più bizzarro, stravagante, misantropo e satirico. David Silvagni ha scritto che “abbenchè abitasse in famiglia nel palazzo Ruspoli al Corso, nondimeno viveva a se, al primo piano, e per formarsi un appartamento, da una gran sala (quella che sta sopra il Caffè) ne aveva cavato sette camere a furia di tramezzi”. Le speculazioni sbagliate, le malattie (si ammalò anche di febbri malariche), la paresi, i penosi disturbi intestinali, la depressione e i dispiaceri, lo portarono sempre più verso la rovina. Per finanziare le sue iniziative finanziarie fu costretto ad alienare gran parte delle sue proprietà e preziosi oggetti di famiglia. Ridottosi in stato di quasi indigenza fu costretto a subaffittare anche gli spazi di Palazzo Ruspoli. Sempre più sciatto e trasandato, appesantito nel fisico, con un cappellaccio in testa, ma ancora battagliero, andava in giro, come scrisse Emilio Del Cerro, “con una carrozzella così disadorna, ed un cavallo di così strane proporzioni, che appena compariva sul Corso destava l’ilarità generale: gli amici, i begli umori di cui era allora ricca la gioventù romana, tutti quelli che egli aveva punzecchiato o ferito con i suoi epigrammi, sbucavano dai caffè, dai clubs, sui marciapiedi, alle finestre, sui balconi e lì cominciava una gara di risate e di beffe, che lo accompagnava come una ovazione per tutta la via. Ma lui sdraiato in quell’incomoda e ridicola carretta, sorrideva, rispondeva pan per focaccia e tirava dritto, contento del suo Pegaso e della sua Conchiglia di Venere. Ai nostri giorni il conte Bennicelli, che il popolino chiamava il conte Tacchia, in certo qual modo prese il posto di Giraud”.

Ormai malato, Giraud si trasferì a Napoli dove alloggiò all’“Hotels de Russie and Rome”, nella strada di S. Lucia. Morì d’apoplessia “nell’età di 58 anni”. Come scrisse qualche anno più tardi Il telescopio, “lasciò la terrena spoglia nel Monastero di S. Teresa degli Scalzi il giorno 1° di ottobre 1834”. Nel 1841, l’Accademia Filodrammatica Romana, di cui Giraud fu socio, fece stampare la prima edizione completa delle sue opere (16 volumi dalla quale furono escluse le satire, che furono pubblicate solo nel 1903 a cura di Tommaso Gnoli); contemporaneamente alla pubblicazione fu coniata una medaglia in argento (opera di Giuseppe Girometti) con l’effige di Giraud sul dritto e colla figura di Talia sul rovescio. Nel 1902 la “Società operaia S. Gioacchino”, promotrice anche di attività di carattere educativo e culturale, acquistò in piazza Poli i locali della Chiesa metodista protestante siti quasi accanto alla chiesetta di Belisario (oggi “Santa Maria in Trivio”), trasformò parte dei locali stessi, ne cedette una parte, e tramutò l’aula maggiore in teatro, che intitolò “Sala Giraud”. Nel 1924 “Il Popolo” polemicamente scrisse che “in quella sala di Tersicore, colma di tanfo pesante ed infetto di fumo, di vapori grassi e di chiuso”, si davano “commedie triviali, si strimpellavano concerti degni di piazza Guglielmo Pepe”, e si udiva “lo scroscio briaco d’applauso alle sconce contorsioni di volgari ballerine”. Nella vecchia Sala Giraud qualche anno più tardi si insedìò il cinema Colonna, un pidocchietto (frequentato anche da Sandro Penna) che forse era il più caratteristico cinema da una lira. Oggi quella Sala (prima teatro, poi cinema), ospita la filiale di una banca.

Del commediografo romano, ai nostri giorni, restano a ricordarlo un cenotafio, coronato da una altisonante epigrafe in latino, nel portico della chiesa di Sant’Eustachio in Roma (menzionato sul “Il Tiberino”, foglio ebdomadale artistico del 1839), opera di Giuseppe Barba, e una piccola strada, a lui intitolata, che collega Corso Vittorio a via dei Banchi Nuovi [fine].

Orietta De Filippis

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