Da “Il primo bacio” (EdiLet, 2018), a cura di Marco Onofrio: VITTORINI, MORANTE, PATTI

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Bacio all’Hotel de Ville, di Robert Doisneau (1950)

Elio Vittorini (1908-1966), Il garofano rosso (1948):

«La vidi, nei vetri della finestra, esitare come pensasse di tornare in classe. Sentii che arrossiva. E tremai per il bene che mi voleva, che un nulla sarebbe bastato, credevo, a cancellare via dal suo cuore. Volevo far finta di continuare a guardar fuori ma appena lei svoltò l’angolo del corridoio le corsi dietro.
Mi guardò quando la raggiunsi e nient’affatto era rossa come avevo supposto. Era tranquilla e sorridente. Vidi che aveva gli occhi chiari, fieramente grigi nel viso di bruna.
“Oh” mi disse. “Vado a prendere il fazzoletto che ho dimenticato. Giù. In guardaroba”. Pensai: “E se la baciassi?
Di nuovo mi assalì il caldo del ricordo di quando rotolavo sui mucchi di fieno in un tempo felice con una ciurma di bimbi, e pensai “baciarla” come se fosse significato portarla su uno di quei mucchi, rotolare fino al tramonto di quel pomeriggio con lei che mi aveva mandato un garofano rosso, quasi un papavero. Ma fu un minuto solo, durante il quale mi tremarono le mani. E subito cominciò un terrore di farle male, di distruggere il bene, di perdere per sempre la felicità di avere il garofano rosso donato da lei.
Con timida civetteria lei disse: “Dunque?”. E appena sorrise era già incamminata per andar via. Ma la fermai, la chiamai col suo nome: “Giovanna!”. Era stato stupido, pensai, chiamarla Diana, mentre era così Giovanna col suo passo, le sue gambe, la sua nuca, il suo verde e azzurro; così Giovanna! Pure non trovavo parole, e non sentivo che un’acqua di mulino farmi dentro io-io-io e diventare calda entro di me, un turbine di io-io-io, al cui confronto ogni cosa pareva non essere vera.
Oh bisogna che sia vero! Pensai. Bisogna fermare quel suo passo, quelle sue gambe, quella sua nuca, quel suo verde ed azzurro e renderli veri. Io le volevo bene per tutto questo che la facevano diversa da ogni altra scolare della terra.
Ma appena si voltò il mio sguardo entrò nel suo, sentii di volerle bene anche per qualcosa di più, come per una mia e sua bontà furiosamente vitale che avrebbe potuto farmi correre ammazzando le professoresse di franco-inglese attraverso afriche e americhe. Fu con questo senso di enorme bontà che la baciai; e fu appena un battito di labbra contro le sue labbra, profondo e vivo però nella sua gentilezza. Le sue labbra non fuggirono, le sentii anzi salire sotto le mie. E mi chiesi: “È un bacio? È stato un bacio?”»

Elsa Morante (1912-1985), L’isola di Arturo (1957):

«(…) io mi accorsi allora, per la prima volta, che la sopravanzavo ormai di statura. Questo mi parve il segno di una mia potestà anziana, fiera e gioiosa; e intanto ella si andava discostando impercettibilmente da me: ciò era come confessarmi che le batteva il cuore… All’improvviso la strinsi, baciandola in bocca.
Le sue labbra avevano un sapore freddo, marzolino; e la prima sensazione che ne ebbi non mi parve molto diversa da quella che si prova mordicchiando un’erba, o assaggiando dell’acqua di mare. Il mio pensiero in quel primo istante, era: “Dunque, adesso, anch’io conosco i baci! Questo è il mio primo bacio!”, e un tale pensiero, mischiato di un vanto appena incuriosito, sorpreso e un po’ scontento, quasi mi distraeva da lei. Essa dapprincipio, pur non rispondendo al mio bacio, non tentò neppure di sottrarsi, confusa nel suo stupore inerme. La sentii mormorare fra le mie labbra: − Artù, − come se non mi riconoscesse, e, stranamente, aggrapparmisi, come per chiedere, a me, aiuto; mentre che io, in una specie di affermazione spavalda, la stringevo più forte, premendo le mie labbra contro le sue.
Intorno alle sue palpebre ammorbidite s’era sparso un pallore debole e attonito. Le sue labbra, da fredde, s’erano fatte brucianti. E allora io sentii nella bocca un gusto di dolcezza sanguinosa che in un attimo distrusse nella mia mente tutti i pensieri. D’un tratto la mia voce disse: − Nunziata! Nunziatè! – ma in quel momento medesimo ella si strappò da me con una disobbedienza feroce, e incominciò a negare con la testa, in un modo tenero, sbigottito e febbrile.
Per un minuto stette così, a un passo da me, come se, trasognata, non ancora consapevole, interrogasse un mistero (…). Nel momento stesso che la sua volontà disperata ripudiava il mio bacio, il suo corpo (che all’improvviso mi si faceva riconoscere, come se l’avessi visto ignudo), mi implorava, all’opposto, di ribaciarla ancora! Questa implorazione palpitante e selvaggia attraversava tutte le sue membra, dai piedi rosa alle punte del petto, che sporgevano acute sotto la maglia. E nei suoi occhi spaventati trasaliva ancora quello sguardo umido, meraviglioso, intinto di un vapore azzurro, che vi avevo intravisto poco prima mentre la baciavo.
Gridai di nuovo: − Nunziata! Nunziatè! – e fui sull’atto di correre verso di lei. Ma lei, al proprio nome chiamato dalla mia voce, rispose con un grido, pieno di sgomento, diabolico e brutale. Poi, coprendosi la faccia, esclamò con una spietata certezza, quasi formulasse un giuramento sacro:
− No! No, Dio mio!
E dandomi uno sguardo di severità vitrea, addirittura snaturata, fuggì via da me, come da un nemico».

Ercole Patti (1903-1976), La cugina (1965):

«(…) “E donne niente?”
“Niente”.
“Non ci credo”.
“Te lo giuro,” disse Enzo avvicinando il suo viso al collo di lei e andando su con la mano sulla coscia fino a toccare la stoffa leggera e come crepitante che le copriva l’inguine.
“Non ci credo lo stesso,” disse Agata stringendo le gambe come per difendersi da quella carezza e imprigionandogli così la mano; e mentre lui si era proteso per baciarla sul collo come prima, Agata girò la testa e si trovò con la bocca contro quella di lui che sentì le labbra della cugina che si schiudevano e il sapore bagnato della bocca di lei aperta per accogliere la sua.
Era il primo vero bacio della vita che si davano con la cugina Agata che pure negli anni dell’adolescenza era stata per lui quasi una piccola amante senza che né lui né lei se lo confessassero e quindi senza mai baciarsi sulla bocca».

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