“Candida”, di Italia Vitiello Izzo, letto da Marco Onofrio

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Claudia Cardinale, “La ragazza con la valigia” (1961)

Con Candida (2018, pp. 256, Euro 20) la casa editrice Manni ha pubblicato un classico Bildungsroman (romanzo di formazione) in grado di catturare il lettore medio appassionandolo alle vicende e alle peripezie della omonima protagonista, che si lascia ricordare soprattutto per il modo in cui l’autrice riesce a tratteggiarne la psicologia e a farne sentire l’anima. Italia Vitiello Izzo narra la crescita umana di Candida Patierno, ovvero i percorsi e le reazioni della sua ingenuità (il nome non è casuale) a contatto con l’esperienza: dalla natale Terrasini, nei pressi di Palermo, a Dresda, in Germania, e infine a Roma.

I meccanismi creativi del libro mettono in gioco anzitutto il rapporto tra Forma e Vita, cioè tra persistenza delle cose ed evoluzione inevitabile, con i tentativi umani di cambiarle, sbloccandole dall’immobilità, o fermarle, resistendo alla metamorfosi. «La vita ci pone di fronte a continui cambiamenti delle cose, di noi stessi.» Una efficace soluzione di compromesso può essere quella di arginare il cambiamento cercando di adattarsi alle forme sempre nuove che la vita propone. Pensiamo al genere artistico e letterario della tragedia: mette da sempre in scena il passaggio traumatico da un ordine a un ordine successivo, che ha imparato dalle catastrofi della natura, anzitutto, e poi dai conflitti sanguinosi della storia. Il coro dà voce alla forza conservatrice che si stupisce che le cose cambino, e soprattutto cambino in modo violento. L’uomo ha bisogno di consistere nella precarietà. Dice Blaise Pascal: Noi bruciamo dal desiderio di trovare un assetto stabile e un’ultima base sicura per edificare una torre che si innalzi all’infinito; ma ogni nostro fondamento scricchiola e la terra si apre fino agli abissi. Il romanzo è una forma organica, che appartiene cioè alla vita ed è, perciò, aperto al divenire della storia. Personaggi e fatti sono storicamente e socialmente determinati, nella misura in cui soggetti al divenire delle forze e delle forme che il romanzo, come un campo magnetico, racchiude e trattiene entro i confini delle sue energie. Questo romanzo, com’è tipico della scrittura di Italia Vitiello Izzo, è ricco di notazioni storiche e sociologiche. Ad esempio (p. 35): «Si era nel ’71, il Sessantotto aveva spazzato via pregiudizi e discriminazioni, però c’era ancora un insieme di regole non scritte, ma rispettate in alcuni paesini o enclavi del sud, e le persone che violavano quelle regole venivano esposte al pubblico disprezzo e isolate.»

Ecco in azione la violenza della cultura siciliana di allora, a impianto fortemente maschilista. Candida perde la verginità subendo uno stupro da Salvatore Cuccia, figlio del boss locale; e lo stesso accade alla sorella Rosa, ad opera di Cosimo, il proprietario del bar del paese. Questo rapporto strappato stravolge la vita di Candida e la riempie di amara delusione: «Le avevano detto che era bello stare con un uomo la prima volta, ma per lei era stato orribile e doloroso.» Oltretutto la vittima, schiacciata dal peso del condizionamento sociale, si fa carico della colpa del suo carnefice: «anziché provare rancore verso di lui, si vergognava.» Ecco dunque la condizione subalterna della donna: guai a permetterle di emanciparsi! «Il denaro voleva dire più libertà e la femmina non ne doveva avere, per dipendere in tutto dal maschio. Queste cose Salvatore le aveva apprese dal padre e da altri maschi adulti. ‘Le femmine debbono obbedire, senza fare troppe domande. Guai a renderle indipendenti, guai a dar loro dei soldi, ne approfitterebbero subito (…) le donne, quando hanno i soldi, si montano la testa e buttane diventano’.»

Ma i problemi sono appena cominciati: Candida resta incinta di Salvatore, che dopo lo stupro ha continuato a frequentare. Vito Cuccia, il temuto padre di Salvatore, impedisce ogni possibilità di matrimonio riparatore. La donna deve scontrarsi con i limiti soffocanti di una società chiusa e retrograda, ipocrita, divisa in “caste”, intessuta di divieti e tabù. «Una Patierno in casa nostra… e che direbbe la gente di noi? (…) A Terrasini per maritarsi bisognava scegliere uno paro di famiglia.» Candida è costretta ad abortire, dopodiché «il suo cuore era spezzato a metà, le era stato strappato qualcosa di infinitamente caro, un pezzo della sua vita.» Da quel momento Candida non è più la stessa, «era cambiata profondamente, era maturata d’un colpo, non era rimasto niente della Candida ingenua, radiosa, sorridente.»

