“Gli alberi e la Storia”, di Vittorio Emiliani

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Gli alberi secolari accompagnano la nostra storia, quella pubblica e quella privata. I 150 anni dell’Unità d’Italia sono stati celebrati anche attraverso alcuni alberi che ancora testimoniano l’intensità di quelle nostre epiche vicende. Fra i primi da citare sono sicuramente gli Alberi della Libertà alzati in tutte le città e cittadine italiane mano a mano che le truppe francesi, a partire dal 1796, le liberavano, portando con sé le idee fondamentali della Rivoluzione Francese del 1789: Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

Un Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia è sorto a Roma, qualche anno fa, per iniziativa della Associazione Nazionale Patriarchi, presieduta e animata instancabilmente da Sergio Guidi, nella splendida Villa dei Quintili: un albero plurisecolare o addirittura millenario per ogni regione. Alcuni dei quali – dall’umbro Noce dei Trocchi all’Olivo di Venafro (lodatissimo da Orazio e da Marziale), dal Melograno romano di San Giovanni in Laterano al Fico d’Abruzzo, alla vite siciliana Corinto – sono ormai autentici alberi che già fruttificano abbondantemente.

Ma torniamo alla storia. A Roma ricorderemo il simbolico Albero della Libertà – rami di olivo intrecciati su di una colonna – elevato nella storica Piazza del Campidoglio, vicino alla statua di Marc’Aurelio, nel 1797, per la prima Repubblica Romana, con una festa gioiosa che coinvolse la cittadinanza in balli e canti (la vediamo in una incisione dei francesi Vernet e Delauney esposta al Museo Napoleonico). Altri Alberi della Libertà sono ancora conservati dopo oltre duecento anni. A Orino di Valcuvia, nel Varesotto, un tiglio messo a dimora dai patrioti nella piazza centrale e poi spostato per sfregio dai restauratori asburgici presso il cimitero (dove però vive benissimo). A Montepaone di Catanzaro, dove l’olmo piantato durante la Repubblica Partenopea del 1799 stava seccandosi e l’Università di Firenze ha provveduto di recente a clonarlo: sorge davanti alla casa di un martire, Gregorio Mattei, impiccato dai Borbonici assieme al fratello Luigi. Un altro olmo resiste bene a Putignano di Bari, ed è uno degli Alberi della Libertà piantati nel 1806 per il ritorno dei napoleonici.

Ancora a Roma vanno ricordati soprattutto i lecci fra il Gianicolo e l’Aurelia Antica, zona che fu il teatro della lunga, sanguinosa difesa della seconda Repubblica Romana nata nel gennaio 1849, alla quale partecipò la meglio gioventù d’Italia, giovani e giovanissimi, ragazzi ancora, accorsi soprattutto dall’Emilia-Romagna, dalla Lombardia, dalla Toscana, dall’Umbria, dalle Marche, dal Lazio e dalla stessa Roma. Uomini e anche donne – dalla giovane popolana trasteverina Colomba Antonietti, appena ventenne, alla aristocratica lombarda Cristina Trivulzio di Belgioioso, sagace organizzatrice di infermerie e ospedali – sotto la guida di Garibaldi, assieme a Mazzini, Pisacane, Manara, Saffi. Col ventiduenne Goffredo Mameli, autore del Canto degli Italiani, oggi nostro inno nazionale, spento dalla cancrena di una grave ferita riportata in battaglia a Porta San Pancrazio. Il bel Museo voluto con ostinazione eccezionale dal socialista libertario Enrico Luciani e da altri appassionati, e inaugurato per i 150 anni dell’Unità d’Italia dal presidente Giorgio Napolitano, racconta efficacemente con immagini e documenti la gloriosa vicenda dentro la Porta di San Pancrazio.

Un riferimento romano al Terzo Risorgimento – come Luigi Einaudi chiamò la Resistenza al nazifascismo – lo troviamo nel quartiere dell’Alberone, sempre a Roma. Qui sorgeva la storica quercia che aveva dato nome all’abitato e che costituiva il punto di raccolta dei pastori e delle greggi dirette a sud, lungo l’Appia. Alla caduta di Mussolini, la sera del 26 luglio 1943 fu sotto l’Alberone che si riunirono gli antifascisti, i giovani soprattutto, e i componenti della cellula “sovversiva” del vicino Poligrafico. La grande quercia secolare si seccò nel 1985 e il “Messaggero” donò al quartiere (che affollò in modo incredibile le strade in una mattina di giorno feriale) una sua “sorella” centenaria conservata in un vivaio ad Ancona e che ha continuato a simboleggiare l’Alberone. Poi essa è stata divelta da una tempesta di vento ed è stata sostituita. C’è tanta storia, insomma, negli alberi di tutta Italia. Tante storie da non dimenticare.

Vittorio Emiliani

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