“Vorrei che quel domani fosse oggi”, di Giuseppe Tacconelli, letto da Marco Onofrio

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Giuseppe Tacconelli

La poetica che mi sembra di poter intuire dal complesso degli elementi estetici incarnati in questo libro di Giuseppe Tacconelli (Vorrei che quel domani fosse oggi. Riflessi d’amore e vita, Roma, Enoteca Letteraria, 2017) si attaglia ad una definizione di poesia come slancio di trascendenza; uno slancio non astrattivo e incorporeo, ma concreto di esperienza e innervato al “basso continuo” dei pensieri che si incrociano, e quindi alla musica del loro “tramestio”. È una trascendenza che oltrepassa la realtà senza perderne il corposo nutrimento: non evasione, dunque, ma approssimazione conoscitiva della profondità. Non fotografia del noto, ma sua radiografia a cavallo tra reale e fantastico, “scivolando dentro e fuori dall’anima”.

La poesia, come un microscopio, cerca di acciuffare l’invisibile del reale per consentire la sua insolita visibilità ed estendere, di conseguenza, i confini di ciò che diamo normalmente per sottinteso, giacché sussunto nel progetto della “rappresentazione” cosmica che intessiamo dal fulcro radiante della nostra coscienza, sintesi e moltiplicazione infinita degli universi. L’occhio del poeta è una lente magica che ingrandisce le cose sino agli abissi delle loro strutture infinitesime e che, al tempo stesso, sa racchiudere l’immensità dell’oceano dentro la scintilla di una goccia. E questa “radiografia” del reale giunge al “panorama scheletrico”, come diceva Dino Campana, per estrarre anche gli elementi vettoriali sottostanti all’articolazione dei cronotopi, le “divergenti linee originate da universali centri”, scrive Tacconelli, cioè lo sviluppo delle forze invisibili che presiedono alla manifestazione dei fenomeni. Leggiamo proprio all’inizio del libro: “Nell’illogico reticolo temporale / si intersecano percorsi retti e convessità, / in congiunzioni tese verso l’infinito”. Ogni punto di spaziotempo è l’incrocio di ciò che lo precede e lo circonda, un plesso multidimensionale di potenzialità aperto ad ogni direzione dalle linee infinite che lo attraversano. È una ricostruzione “mentale” delle cose come realmente sono, fuori dalla logica dell’uomo, che per certi versi mi ha ricordato la pittura cubista… e che si accorda senza dubbio con le teorie quantistiche (ad esempio l’onda di probabilità) che la fisica introdusse all’inizio del ‘900, rivoluzionando anche la percezione del mondo e di conseguenza le sfere interconnesse dei saperi, arte compresa. Ebbene, la poesia rappresenta un punto straordinario di convergenza di queste linee divergenti “originate da universali centri” proprio nella sua natura immateriale, ma non per questo meno reale, di cronotopo rivelatore, di luce che zampilla dalle cose attraversando un “fugace e malinconico istante / sufficiente appena per deporre un sospiro” dopo cui “divergere verso altre singolarità”.

Il poeta, armato di gentilezza, grazia, sincerità e “nobile cuore”, è un tipo di pre-illuminato che tende alla conoscenza indicibile della metafisica: ovviamente i versi, utilizzando parole relative e circoscritte, sono esclusi “a priori” dalla sapienza dell’assoluto; possono soltanto testimoniare lo sforzo disperato di attingervi. Ma ecco che il poeta, nello slancio titanico del suo sforzo, oltrepassa i propri limiti ed evolve, trasformando la coscienza alla luce di una sempre nuova globalità cosmica, che gli rivela l’“universo privo di confini / colmato unicamente dalle nostre essenze”. Scrive infatti: “Espando tentacoli fagocitando l’universo. / Non ho più bisogno di occhi, / riesco a percepire la globalità. / Avverto il pulsare della vita”. Corollario organico di tale percezione corpuscolare dell’invisibile che il visibile racchiude, e dalle cui “cause prime” viene sorretto, mosso e nutrito, è – peraltro – la poesia come fondazione “civile” della coscienza oltre gli “istinti ciechi” che producono le aberrazioni tipiche della violenza distruttiva. La parola accoglie, argina e trasforma la carica negativa di questa violenza. Tacconelli immagina una fondazione che in realtà è continua ri-fondazione, “progettando edifici scagliati nel futuro, / senza smantellare quelli pericolanti, / ancorandoli a nuove fondamenta. / Per poter riaprire il coperchio della vita”. La vita insegna un riuso interminabile dei suoi materiali: tutto serve a tutto e viene infinitamente rimpastato nella globalità della materia.