Si trasferisce allora a Dresda, dagli zii emigrati che hanno un ristorante ben avviato. Va lì per dimenticare lo «sbaglio» («Stupida fui») e per guarire dal trauma dell’aborto. «Tutto era cambiato intorno a lei, era passata da Terrasini a Dresda con un senso di smarrimento e con un futuro che non sapeva immaginare.» Viene assunta come aiutante cuoca in prova: da quel momento «Candida ebbe sempre meno tempo per pensare alla sua disgrazia e per piangervi sopra; le era rimasto il vezzo di passare una mano sul ventre» (si noti la finezza psicologica del dettaglio rivelatore)… Lo zio cerca di farla studiare ed evolvere, le dà libri da leggere: Candida deve imparare le “buone maniere” e colmare le sue lacune, prepararsi per tentare di accedere alla classe borghese, neutralizzando il gap dell’estrazione popolare. Comincia a frequentare cinema e teatri. E scopre che in Germania c’è un’altra cultura, un’altra mentalità, diversissime dalla Sicilia. In Germania «non c’era da vergognarsi dei rapporti sessuali fuori del matrimonio»… «Com’era lontana la Sicilia! Com’era diversa la gente di Terrasini!»

Eppure Terrasini le manca, ne ha nostalgia. Candida è confusa: non sa se radicarsi in Germania oppure accumulare un bel gruzzolo per poi tornare in Italia, dove crearsi una famiglia e aprire un ristorante tutto suo, se non in Sicilia magari a Roma. Avrebbe le possibilità di evolvere davvero, in termini di cultura e consapevolezza (come accade a un’altra sorella, Assunta, la quale – pur provenendo dalla stessa famiglia – riesce a vincere il concorso da insegnante), eppure Candida resta sempre bloccata da un’ombra interiore che le impedisce di uscire dallo stato originario di nescienza e di prendere in mano la sua vita. Traduce il suo impulso evolutivo in termini sempre un po’ grevi e materialistici, spinta da un desiderio di rivalsa sociale che la rende concentrata unicamente sul fine più che sui mezzi, cioè sul traguardo e non sui modi acconci per raggiungerlo, dotandola – questo sì! – di tenacia, grinta e capacità di resilienza, doti che tuttavia potrebbe mettere a frutto con maggiore avvedutezza. «Nonostante il trauma subìto in Sicilia, Candida aveva conservato negli anni una caparbietà nell’inseguire i propri sogni, che le accendeva una luce negli occhi scuri». Nel 1978 conosce Rosario, con cui progetta un futuro: ricominciare in Italia. Ecco lo spirito di quegli anni: «L’Italia in cui Candida stava rientrando era un Paese inquieto per la radicalizzazione dello scontro politico tra gruppi di opposta ideologia e la conseguente lotta armata». Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro emergono come una nube angosciante e dolorosa, tra le fibre più sottili del racconto.

Candida

Candida si lascia vivere dagli eventi, entro cui annaspa come una sonnambula, dibattuta tra la percezione che il destino è «solo nelle sue mani» e che invece è oggetto di forze oscure incontrastabili (dipende dai momenti e dalle circostanze). Giunge a Roma per cercare un locale adatto al ristorante che sogna di aprire, e si sente maternamente accolta: «Sentì che lì avrebbe costruito la sua fortuna…» Scrive Alberto Bevilacqua in Roma califfa: Esiste una Roma fatta da italiani che un giorno scesero dalla provincia per affidare, alla capitale, lo loro gioventù e il loro futuro: speranze, sogni, anni di vita, dato che, come la lupa da cui Romolo e Remo furono allattati, è una città materna che accoglie e non lascia mai andare a fondo. Candida diventa man mano più consapevole di ciò che vuole e può ottenere nella vita, e ha voglia di vincere ad ogni costo per rifarsi delle delusioni subite: «ambiva ad essere trattata da persona importante, ‘da signora’ si diceva, e aveva giurato a se stessa che si sarebbe fermata solo ad obiettivo raggiunto.» Non trova però il locale adatto e torna a Dresda, dove si rituffa nel lavoro: «in realtà aveva bisogno di lavorare per non pensare.»

Dicembre 1979: Rosario trova finalmente il locale giusto tramite suo cugino Nico. «Candida, è fatta. Il locale è bello e si trova in una strada centrale», una strada dalle parti del Pantheon. Gli zii la sconsigliano, Vito ha amicizie pericolose, gente che ricicla denaro sporco, ma Candida non si lascia dissuadere: «la timida e operosa Candida era diventata in pochissimo tempo una donna d’affari senza scrupoli.» È il ristorante dei suoi sogni e lo chiama come lei, “Candida”. L’offerta di un doppio menù, siciliano e tedesco, garantisce un buon successo e una discreta clientela. Nel giugno 1982 Candida e Rosario si sposano a Terrasini, coronando il loro effimero sogno di felicità.

