“Le campane di Roma”, di Orietta De Filippis – II

campana

I romani riconoscono il suono delle loro campane perché ognuna di esse possiede una propria intonazione caratteristica, un proprio particolare rintocco. Primo fra tutti il “campanone”, la cui voce è austera e inconfondibile. E quando le sei campane di S. Pietro suonano tutte assieme, “è la voce stessa unanime della chiesa che parla”. Il “plenum”, cioè il loro suono contemporaneo avviene in occasione delle maggiori solennità dell’Anno Liturgico: al canto del Gloria nella Veglia Pasquale, durante la Messa della Notte di Natale e per la festa dei santi patroni di Roma, Pietro e Paolo. Suonarono a distesa anche il 28 febbraio 2013, quando Benedetto XVI, dopo essersi dimesso da Papa, lasciò il Vaticano per recarsi in elicottero a Castel Gandolfo. In quella occasione suonò pure la campana del Campidoglio. Il campanone suona a morto per annunciare al mondo la morte di un pontefice. Quando morì Giovanni Paolo II, prima le campane della basilica di S. Pietro suonarono i rintocchi a martello, poi, un’ora dopo, suonarono le campane di tutte le chiese di Roma. Dal 2005, la fumata bianca che annuncia l’avvenuta elezione del nuovo papa, è accompagnata dal suono a distesa delle campane, proprio per dissipare ogni dubbio sul colore di quella fumata.

Per secoli le campane sono state suonate a mano, ma dal 1931, la loro elettrificazione ha fatto sparire, quasi del tutto, la poetica e caratteristica figura del campanaro. Le campane sono presenti nei detti popolari e nei proverbi, nella letteratura e nella musica, con riferimenti poetici, ironici o provocatori. Nel medioevo furono argomento di molti versi, spesso incisi sulle stesse campane. Filippo Tommaso Marinetti, nel 1919, provocatoriamente scrisse: “Bisogna bruciare la tonaca nera, simbolo di lentezza e fondere tutte le campane per farne altrettante rotaie di nuovi treni ultra-veloci”. Un aforisma di Sacha Guitry, recita: “Anche Dio crede nella pubblicità, infatti ha messo campane in ognuna delle sue chiese”. Esse, tuttavia, non possono più suonare come un tempo; devono infatti rispettare regolamenti che impediscono e limitano il rincorrersi delle loro note, le quali possono espandersi solo tra le ore 8 e le ore 21 fatta eccezione per la Veglia pasquale e la notte di Natale.

Anticamente il suono delle campane ritmava lo scorrere della giornata; il loro rintocco scandiva il trascorrere del tempo. Le campane suonavano fino a dodici volte al giorno. Un noto dipinto di Jean- Francois Millet, raffigura una coppia di contadini che interrompe il lavoro al suono delle campane che annunciano l’Angelus (che è anche il titolo dell’opera dell’importante artista francese). Si narra che a Roma i campanari sciogliessero le campane di mezzogiorno, soprattutto nel periodo napoleonico, ognuno in un momento diverso. Papa Pio IX, non amando quello scampanio irregolare, sentenziò che dovesse essere una cannonata, udibile per tutta la città, a dare il via alle campane delle chiese. Molte sono le leggende legate alle campane. Una di queste, del XVI secolo, racconta che una pastorella si era smarrita, sul far della sera, nei pressi del colle Esquilino e, avanzando la notte, con il buio e la nebbia che si facevano via via sempre più fitti, era diventato impossibile orientarsi. La pastorella disperata invocò l’aiuto della Madonna ed ecco che una campana (tra le cinque del campanile di S. Maria Maggiore) cominciò a suonare, permettendole di raggiungere facilmente la propria abitazione. Da allora quella campana, soprannominata “La sperduta”, a ricordo dell’episodio, viene suonata tutti i giorni, alla stessa ora, e cioè alle 9 di sera.

A Roma le campane sono ricordate, nel loro suono, da stornelli che risalgono alla fine del settecento. È del 1870 “La canzone del campanaro”, nella quale la patriottica insistenza di una giovane vince la ritrosia di un campanaro, che si decide a suonare a distesa le campane affinché tutti sappiano che Roma è stata ricongiunta all’Italia. La canzone “Ritorno”, recita: “Qui pe’ Borgo, tutto in festa, / ‘gni campana me saluta, / già ‘sto core ha riveduta / que la strada che lassò”. In un’altra operetta romanesca troviamo un campanaro che canta: “Quanno fo’ din din din, / me lo bevo del buon vin. / Quanno fo’ dindon dindon, / manno giù la mia passion”. Anche Gioachino Belli e Trilussa hanno scritto su tali argomenti. In particolare Trilussa, ne “La campana della chiesa” dice: “Che sono a fa’?, / diceva una Campana, / da un po’ de tempo in qua, c’è tanta gente / che invece d’entrà drento s’allontana”; e, nell’altra dal titolo “Er Diavolo che se fa frate”, scrive: “Er frate camminava locco locco, / nun vedeva la croce der convento, / ma sentiva a bon conto la campana, / de tant’in tanto che ie dava un tocco, / come una voce d’incoraggiamento”.

