“Nuvole strane”, di Marco Onofrio, letto da Palmira De Angelis

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Come indicato nel sottotitolo al libro, Nuvole strane (Ensemble, 2018, pp. 104, Euro 12) di Marco Onofrio è una raccolta di pensieri e aforismi. I componimenti che formano questo libro sono infatti brevi, talvolta lapidari, potentemente sbozzati nell’appassionata ricerca di una forma essenziale. Sono un esercizio diretto di osservazione e deduzione riguardo a temi e problemi del nostro vivere umano: il passare del tempo e la morte, il divenire che è perdita e decadenza, donna ed eros, l’idea del Divino, tanto per segnalare i temi più insistiti. Tuttavia, non è solamente il modo “agile e sparso” – definizione crociana che lo contrappone con pari dignità al “trattato grave” – a conferire ai componimenti il carattere aforistico. Questo deriva dalla loro assolutezza in quanto ogni pensiero è dato come compiuto e definitivo: un atto di sintesi, quasi sempre non preceduto dalla premessa dialettica.

Talvolta si ha, specialmente nella seconda parte, uno svolgimento più articolato e pacatamente esplicativo, ma nel complesso il pensiero si presenta come il condensato di quelle che si intuisce esser state lunghe meditazioni nel corso degli anni. Dico “si intuisce”, perché nel testo non ci sono riferimenti precisi al lavoro di elaborazione del significato dell’esperienza. Di questo lavoro abbiamo il succo, la conclusione chiara e incisiva. Si potrà anche rivelare parziale, tanto da far desiderare all’autore di tornare sull’argomento per aggiungere osservazione ad osservazione, ma la verità ogni volta toccata non viene mai sconfessata. Un esempio: apre il libro una riflessione sulla vita dell’uomo vista come faticosissimo viaggio in cui non ci è dato nemmeno di godere dei beni, ovviamente spirituali, che ci sono stati donati.

… avere il bene e non poterne disporre. Perché il viaggio è lungo e deve continuare, il viaggio “è” continuare. Orrendo supplizio. Eppure c’è di peggio: crepare di sete in mare aperto.

Alla fine del libro sono riprese le stesse metafore e la stessa idea che non si è padroni della propria vita e che siamo impossibilitati a costruire un destino conforme al dono ricevuto:

… Ci illudiamo, per la maggior parte della vita di avere il timone ben saldo tra le mani, di decidere la rotta, di governare il viaggio. Per poi capire – quando ormai è tardi – che in realtà la barca, alla fin fine, è sempre andata dove voleva il mare … 

È evidente, o per lo meno questo appare a me lettrice, che l’intento di Onofrio non sia tanto quello di mostrare lo sviluppo del pensiero – cosa che distoglierebbe l’attenzione dal tema per portarla più sul cammino e sull’Io dell’autore che di questo cammino è protagonista – ma quello di trasporre sul piano esistenziale il frutto del suo lavoro. Partendo da sé, Onofrio supera il proprio sé, per affermare il valore intrinseco della vita dell’individuo; fa di questo valore il nucleo della riflessione, sottolineandone il carattere precario e finito, minacciato dall’insensatezza e dalla crudeltà dell’agire di tanti, e dall’essere ineluttabilmente destinato ai vermi. E certo che la vita dell’autore, il suo Io familiare e sociale, devono essere stati il punto di partenza della riflessione; ci deve essere stato uno stadio iniziale e intimo, provvisorio e caotico; ma Nuvole strane non è un diario, quindi le esperienze personali non sono addotte a controprova delle verità generali. Il disegno autobiografico è sotteso, come fondamenta non visibili ma necessarie perché l’edificio regga.

Al compendio delle sue meditazioni l’autore, e il suo alter ego fittizio, il vecchio guardiano del faro, giungono attraverso l’osservazione della forma delle nuvole.

