“Tre civette sul comò. CivettArte”, a cura di Stefania Severi e Maria Grazia Massafra, letto da Dante Maffìa

civetta

Frutto di una mostra bizzarra, meravigliosa, insolita, questo bel volume (EdiLet, 2017) sulle civette, la cui simbologia è largamente presente nell’immaginario collettivo. I collezionisti, anche i raccoglitori fissati e audaci (visto che Stefania Severi fa la distinzione) sono tanti, di ogni genere di cose, ma quelli che invece dialogano con ciò che vanno via via mettendo insieme, sono pochi e dietro questi pochi c’è addirittura una filosofia spesso affascinante, altre volte strampalata, altre ancora pretestuosa, ma sempre condita di quell’entusiasmo che permette di non far perdere spesso mondi, come altrimenti chiamarli, che diversamente finirebbero nel nulla.

Si pensi ai collezionisti di tappi di bottiglie, di etichette, di bicchieri, di pipe, di carte di caramelle, di bustine di zucchero, di bastoni, di scatole di latta… quanta memoria hanno saputo conservare con il di più di un tratto estetico che nel tempo si è trasformato di continuo, conservando un’aura di poesia e non sempre semplicemente crepuscolare. Personalmente colleziono ranocchie, ne ho più di mille, di ogni foggia, di ogni materiale, e nutrono un mio rapporto con certe avvincenti scale esoteriche che mi danno spesso i brividi e la certezza che anche i piccoli animali e le cose più banali possiedono un’anima, o qualcosa di simile. Deve aver pensato questo Stefania Severi quando la mamma le regalò “una civettina di cera” dicendole “ti somiglia”. Infatti da allora ha inseguito l’eleganza delle civette e le ha collezionate con l’interesse che sempre bisogna avere se non si vuole far diventare la collezione un guazzabuglio irrisolto e direi anche stupido. Comunque se la madre di Stefania non avesse fatto quel gesto non avremmo avuto alla Casina delle Civette, nei Musei di Villa Torlonia, la mostra interessante e direi meravigliosa che ha coinvolto, tra gli altri, il Comune di Roma e le ambasciate della Germania e della Grecia.

Circa settanta artisti si sono cimentati nella raffigurazione della civetta e il risultato è stato stupefacente perché ne è venuto fuori un campionario che ha lasciato stupiti i visitatori sia per la novità tematica e sia per la forza, a volte contundente, con cui le opere sono state realizzate. Non credo sia stato facile organizzare una panoramica così eterogenea e così massiccia, ma sappiamo che quando la Severi si mette in moto è capace di compiere miracoli, di sbalordire, soprattutto per una ragione: vola sempre alto, sceglie sempre il meglio, al punto che una mostra che doveva in qualche modo testimoniare qualcosa di molto particolare si è trasformata in un avvenimento che ha lasciato molti strascichi.

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Il libro è da conservare, da tenere in grande considerazione non solo per gli scritti di Zoras, di Rossi, di Parascheva, di Leone, di Caldognetto, della stessa Severi e della Massafra, ma anche per il materiale fotografico nitido, ben godibile, dimostrazione di un percorso di alta qualità, durante il quale si fanno incontri con personalità eccelse che hanno saputo porre la civetta al centro di un interesse che va al di là dell’occasione. Che dire degli scritti di Maria Luisa Caldognetto, di Rita Leone, di Antonio Natale Rossi, di Maria Grazia Massafra, di Gerasimos Zoras e di Helene Parascheva? Bisognerebbe proporli uno per uno e notare quanta attenzione scientifica vi è profusa, oltre alla passione che ha coinvolto le loro sensibilità.

Quindi non è esagerato quel che ho affermato sostenendo che si tratta di un libro da conservare, da godere anche in alcuni momenti di malinconia che qualche volta le giornate ci regalano. Farsi guardare dritto negli occhi dalle civette o guardarle dritto negli occhi diventa un momento magico in cui una sorta di fluido ci unisce alla dea Atena, in cui ci sentiamo capaci di leggere anche dietro le apparenze. È un’antica lezione di Baudelaire, e più indietro di Tommaso Campanella, che seppero riconoscere nella civetta la portatrice di messaggi dell’oltre tomba. Spesso di indecifrabili essenze misteriose, quelle, per esempio, che un poeta come Gibran ha sentito come un flusso di risonanze antiche. “… se le civette, ancora oggi, vengono messe in mostra per continuare a coccoveggiare nel buio della notte, c’è speranza che l’uomo si possa ricredere e amare di più la giustizia, la libertà, la fede, la parità tra gli uomini?”: è una domanda che si pone Antonio Natale Rossi e ci fa intendere l’importanza di questo animale che secondo alcuni, incapaci di fare distinzioni, sarebbe un uccello “calunniato dai poeti”, e che invece li ha sempre ispirati, spesso per illuminare i piccoli spiragli di una tavola pitagorica ancora da inventare.

Dante Maffìa

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