Il suono antico, la voce solenne o squillante delle campane ha affascinato e ispirato i più grandi compositori dell’ottocento e del novecento, da Listz a Rachmaninov, da Musorgskij a Ravel, da Alkan a Skrjabin. Numerosi artisti hanno cercato di riprodurne o di evocarne il suono. Nel poema “La campana”, di Friedrich Schiller, musicato da Andreas Romberg, la fusione collettiva di una campana diventa un inno all’amicizia, al lavoro, alla famiglia. Giacomo Puccini trasse dall’eco delle campane la romanza che Cavaradossi canta nell’ultimo atto della “Tosca”, quando le prime luci dell’alba s’affacciano sugli spalti di Castel Sant’Angelo. Il Maestro voleva riprodurre il suono del campanone di S. Pietro e, meticoloso com’era, volle verificarne l’intonazione. Come racconta Arcangelo Paglialunga, Puccini si recò in piazza San Pietro, ove “seduto ai bordi di una fontana, con un sigaro in bocca e alcuni fogli di carta da musica in mano, cercava di trascrivere in note musicali il suono del campanone”. Al riguardo Don Panichelli scrisse a Puccini: “Il Maestro Salvatore Meluzzi (direttore della Cappella Giulia) ha potuto assicurarmi che questo rintocco, indistinto, confuso, inafferrabile del campanone di San Pietro, risponde ad un Mi naturale”. Magia, fiaba, incanto, amore e morte troviamo ne “La campana sommersa” di Ottorino Respighi (storia del fonditore di campane che perde la sua opera più pregevole in fondo ad un lago). Nelle opere di Giuseppe Verdi le campane suonano nella prima scena dell’“Otello”, suonano a stormo nel “Simon Boccanegra”, suonano i rintocchi della mezzanotte nel “Rigoletto”, e suonano a distesa ne “Il Trovatore”. Le campane suonano anche nella “Cavalleria rusticana” di Mascagni: “è Pasqua, è giorno di festa”. La campana più famosa della storia della musica è forse la più piccola, “La campanella”, il rondò finale del concerto in Si bemolle (Op. 7) di Paganini, che Franz Listz trascrisse per pianoforte. Conosciutissimo è il trillo di questa campanella impazzita. Nel 1999 il compositore Llorenç Barber progettò e diresse un suggestivo concerto con le campane di 65 chiese romane. Nelle “Campane” di Sergej Rachmaninov, composta a Roma, su testo di Balmont adattato da “The Bells”di Edgar Allan Poe, materiali e voci delle campane diventano metafora dell’esistenza umana: sono prima d’argento e producono un tintinnio, poi d’oro e producono uno scampanio, poi di bronzo e producono un clangore, infine di ferro e producono un gemito”. Il suono di questi strumenti ha ispirato molti poeti e scrittori, tra i quali: Dante Alighieri, Giacomo Leopardi, Alessandro Manzoni, Gabriele D’Annunzio, Federico Garcia Lorca. I versi di Poe recitano: “Ascolta come ulula la campana a martello, sembra che si lamenti l’inferno di bronzo!… Che i rintocchi delle campane, strappati, incapaci di suonare, possono soltanto dibattersi, svincolarsi e urlare, urlare, urlare! … Ascolta le campane luttuose, i loro lunghi rintocchi! Si odono i suoni dello sconsolato dolore”. A Poe, Odilon Redon dedicò il dipinto intitolato “Una maschera suona la campana funebre”. Nel racconto fantastico “Concerto di campane”, di Charles Dickens, il protagonista (Toby Veck, soprannominato Trotty) trascorre le sue giornate ai piedi delle campane della chiesa e le campane parlano e conversano con lui. La campana più nota è, forse, quella di Ernest Hemingway (“Per chi suona la campana”), i cui rintocchi a morte diventano il simbolo della libertà minacciata dell’Europa. Anche Giosue Carducci, “non credente” per buona parte della sua vita, fu commosso dalla voce di una piccola campana che suonava l’Ave Maria. Pure nel cinema ritroviamo le campane: Edoardo De Filippo, nei panni di un parroco, fa suonare tutte le campane per richiamare i parrocchiani nel film “Campane a martello” di Luigi Zampa, ambientato nell’isola d’Ischia. Campane nel film “Il Marchese del Grillo” (di Mario Monicelli). Il protagonista, il nobile Onofrio (interpretato da Alberto Sordi), per dimostrare che nello Stato Pontificio non esisteva più la giustizia, fa uno scherzo all’ebanista Aronne Piperno, “giudio”: gli commissiona dei lavori e non glieli paga. La faccenda finisce in tribunale, ma il marchese, “ricco e cristiano” pur avendo torto, riesce a vincere la causa corrompendo la Guardia Nobile e il Sacro Collegio. Ottenuta la sentenza a lui favorevole, il Marchese fa suonare tutte le campane di Roma, “tutte insieme, come se fosse morto il papa”. A Pio VII, che infuriato lo manda a chiamare (pensando si trattasse dell’ennesima burla del Marchese), Onofrio risponde che aveva fatto suonare tutte le campane perché era morto qualcuno più importante del papa stesso: “era morta la Giustizia”, venuta a mancare dopo il torto fatto al falegname da lui truffato e condannato perché povero ed ebreo.

Tanto ancora ci sarebbe da scrivere sull’argomento. Le campane fanno parte di noi e della nostra storia. Il loro suono, ancora oggi, ci emoziona, ci allarma, ci coinvolge, ci guida, forse perché, come Papa Giovanni Paolo II un giorno disse: “Ciascuno di noi porta in sé una campana, molto sensibile. Questa campana si chiama cuore”.

Orietta De Filippis

Orietta De Filippis

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