Luigi D’Alessio: Horowitz, Moreau e l’«istante del crocevia»

horowitz
Vladimir Horowitz

Il suono del campanello,
in sincronia con l’apertura della porta,
è per Monsieur Moreau la sindrome di Pavlov:
si alzò con la mano tesa,
Bien en arrière Monsieur Horowitz,
Je suis toujours honoré par votre présence.
E non mancava mai un, Monsieur Horowitz
votre présence me rend heureux aujourd’hui.

Bonjour Monsieur Moreau, seguito da altrettanta
elegante risposta.

Due accenni di inchino
contemplano gli entrambi sguardi,
dando inizio a una garbata conversazione
talvolta sulla salute dei due.

Horowitz quando è a Parigi
abita all’ultimo piano di Rue de l’Université.
Moreau occupa tutto il piano terra:
la bottega di antiquario ha l’ingresso sulla via;
all’abitazione accede dal giardino
di Rue Robert Esnault-Pelterie.

Questa affettuosa e gentile conoscenza,
tutt’altra che costrittiva dalla coinquilanza,
nella cerimonia del saluto ha episodicamente compreso
la comunicazione, più che altro l’informazione,
della caduta del leggìo appartenuto a Salieri.

Tuttalpiù fu una Luigi XIV, scricchiolante
mentre Horowitz faceva colazione,
a preoccupare Moreau:
immediatamente provvide al restauro.

Così di giorno in giorno un giorno
Horowitz già sull’uscio della visita, riconosce
un piccolo Renoir alla parete di fronte.

Dialogano.
Ognuno intercetta l’osservazione dell’altro.
Ora su un colore,
poi sulla pennellata opposta alla successiva,
Renoir offre ai due anziani signori
quel plaisir d’entendre,
que appunto seuls deux messieurs
peuvent avoir avec grâce

Di giorno in giorno il rituale mattiniero incontro
trasforma i rispettivi Bonjour,
sempre anticipati da accenni di inchino,
in un unico omaggio allo stupore rilasciato dal quadro.

Renoir inseriva una concordia transitiva:
l’onore di Moreau di possedere quell’opera
entrava nel privilegio dello sguardo di Horowitz.
Estasiato dalle demoiselles distese sull’erba
in riva alla Senna.

Come tutti gli incipit, Vladimir Horowitz
svegliatosi una mattina da sogni adolescenti,
si ritrova nella bottega di François-Henri Moreau
a osservare rasente la parete lo spessore della cornice.
Si toglie gli occhiali per il Vis-à-vis
con Pierre-Auguste Renoir.
Come l’artista fa due passi indietro
per l’unità dell’immagine e con cautela,
Monsieur Moreau, est-il à vendre?
Pour votre plaisir, Monsieur Horowitz!

La risposta, alla seconda ovvia domanda,
fu più spigolosa del Concerto di Čajkovskij,
tenuto sotto la memore bacchetta
di Sir Thomas Beecham.

Monsieur Horowitz, posso chiederle
il compenso per un concerto al Metropolitan
o alla Carnegie Hall?
I due vecchi amici incontrano l’istante del crocevia
tra l’azzardo, l’indiscrezione, e l’intento:
Direi poco meno del petit Renoir.
Ha mai eseguito un concerto per persona sola?
La domanda, tonale e cordiale, non permette
un pur garbata analisi grammaticale:
Io Sono Vladimir Horowitz.
Monsieur Horowitz terrebbe un concerto
uniquement pour moi? In cambio del petit Renoir.

Ci pensò un istante: da signore a signore,
tenne per sé il petit.

Concordano la data, l’ora, la scaletta.
La regola del bis.

Alle 21 e 5 François-Henri Moreau
in abito nero, camicia avorio e papillon in tinta,
suona alla porta. Gli apre il maggiordomo.
L’antiquario gli porge il Renoir. Jean
con un cenno lo aiuta a togliersi il paletot,
lo consegna al cameriere, e con maggiordomo invito
lo precede nel salone: il pianoforte; lo sgabello nero;
la consolle Restaurazione con una fioca lampada Tiffany,
e al centro una Luigi Filippo in velluto soprarizzo
dal tono ancora serico e brillante,
ben conosciuto da Moreau.

Entra Horowitz. Un inchino,
tre passi verso lo sgabello. La testa
accennata a uno Scusi le spalle.

Inizia il concerto, per noi
impossibile da assistere.

Si alza verso la singolare platea:
l’applauso di Moreau è silente
più dei 4′ e 33” di John Cage.
Horowitz scompare dietro una porta
aperta dal maggiordomo.
Ora un soffio d’applauso tiene impiedi Moreau.
Il maestro ricompare in ossequio.
Si ritira.
Moreau applaude.
Il maestro è di nuovo in salone:
il lento Rachmaninoff entra in un lontano
dissolto giacente tramonto
dentro un vecchio François-Henri Moreau.

Un’aria.

Permanente e volatile insieme.
Intangibile come il silenzio
rispetto all’intangibilità della musica palmare
in qualche punto della vita.
Ma inconsistente alle mani, agli occhi,
già allo stesso senso dell’udito, e più tenace
della puntina su un 78 giri, in cambio
di un permanente pomeriggio
con signorine sull’erba vivida della Senna
di un ignaro Renoir.

*da Wikipedia:
Il 1928 fu l’anno del suo debutto a New York con il primo concerto di Čajkovskij,
sotto la bacchetta di Beecham.

Un episodio contribuì a far nascere la leggenda-Horowitz.
Beecham volle dirigere senza lo spartito davanti,
anche se non lo conosceva così bene da poterselo permettere;
inoltre, per mettere meglio in luce le proprie capacità, impose al solista tempi estremamente lenti.

Horowitz, nel corso dell’esecuzione, si rese conto che il concerto sarebbe stato un fiasco e che ciò avrebbe potuto compromettere la sua carriera.
Decise allora di staccare, nel terzo movimento, un tempo eccezionalmente mosso, in modo da fare emergere le sue doti tecniche (in particolar modo le famose ottave).

Il successo finale fu clamoroso, anche se Rachmaninov, che sedeva fra il pubblico, successivamente inviò ad Horowitz una lettera in cui lo rimproverava di aver ceduto alla tentazione dell’esibizionismo.

Ciò tuttavia non compromise i rapporti fra i due musicisti, anzi:
Horowitz andò a far visita a Rachmaninov, i due suonarono assieme e strinsero un’amicizia che durò fino alla morte di quest’ultimo.

Luigi D’Alessio

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