C’era un uomo anziano da quelle parti. Faceva il guardiano di un faro. E ricordava con precisione ciò che si era visto nel corso degli anni. Li chiamava “i disegni del cielo”. Alcune figure le avrebbe – dicono – trascritte su un quaderno… 

Il bisogno di collocarsi nell’esistenza, di riconoscere la realtà che ci circonda, è alla base di un percorso che sarebbe eminentemente razionale e filosofico, se non fossero i disegni del cielo, o le immagini del mare, le onde che circondano il faro, a fornire spunti, chiavi di lettura, risposte. La natura è amica: parla al vecchio poeta, filosofo in pectore, idealista incallito, mistico carnale, folle, saggio e sognatore, componendosi in immagini che della vita si fanno metafora. Sulla trama di sogni e fantasie che le nuvole dettano, sembra che la verità proietti la sua luce. Stupisce che, pur in questa nostra contemporaneità prevalentemente urbana, sovraffollata, post-industriale e iper-tecnologica, l’uomo qui sia solo, nella natura e con la natura. Il faro, ultimo baluardo di un mondo abitato, è ormai esso stesso disabitato, e i pensieri arrivano grazie alla contemplazione in solitudine

Quante nuvole sono passate … scorrendo sopra quel punto del cielo che stiamo guardando? Con quali forme e arricciature? Da quali distanze? Verso quali destinazioni? Riavvolgere il film delle nuvole. Ritrovare il bandolo del tempo. Il filo che annoda le albe nel silenzio dello spazio vuoto … E la luce ricorda tutto

La facoltà e la vena delle similitudini hanno la funzione di ordinare la realtà in un’unità di senso, perché la verità è nel gioco illusionistico dell’immaginario che manda segni. E la verità è anche nella composizione che quel gioco trascrive in forma letteraria, dove ogni frase ha un ritmo e ogni parola una sua acuminata forza. Un paio di esempi:

Il cielo tremola continuamente, di aria che sale, scende, gira, esce dappertutto e poi s’interna, nel vuoto che riempie l’infinito … 

Come la vita è, il mare, nel ritmo del suo volgere infinito. Quel che dona, prende. Quel che ruba, un giorno all’improvviso lo ridà. E ancora, e ancora, senza una ragione …

Il tema forse più scavato è quello del passare del tempo. In rapporto al vissuto, istante dopo istante, e in rapporto alla morte che lo conclude. C’è un primo momento in cui Onofrio affronta il tema della difficoltà del vivere e di comprendere il senso di quello ci tocca vivere. Immediatamente però, come un fiume sotteso, torna e invigorisce il pensiero una certezza, mai scontata, ma cercata: la certezza della necessità del tutto, di un progetto o di un’essenzialità che tutto regge e che dà origine a tutto:

Ogni intervallo di tempo è atteso da sempre, in cima alla scala che lo passa, come un suo gradino. L’universo è stato creato e preparato anche e proprio per quell’attimo fuggente, dall’apparenza insulsa e in realtà fondamentale: tutto ne dipende. Togli un solo tassello, e l’intero mosaico cade.

È questo ordine necessario che Onofrio chiama

il simbolo dei simboli, che tutti dall’interno li contiene. Indecifrabile, irriducibile. È una somma che sottrae e non conclude. L’Id. La Cosa. Lo splendore della luce madre

Questo ordine dà speranza e salva anche dal buio più nero dalla disperazione più profonda. Per quanto indecifrabile e irriducibile, l’idea di questa “necessità” viene messa a punto nella seconda parte del libro dove appare con il nome di Dio, a garantire che

non è un caso se siamo qui. Che la nostra venuta era da sempre prevista, nell’ordine del mondo. Che se siamo nati è perché qualcuno lo ha voluto

Del resto già in uno dei primi aforismi si toccava il metafisico:

Tutto è già accaduto, da sempre, per sempre. Non facciamo altro che riviverlo, come assistendo alla replica di un film.

Così si comprende anche l’insistenza sull’immagine del varco, che è di volta in volta soglia, finestra, limen tra il mondo e la sua essenza:

Le soglie decisive di passaggio, le faglie minimali, i gorghi silenziosi e attorcigliati… Il piano che divide il cielo e il mare… il segno della trasformazione.

Infatti

Ogni luogo è il varco per l’invisibile.

E meglio si comprende la decisione dell’autore di non accettare la sconfitta, sia essa di matrice sociale e politica, o comunque esistenziale, di non abbandonare il campo, nascondendosi o fuggendo come il guardiano del faro, e la sua decisione di mandare a memoria e trascrivere i pensieri dettati dalle nuvole, perché

Le parole aprono il varco alla luce del mondo … La scintilla creativa da cui il mondo acquista luce, o la luce trapela dalla sua scorza opaca che si apre

Palmira De Angelis

 

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