I “bari” di Caravaggio e il gioco delle carte a Roma, di Grazia Merelli

caravaggio bari, kimbell art museum, forth worth, texas

Il quadro raffigurante i Bari, conservato presso il Kimbell Art Museum di Forth Worth (Texas), è uno dei più celebri dipinti di Caravaggio. Esso fu realizzato dall’artista, insieme al suo pendant la Buona Ventura, intorno al 1595 per il Cardinal Del Monte. Nella tela, come noto, è raffigurato un baro, ossia il giovane di spalle in primo piano, che insieme al suo compare al centro della scena è intento a truffare il giocatore seduto quasi frontalmente rispetto allo spettatore.

La rappresentazione del gioco delle carte vanta una lunga tradizione figurativa che si snoda fra gli affreschi nelle dimore signorili e le numerose opere, sia incisioni che dipinti, di ambito nordico; tali precedenti furono tenuti presenti da Caravaggio, così come le scene di gioco con gli scacchi realizzate in area lombarda presso la bottega dei Campi. Accanto a questi riferimenti figurativi i Bari presentano, in quanto scena di truffa ai danni di un ingenuo giocatore, anche uno stretto legame con la letteratura coeva: questo tema infatti aveva trovato ampia diffusione sia nella letteratura picaresca che nella Commedia dell’arte. Il connubio tra grande finezza d’esecuzione e resa realistica delle figure, così come la fusione tra ispirazione letteraria e scena di vita quotidiana, furono alla base del grande successo dei Bari, del quale furono subito richieste delle copie dai collezionisti romani.

La raffigurazione di una scena di truffa al gioco con i personaggi ritratti a mezzo busto diede ben presto origine ad un nuovo filone figurativo nel quale si cimentarono diversi artisti attivi a Roma in quegli anni. Questi ultimi si richiamarono alla scena dipinta dal Merisi attuando però alcune innovazioni: innanzitutto, seguendo la svolta stilistica che il pittore lombardo aveva compiuto nella Vocazione di San Matteo di San Luigi dei Francesi, abbandonarono la luminosità diffusa dei Bari e ambientarono le loro scene di gioco in contesti bui, caratterizzati da sprazzi di luce e forti contrasti chiaroscurali, che si connotano per lo più come interni di taverne. Così fece Bartolomeo Manfredi nel suo Giocatori di carte conservato agli Uffizi e realizzato nel secondo decennio del Seicento; l’artista inoltre scelse un punto di vista più distante ed aumentò il numero dei personaggi intorno al tavolo da tre a sei. Anche nei Bari di Valentin de Boulogne, che si trova nella Gemaldegalerie Alte Meister di Dresda, e nel quadro del medesimo soggetto di Nicolas Régnier, conservato nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia, i protagonisti della scena si collocano all’interno di una scena cupa e quasi minacciosa; altri artisti poi unirono in una stessa tela le diverse tematiche dei bari e della buona ventura dando forma a scene variamente animate, così come fece Nicolas Régnier nel Bari e indovina compiuto negli anni 1620-22 e collocato nel Museo di Belle Arti di Budapest. Il tema dei giocatori di carte riuniti intorno ad un tavolo, così come era stato codificato in ambito romano dai seguaci del Merisi, si diffuse ben presto nelle città d’oltralpe, divenendo uno dei soggetti più amati della cosiddetta scena di genere.

I quadri con giocatori realizzati a Roma nel primo venticinquennio del Seicento sembrano portare lo spettatore direttamente nella città dell’epoca, ove i giovani vestiti secondo la moda corrente frequentavano, insieme a cortigiane, soldati e zingare, le varie taverne collocate lungo le strade cittadine; all’interno di questi luoghi si beveva, si suonava e si giocava a dadi e a carte. Sotto questo aspetto i dipinti offrono lo spunto anche per alcune considerazioni sul gioco delle carte dell’epoca, con particolare riferimento all’ambito territoriale nel quale essi furono compiuti.

Le carte raffigurate nei Bari di Caravaggio, così come quelle dipinte nei quadri dei seguaci, mostrano semi di tipo francese, cioè cuori, quadri, picche e fiori; rispetto ai più antichi semi italiani di denari, spade, coppe e bastoni, quelli francesi avevano una origine recente essendo nati in Francia nel XV secolo. Richiedendo solo due colori per la stampa, i mazzi con semi francesi erano molto più veloci da realizzare e per questo ebbero grande diffusione in tutta Europa.