Arrivano gli anni ’90 con i grandi cambiamenti politici, le stragi di Capaci e via D’Amelio e la fine della Prima Repubblica. Ecco le relative notazioni: «si era interrotta la crescita produttiva in Italia e molte imprese, comprese la Fiat e l’Olivetti, avevano perso competitività anche per le lungaggini e le inefficienze della pubblica amministrazione e della burocrazia.» Rosario purtroppo scopre di avere un carcinoma allo stomaco e muore in breve tempo. A Candida rimane l’impegno di versare una somma periodica agli amici di Vito, che l’hanno aiutata a rilevare il ristorante. Lei è sempre più in vena di riscatto, ambisce decisamente a una scalata sociale: «Cercava visibilità, voleva stringere importanti amicizie, voleva quello che prima le era stato negato, un buon posto in società.» Ma nel frattempo ingrassa: «il tempo, le delusioni, l’impegno nel lavoro, tutto aveva concorso a renderla incline all’obesità. Si mortificava davanti allo specchio, si crucciava nel rivedere le foto del passato.» E rimugina spesso sulla sua vita, sui “se” e i “ma” di ciò che era accaduto. «Aveva fatto dei progressi…» da tata a assistente sarta, poi assistente cuoca, poi cuoca, poi imprenditrice e cittadina facoltosa emersa dalle ceneri della ragazza povera di provincia. Stava insomma diventando una persona dell’alta società, frequentava circoli importanti e personaggi in vista. E cerca ancora di migliorarsi («Sto ampliando le mie conoscenze, voglio darmi un ruolo importante») in una affannosa e tenace conquista di risultati professionali, riconoscimenti e amicizie influenti.

Poi però, all’improvviso, il castello di carte crolla sotto il vento maligno del destino. Candida viene arrestata perché risultante in un libro-paga della mafia: la maledetta somma periodica versata agli amici di Vito! Viene condannata a sei anni di carcere, durante i quali vive «in silenzio e solitudine, provando più volte a mettere insieme i tasselli della sua vita, fatta di alti e bassi, di passione e abbandoni, come in una sequenza al rallentatore. Impossibile riavvolgere il nastro e tagliare o correggerne pezzi». Ecco la complessità indicibile e l’unicità di ogni esistenza che il romanzo cerca attentamente di esplorare, in un connubio di ragione e sentimento dove entrambi i versanti intellettuali di Italia Vitiello Izzo, nelle sue vesti di biologa e narratrice, possono cooperare rafforzandosi a vicenda. Se il nodo che aggroviglia il percorso del personaggio non si può sciogliere, esattamente come il mistero che lo fa essere umano, se ne possono almeno censire gli avvolgimenti, il viluppo delle forme, il legame delle forze da cui viene intimamente trattenuto. Scontata la pena, Candida può così tornare a riprendersi la vita, predisponendosi a conquistare – dopo tante traversie – il sospirato frutto del dolore: la serenità dell’età matura, vale a dire un modo finalmente meno ingenuo e più equilibrato di stare al mondo e affrontarne le contingenze.

Romanzo autentico, sapientemente intessuto e condotto dall’autrice, Candida ricorda il modello naturalista della narrazione come tranche de vie e spaccato storico della società, attraverso la prospettiva di un milieu che entra in contatto con un altro milieu incompatibile, trascinando alla rovina il personaggio e le sue “ambizioni sbagliate” giacché partorite da un retroterra non all’altezza dell’obiettivo che sogna di raggiungere. Difatti, Italia Vitiello Izzo sembra interessata soprattutto al modo in cui ogni individuo «reagisce a un particolare ambiente», e quindi l’origine sociale che trapela «da tante cose», e il peso del passato che torna sempre a incombere sul futuro: il personaggio lotta per emanciparsi e autoaffermarsi, ma deve continuamente fare i conti con la propria storia, cioè con la “forma” che imprigiona e condiziona la spinta evolutiva della vita. Il romanzo è dunque un microcosmo: costruzione di un mondo a sé all’interno del mondo, per cui dal testo si trapassa continuamente al contesto (cioè il tessuto storico e sociale), e viceversa. E lo spirito del tempo emerge mediante la vita delle persone comuni, la loro dimensione quotidiana di piccole cose, di azioni minute, di normalità apparentemente insignificante, di speranze, delusioni e sogni infranti, di abusi e umiliazioni quotidiane. Anche per questo Candida è “una” storia di paese che finisce per abbracciare “la” storia di un Paese: l’Italia, dal 1970 al 2004.

Marco Onofrio

 

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