“Resalio”, di Elly Irukandji, letto da Dante Maffìa

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Elly Irukandji

Ho sempre letto i romanzi d’esordio evitando di pensare che si tratti di materia presa a piene mani dalla propria esistenza, cioè di fatti personali, di vicende autobiografiche, accompagnato anzi da una sorta di gioia che mi permette di cogliere l’essenza delle circostanze che hanno spinto l’autore a mettere mano alla storia raccontata. E se invece sono davvero vicende autobiografiche, cerco di vedere subito come queste siano state incorporate in una affabulazione che si divincola dai legacci dell’io per diventare coscienza universale, parola che illumina sentieri e anfratti sconosciuti e quindi “necessari” per comprendere l’affresco rappresentato, la vita nel suo fluire. Perché di vita deve trattarsi se un romanzo ha da dire qualcosa al lettore, se le pagine devono diventare emblema di situazioni probanti e veritiere in grado di portare dentro le vicende con la massima naturalezza.

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Mi pare che Elly Irukandji con Resalio (Città del Sole, 2016, pp. 266, euro 12) dimostri le qualità necessarie per uscire da se stessa e porsi nel solco di chi è stato capace di focalizzare una storia coinvolgendoci, facendola sentire nostra. Non si tratta di avvenimenti eclatanti, di vicende che sconvolgono terra e cielo e sommuovono le viscere della terra; si tratta di una sorta di “educazione sentimentale” di Morgana, studentessa ventunenne di giurisprudenza che si trova nella pienezza di rapporti usuali, quelli della quotidianità, e li vive fuori dalla routine, lontano dalle solite regole stabilite dalla famiglia, dalla società, dagli amici, dai parenti prossimi, al di fuori della cadenza che di solito stabilisce i rapporti. Ha perduto il suo innamorato, sente dentro di sé di essere stata privata di qualcosa che la rende vagante, insolita, un po’ sbandata, mortificata dalla insensibilità di chi non “giustifica” le proprie azioni e lascia tutto nella incompiutezza.

Questo sentimento dell’incompiutezza Morgana lo porta dentro come se dovesse scontare peccati ancestrali, lo vive come una condanna e un limite anche perché il risvolto che le viene prospettato di continuo è il modo di vivere delle tre cugine e della zia, fatto di insipienza, di piccole vanità, di quel fumo di cartapesta che avvolge le azioni e le rende un teatrino inutile e ridicolo, inessenziale e irritante. C’è altro di importante nella vita, sono altre le situazioni che contano per crescere, per trovare una imbarcazione e navigare verso un senso nuovo e carico di verità, verso la conquista della propria umanità che può trovare se stessa soltanto se riesce ad essere se stessa anche nelle traversate in cui “il dolore si vede”. Il susseguirsi dei giorni ci fa conoscere le giornate di Morgana e ci fa conoscere Romeo, il bellissimo giovane omosessuale che si ammala di SLA, e la bimba Mira, affidata a una casa-famiglia, che ha un assoluto bisogno d’amore e che si lega alla protagonista anche se i loro incontri sono fugaci e non frequenti. Descritto con molto acume anche il rapporto di Morgana con la madre e la sorella, con lo studio, con l’amore perduto; ma sono tutti fatti che di per sé varrebbero poco se non fossero stati raccontati con quella carica di poesia che dà alle pagine una forza direi contundente e nuova che, pur adottando fittamente il dialogo, non ricalca un ritorno al neorealismo, ma fa parlare la vita nelle sue espressioni più autentiche e più palpitanti. Insomma, non c’entrano né Cesare Pavese né Elio Vittorini né Ernest Hemingway, ma la necessità interiore di Elly di darci la genuinità di un quadro umano fuori dagli schemi che ormai si sono perpetuati senza riuscire a farsi intendere nella pienezza del sentire.

La prosa di Elly è martellante, con improvvisi colpi di scena, con momenti di lirismo ben colto e ben amalgamato con il resto del racconto e perfino con invenzioni linguistiche ben calibrate che captano talune atmosfere rilevanti ai fini della caratterizzazione dei protagonisti. Direi che si tratta di un’opera prima che promette molto, che da subito ci dà una narratrice che sa puntare all’essenzialità senza perdersi nei meandri dello strafare. Infatti la struttura del romanzo è lineare e marcia senza alti e bassi, serenamente avviata a realizzare il ritratto di una giovane che si dibatte tra i luoghi comuni in cui è sbattuta e l’ansia di poter andare oltre, fino a diventare cigno. Si noti come la narratrice ha saputo coordinare, fin dalle prime pagine, le ragioni della sua scrittura facendo riferimento al brutto anatroccolo, pur sapendo che “Un cigno non deve dimostrare niente a nessuno”. Diceva Henry James che un romanzo riesce nel suo intento solo quando trova la strada giusta per saldare emozioni e avvenimenti in un rapporto dialogante e quando la psicologia dei protagonisti è credibile e sa muoversi dialogando e non chiudendosi nell’alveare dei propri enigmi. Mi pare che Elly sia stata capace di tutto questo e anche di avere scelto la strada della chiarezza per portarci dentro un mondo che non si dimentica facilmente, soprattutto perché i toni non scadono mai nel patetico, neanche quando muore Romeo, neanche quando Mira subisce l’incidente. Ma anche per la perizia linguistica che azzarda le innovazioni anche se non con l’ossessione alla Gadda, alla Landolfi e alla Rugarli, tra l’altro in prima persona. Naturalmente ho cercato nei dizionari il significato della parola Resalio senza trovarlo, presumo che venga dal latino resalire, iterativo di salio, cioè saltare cercando la salvezza, ad esempio su una barca per salvarsi dal naufragio. Un piccolo rompicapo che incuriosisce e ammanta il libro di un altro mistero. Comunque se volessimo utilizzare le definizioni che Maria Corti e Cesare Segre hanno raccolto in un famoso manuale sulle metodologie della critica letteraria, verrebbe da dire che questo è un romanzo di formazione e la narratrice non ne fa mistero specialmente nelle conclusioni: “Le mie dita mischiano il portachiavi con il foglio piegato e depositato in fondo alla tasca. Lo riprendo e rileggo “resilienza”, in una definizione ormai imparata a memoria e guardando la gente che mi circonda, non riesco a non chiedermi chi o che cosa sia la resilienza. Sarebbe bello saperlo. Io c’ho messo tanto a ribaltare la barca dal lato giusto e risalirci sopra. E quando l’ho fatto, ho visto che ad aiutarmi era stata Mira. Con i suoi libri di fiabe, le sue dita colorate di pittura, i suoi boccoli castani. Mira e l’aeroporto pieni di respiri. La mia resilienza. E di colpo “resalio” è un verbo che si può di nuovo toccare”.

Dante Maffìa

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