Al tempo di Caravaggio un centro molto attivo nella produzione di carte nel territorio laziale era Ronciglione, cui era affidata principalmente la realizzazione di mazzi di fattura più semplice e con minore varietà di tipologie rispetto a quelli prodotti dalle fabbriche di Roma. Le cartiere di Ronciglione producevano dunque mazzi “ordinari” a semi sia francesi che italiani, ed anche carte specificamente “romane”. In linea con i coevi provvedimenti presi nelle varie corti italiane, papa Sisto V Peretti con una bolla del 4 settembre del 1588 introdusse una tassa sulla produzione di mazzi di carte a favore dei poveri mendicanti di San Sisto, la quale fu mantenuta anche dai pontefici successivi; i cartai di Ronciglione erano in parte esentati dall’imposta in virtù dei privilegi fiscali di cui godevano i territori farnesiani e fu proprio il minore costo di produzione a favorire la nascita di diverse botteghe nel feudo.

Tornando ai Bari, le poche carte visibili allo spettatore non permettono una identificazione certa del gioco rappresentato; ciononostante alcuni aspetti fanno pensare che potrebbe trattarsi della Primiera, gioco d’azzardo antesignano del poker assai diffuso nella nostra penisola all’epoca di Caravaggio. Esso viene menzionato in diverse opere letterarie del tempo: ad esempio una partita a questo gioco viene descritta nel Le Bravure del Capitan Spavento, testo scritto dall’attore della Commedia dell’Arte Francesco Andreini e pubblicato nel 1607; nei suoi Amori il Marino, che era un grande estimatore del Merisi, sembra essersi ispirato proprio ai Bari nella lirica intitolata Giuoco di Primiera. Il gioco inoltre viene citato negli atti di alcuni processi svoltisi nella città di Roma.

Nei Bari si riconoscono tre carte: un quattro di quadri sul tavolo e le due carte di riserva tenute dal baro dietro la schiena, cioè un sette di cuori ed un sei di fiori; significativo è anche il gesto del complice che sembra suggerire, richiamandosi verosimilmente ad un segno codificato tra bari, il numero “tre” con le dita in riferimento al punto del giocatore vittima dell’imbroglio. Sicuramente questi elementi bastano a suggerire l’idea di una truffa, che è il tema principale dell’opera, ma è probabile che ai contemporanei fossero sufficienti anche per identificare il gioco rappresentato. Se si trattasse del gioco della Primiera, il “tre” indicato dal baro in riferimento alle carte del giocatore onesto potrebbe allora suggerire il Numerus, combinazione che consiste in tre carte dello stesso seme, oppure il Cinquantacinque, cioè Asso, Sette e Sei dello stesso seme; di qualsiasi valore si tratti, esso verrà comunque superato dal punteggio che realizzerà il baro tirando fuori da dietro la schiena il sei di fiori.

Anche nei quadri con giocatori di carte realizzati dai Caravaggisti è sempre presente il tema della truffa e ciò rimanda alla condanna morale del gioco d’azzardo, considerato una attività assai pericolosa e deplorevole. Il biasimo nei confronti del gioco, visto come una pratica demoniaca, è sottolineato nei dipinti di questa tematica attraverso la figura del baro che spesso compare minacciosamente dall’ombra o ha i tratti molto marcati, quasi grotteschi; inoltre sovente compaiono le monete sul tavolo, ad indicare il carattere venale e dunque deprecabile della scena rappresentata. Sotto tale aspetto i dipinti sono lontani dal “gioco amoroso” descritto nel Giuoco di Primiera del Marino e richiamano invece la condanna del gioco d’azzardo che si ritrova nel Le Bravure del Capitan Spavento.

Insieme ai diversi regnanti del mondo occidentale, anche la Chiesa condannò sempre aspramente la pratica del gioco sia attraverso l’opera di frati mendicanti, come Bernardino da Siena, sia con specifici editti; tuttavia il gioco veniva ugualmente esercitato in ogni luogo presso tutti gli strati sociali. Per quanto riguarda la città di Roma, due fatti in particolare testimoniano quanto vi fosse radicato nel tempo il gioco d’azzardo: il primo è la vincita da parte del cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV della Rovere, di 14.000 ducati in due sole partite a carte ai danni di Franceschetto Cybo. Il secondo è la grande diffusione che ebbe presso i bassifondi della città la “Lanzichenecca” (precursore della odierna Zecchinetta) introdotta dai Lanzichenecchi durante il Sacco di Roma nel 1527. Al volgere del XVI, in concomitanza con l’arrivo di Caravaggio a Roma, Clemente VIII prese misure contro i giochi di dadi e carte senza però ottenere significativi risultati. Infatti, nonostante i divieti papali, la febbre del gioco era ormai una realtà diffusa nell’Urbe e di tale fenomeno i dipinti realizzati a Roma da Caravaggio ed i suoi seguaci ci offrono un vivido ritratto.

Grazia Merelli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.