Nella lirica “Armoniche difformità” Tacconelli sottolinea il valore della differenza: “Le differenze non aprono voragini, / affascinano ed attraggono l’anima”. E nella lirica “Dis_simili” si produce in un confortante elogio dell’imperfezione: “I difetti non sfumano i valori. / Gli opposti appagano i sensi. / Le lacune non sono crepacci. / Da tutti possiamo assimilare. / (…) / Non sempre i diamanti brillano al sole, / per quelli più puri occorre scavare”. Che poi è un invito a non fermarsi alle apparenze, ma a cogliere le enormi ricchezze che la vita può regalare ad un occhio semplicemente attento.

Qual è l’atteggiamento tipico da cui scaturisce questa poesia? Un atteggiamento contemplativo di riflessione e rammemorazione: il poeta “raggomitolato su se stesso” che si concede del tempo “per pensare” (ne ha bisogno per capire sempre meglio) e ritrova, così scrive, “il coraggio di scavarmi dentro”. L’imprinting è pensoso e malinconico come il suo sorriso “gentile e triste / avvolto in gradazioni di tenebra”. Ma la cortina crepuscolare viene trafitta da una tensione noetica di stampo leopardiano che gli fa scrivere “indosso veste intrisa di pensieri” e che lo spinge con forza titanica a scendere nel pozzo per affrontare e sconfiggere i “mostri”. Niente vittimismi o piagnistei, dunque, ma il coraggio di sentire tutto il passato, senza dimenticare la sua “incessante presenza”, mentre si tiene fermo lo “sguardo sognante verso il futuro”, mettendo insieme le ali e le radici necessarie alla trasformazione. Ecco allora la “dolce vertigine” dei ricordi, e lo sgomento di sentirsi vivi ai bordi del tempo che scorre e ci consuma come un fiume. E il tracciato umano che riemerge, coi “riflessi d’amore e vita” (sottotitolo del libro), ovvero il tessuto “di sogni / o rimpianti scagliati / nella corsa spietata del tempo”. E, ancora, l’attesa inquieta e impaziente di un evento decisivo e solutore, come nell’eponima “vorrei che quel domani fosse oggi”.

È forte in Tacconelli questa esigenza conoscitiva di approfondimento che egli traduce in volontà di estraniarsi per comprendere “in solitaria riflessione”, anche a costo di racchiudere la mente “in una scatola di scarpe, / le più vecchie e consunte”: uscire dal gorgo convulso della quotidianità per accedere alle dimensioni nascoste, dello spirito e della realtà, pur senza staccarsi dalla fosforescenza della sensazione e dalla palpabile fuggevolezza di ciò che splende, schiudendo l’uovo del proprio dono. È così che il poeta impara a baciare la lacrima (scrive infatti di “Appassionato bacio su una lacrima, / fulgido gioiello alle ciglia appeso”) per consolare e consolarsi, ma anche per amare il dono umano che reca in sé il dolore. Su questa linea la contemplazione del tramonto diventa un varco di conoscenza per trovare e ritrovare se stessi: “Il mio tramonto. / Tutti ne dovrebbero avere uno. / Amico fidato da incontrare ogni sera. / Confidente dei propri segreti. / Fedele compagno che mormora consigli”. Occorre usare ogni mezzo (anche le “fantasie metafisiche” che conducono al “mio mondo surreale”) pur di andare oltre i “giorni opachi”, l’inedia, il torpore, l’alienazione, lo “sgretolamento dei punti di riferimento”, i “visi senza corpo” tra cui ci si muove nel malessere del mondo contemporaneo, nella “sofferente città / malata di indifferenza, / efferata untrice di scomposizioni”. Camminiamo ogni giorno come sonnambuli tra le ombre, seguendo un destino “derisorio” che tradisce le sue “futili promesse” e i ricordi di una vita lontana o della vita diversa che avremmo potuto vivere, “scintillanti frecce che attraversano la ragione” come asteroidi nel cielo notturno. Soprattutto i “vecchi ricordi d’innocenza” della nostra infanzia, quella luce che si è spenta come uno specchio infranto da una sassata: “il bimbo se ne è andato, / ormai nascosto nel mio cuore”.

