“Piccola saga carceraria”, di Besnik Mustafaj, letto da Dante Maffìa

mustafaj
Besnik Mustafaj

Innanzi tutto i complimenti a Caterina Zuccaro che ha tradotto in modo impeccabile questo libro non facile (Piccola saga carceraria, Castelvecchi, 2018, pp. 204, Euro 18.50), e ha saputo rispettare le atmosfere, le sfumature e le caratterizzazioni dei protagonisti senza mai distorcere le intenzioni originarie, senza aggiungere o svuotare di senso la miriade di particolari che si susseguono con ritmo sincopato. Ed è proprio da questo ritmo che riusciamo a entrare nel mondo che Besnik Mustafaj vuole farci visitare ma non da esterni, non da persone che stanno facendo una gita, bensì da persone che si devono rendere conto che i drammi e le tragedie sono una catena infinita quando a ispirarli è la politica marcia, la malattia infettiva del potere che, divenuto cieco, poi azzanna e recide senza badare a niente.

Romanzi sui carceri, ormai, ne esistono a non finire; i regimi autoritari hanno sempre ispirato i narratori a cercare di penetrare le ragioni assurde della malevolenza che fa agire gli aguzzini privandoli della pietas, ma in questo caso credo che Mustafaj abbia attinto la sua ispirazione ai classici, non so, a Dostoevskij, a Solgenitsin, a Samuel Agnon, a Manuel Scorza, perché i riferimenti non sono da resoconto e non insistono eccessivamente sul periodo storico a cui si fa riferimento, ma travalicano l’epoca e diventano simboli di una condizione umana, misura ed emblema di un modo malvagio di concepire la vita e di cancellare l’altro, di azzerare la vita, renderla una capricciosa e momentanea concessione del capo. Mi premeva sottolineare questo aspetto per evitare di sbattere nel crogiolo della memorialistica carceraria tout court questo romanzo che sa muoversi su diversi piani e riesce a diventare un affresco accattivante e interessante soprattutto dell’animo umano. Infatti ogni avvenimento, piccolo o grande, che riguarda i protagonisti, viene descritto con dovizia di annotazioni, cioè: le azioni non sono soltanto riflesso condizionato dalla quotidianità, ma essenza di un percorso psicologico che l’autore sa sminuzzare e comporre in maniera esemplare.

Prendiamo la scena più eclatante, più straordinaria dell’intero romanzo. La notte d’amore che Luli e Linda devono trascorrere insieme nella prigione. Non è raccontata come un inserto che deve ravvivare il senso del romanzo, ma come una singolare, felice disgrazia che deve accadere per ridicolizzare la struttura. Mustafaj non cede alla tentazione di debordare e rendere le pagine accese da vaghezze erotiche scintillanti, ma segue passo passo i turbamenti delle anime, fino a far dire “qui non c’è amore… questo non è posto per l’amore”.

Devo dire che il senso della misura è la guida che scioglie il filo degli avvenimenti, che scompone e ricompone le discendenze familiari e fotografa profondamente gli animi di ognuno, con una abilità di psicologo consumato che, anche in questo caso, non approfitta, anche se “Aneta aveva visto istintivamente in Andrea Bodeci una sorta di divinità che aveva pieni poteri nel decidere il destino dei propri personaggi”. No, Mustafaj resta fedele alle esigenze del racconto, non stravolge, non denuncia apertamente, ma fa parlare gli avvenimenti, i sentimenti, le occasioni, per diventare ancora più contundente. Un po’ come accade in un bellissimo romanzo di Ismail Kadarè dove sono i sogni ad essere lo specchio terribile e ossessivo degli sconci del potere.

Il libro è complesso e, nonostante il titolo, non è proprio una “piccola saga carceraria”, ma una saga che investe un intero Paese, e una intera civiltà. Il tutto in punta di penna, con una eleganza che rende credibili parole, idee e azioni e si pone con evidenza tra quelli che a me piace definire i nuovi classici, quelli della modernità che sa indagare al di là dell’impegno assunto nel districarsi degli eventi. Una parola va detta anche per la poesia che introduce alla lettura del romanzo: è poesia politica intesa alla maniera lorchiana, senza toni comiziali, senza gridi eclatanti.

Insomma, saluto con gioia uno scrittore che alla tecnica compositiva perfetta sa unire l’afflato, il sentimento acceso dell’anima in un impasto di rara efficacia narrativa capace di convincere il lettore a credere, come avvenne per Ivan Denisovic, che “chi è uomo, uomo resta, che lassù ci sia o non ci sia un governo”, come ripete Hyqmet, fino a farci credere fermamente che da una torbida notte di sesso può veramente nascere una creatura di pietra, o di sabbia, come direbbe Kobo Abe.

Dante Maffia

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.