“Kafka sulla spiaggia”, di Murakami Haruki, letto da Dante Maffìa

spiaggia

Kafka sulla spiaggia (Torino, Einaudi, 2008, pp. 514, Euro 20) è un romanzo costruito per episodi, con la convinzione che poi si troverà una sutura, e che alla fine, con belle frasi e buoni intendimenti, il cerchio si chiuderà e l’opera sarà osannata perché ricca di suggestioni, di intenzioni esoteriche, filosofiche, sapienziali. Non è così, e il fatto che alcuni episodi siano riusciti e convincenti non fanno un romanzo.

Sì, le conosco le cantilene di coloro i quali sostengono che ormai la scrittura deve avere altre regole e altre maniere diverse da quelle ottocentesche e novecentesche, però in questo caso non è una questione di innovare le regole o di trasformare il come, lo svolgimento, le caratterizzazioni dei protagonisti e del paesaggio, ma la logica del “manufatto”, brutta parola per indicare che una narrazione deve saperti portare verso qualcosa, aprire strade non confuse, e non dev’essere troppo fitta di trovate. Già, le trovate che per Murakami sono il sale dei suoi libri, l’arma segreta che deve affascinare e coinvolgere, spingere il lettore alla curiosità. Conosco almeno dieci persone che hanno acquistato questo romanzo per il titolo e quindi gli va dato atto che sa organizzare come vendersi, ma io ho un’altra idea della letteratura, innanzi tutto che è la cosa più lontana che possa esistere dal cinema e dalla televisione.

Intanto ecco che Murakami apparecchia il viaggio di un vecchio e di un giovane, anzi giovanissimo, di appena quindici anni. Si va verso il sud del Giappone. Kafka, il soprannome del ragazzo, sta fuggendo di casa, dal padre in particolare, un artista famoso che ha addosso qualcosa di demoniaco, e Nakata, il vecchio, fugge perché è stato coinvolto in un delitto, senza volerlo, ma poi scopre che niente è casuale e che deve assolvere a un compito al quale non può sottrarsi. Murakami ci fa intendere che i due non conoscono le ragioni del loro viaggio, che a un certo punto s’interseca, e che vanno avanti guidati dal fiato del loro destino. Ho letto da più parti che il romanzo si muove scompostamente perché segue il sommovimento psicologico dei due protagonisti e quindi non ne conosce gli intenti, i progetti, i desideri. Scrive nel risvolto il traduttore, Giorgio Amitrano, “abbiamo l’impressione che Murakami stia scoprendo la storia insieme a noi”, e a me pare la conferma della casualità con cui si svolgono gli eventi, con cui si va avanti elaborando secondo l’occasione. I colpi di scena non mancano e invece che essere il sale del racconto diventano una distrazione non necessaria che tuttavia, se non legati all’insieme, presentano un fascino particolare. Si pensi a Oshima, il custode della biblioteca, o alla prostituta che compie i suoi servizi citando Hegel. Anche se alcune cose sanno di deja-vu (Queneau si è spesso sbizzarrito in rappresentazioni che ribaltano la quiete delle abitudini, come assegnare cultura e intelligenza a una prostituta), l’abilità dello scrittore è formidabile e riesce a rendere sempre piacevole la lettura, tranne quando distilla particolari all’infinito con una meticolosità da grammatico.

Insomma Murakami inventa personaggi inverosimili con la stessa naturalezza con cui parla di personaggi verosimili e concreti. E non si scompone per niente, anzi la sua scrittura si scatena non appena giunge alla riva dell’assurdo, e diventa perfino lirica, accattivante. Ma forse il critico americano del “The New York Times Book Review” ha ragione, gli intenti di Murakami sono quelli di darci l’illusione di sognare questa storia, di sentire parlare i gatti, di accettare finalmente che la filosofia sia in bocca a una prostituta. Allora evviva Murakami nonostante la scompostezza di quest’opera, la non riuscita, nonostante le cadute e le invenzioni spropositate e spesso gratuite.

Dante Maffìa

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