Al candore originario dell’esistenza si contrappone la menzogna che vi domina sovrana: le persone sono canne al vento, “moltitudine di nullità” soggette a dinamiche maligne di invidia, congiura e bieco opportunismo, giacché “l’ingannatore infernale di mille vesti si ammanta”. La poesia si ammanta invece di vesti ammonitrici, richiamando l’uomo alla “giusta misura” come antidoto all’oltracotanza che, oggi più che mai, lo fa indegno del podio fino a cui si innalza motu proprio. Sarebbe infatti la creatura suprema del creato, “privilegiato centro di universali misteri” lo definisce Tacconelli, ma – artefice in parte consapevole del male che lo ha degenerato – “senza pietà cammina (…) sulla propria progenie”, le mani imbrattate di sangue fraterno per ricoprire il pianeta di guerre, orrori, atrocità.

Si affonda nel fango più gelido della disperazione (come nel terribile verso “La salvezza è una porta che si apre dal di fuori”) per poi aggrapparsi al cardine originario della speranza che rifiorisce dal tronco stesso della ragione naturale. Tacconelli sa attingere buoni nutrimenti sia dalla ragione, sia dalle sponde che le stanno dirimpetto. Registra ad esempio il deragliamento del soggetto nel “crepuscolo della ragione”, appunto, sicché scrive “mi sbriciolo in evanescenti particelle”. Anche l’intelletto è “in tumulto” tra pensieri che “saettano selvaggi”. Nello “scompiglio” delle forze “sfuggono le briglie della vita” e allora ci si ritrova “schegge”, cioè “frammenti da ricomporre”. D’altra parte il razionalismo insano della società tecnocratica contemporanea ha prodotto, col suo “passivo intralcio”, una spaventosa trappola delle energie, le “sconosciute energie imbrigliate”: il fiume è “bloccato dalla diga” che gli abbiamo opposto, puntellando il muro con le nostre infinite sovrastrutture, per ritagliarci un mondo asettico e artificiale dove vivere il più a lungo possibile; ma la felicità? Tacconelli ci fa sentire la tentazione della vita magmatica oltre le forme, le “trascendenti energie” delle “passioni espanse oltre la ragione” alle quali abbandonarsi (“vagabonda anima libera”) nella leggerezza del fluttuare. Ecco ad esempio l’ardore dell’eros, l’ebbrezza di sentirsi “felicemente perduto” nelle delizie della “passione divina”, anche se l’amore – come la poesia – “non si trova ma cattura”. Ed ecco, di conseguenza, la lode sensuale della donna, “mistero continuo da svelare, / in equilibrio con il creato”, che per eccesso di devozione può sublimarsi in creatura angelicata, come Beatrice, “meravigliosa creatura che ti manifesti in sogno”.

Amore e Psiche, Passione e Ragione, Mithos e Logos: la poesia è un ponte che unisce le due sponde, accordandole in una sintesi logomitica in cui plasmare le chiavi per riaprire la porta della salvezza. La poesia di Tacconelli associa spesso un contenuto dionisiaco (come quando rappresenta la passione del tango nella lirica “Note voluttuose”) a una forma apollinea – cioè ordinata, composta, armonica – in cui “la melodia serenamente si materializza”. E infatti sprigiona il potere della bellezza quando la vita nutre la sua forma al punto da permetterle di esprimere compiutamente la funzione per cui è stata originata, come la ballerina a cui Tacconelli dedica una lirica: “Scultura plastica che muta costantemente forma / cumulando energia dentro di sé. / In spasmodica attesa di essere espressa / ed erompere al momento cruciale”. Questo momento cruciale è appunto quello della poesia, quando scocca il lampo della sua trasformazione alchemica se “dalla pena e dai dolori distilla la parte migliore”. Scrive Tacconelli: “Nulla va perduto, / per ritrovare la felicità”: è il dolore il combustibile che alimenta l’alambicco della gioia. E il movimento ancestrale è quello della “Fenice orgogliosa che il volo spicca” sorgendo dalle proprie ceneri. La poesia vuole dunque essere una forza positiva e propositiva di liberazione: “schiudere la via dell’anima” al cui richiamo risvegliare le coscienze addormentate, dare nuova linfa al “cuore rugoso” (riabbracciando le sensazioni “perdute lungo inaridite strade”), tornare in “armonioso equilibrio” vibrando insieme alla musica del cosmo, e celebrare la “magnificenza del creato” in accordo con la natura, materna e non più matrigna.

Occorre unire cielo e terra, cioè “vivere la corrisposta concessione / dell’abbraccio fisico spirituale” ed è proprio ciò che fanno queste poesie; ed è proprio ciò che le rende così profonde, autentiche, universali.

Marco Onofrio

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