“Gatti e scimmie”, di Arnaldo Colasanti, letto da Dante Maffìa

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Questo romanzo (Gatti e scimmie, Rizzoli, 2002) mi è stato regalato una settimana fa. Ho storto il naso, ringraziando ho detto: “È un vecchio libro, se non erro è uscito quasi vent’anni fa”. E l’amico: “Sonata a Kreutzer è uscito più d’un secolo fa”. “Vuoi dire che è un classico?”. “Proprio così”. Mi sono messo a leggerlo subito, pur sapendo dai soliti pettegoli che circolano attorno e dentro il mondo letterario, che non sono simpatico a Colasanti e che mi ha fatto assegnare il “Premio Frascati alla Carriera” per mettermi in soffitta, un’operazione simile a quella che Pasolini fece con Sandro Penna quando dichiarò che era il più grande poeta del secolo. L’ingombro era così stato eliminato. Adopero un’espressione che si usava un tempo: Gatti e scimmie mi ha immediatamente catturato, innanzi tutto per il linguaggio pastoso, ricco, classico senza essere ingessato, capace di raffigurare, fotografare, rendere le atmosfere, anche quelle più frizzanti, con una sorta di malinconia pensosa, senza mai giudicare, senza ergersi a padrone della pagina. È la vita a parlare, nelle sue variazioni, nella ressa di situazioni che arrivano a valanga e cercano la loro collocazione.

“Sono i miei studenti: gatti e scimmie di un’auletta del Professionale ai castelli romani”. Questo è l’incipit, folgorante, accattivante, tanto da far sentire il lettore partecipe di un’avventura scolastica di cui forse ha dimenticato le coordinate e i grumi di angoscia che lo attanagliavano quando era tra i banchi. La penna di Colasanti si apre a spazi inusitati e, il racconto è in prima persona, avvertiamo subito di trovarci innanzi tutto davanti a una Educazione sentimentale in cui la presenza di Flaubert si è dissolta ma non si è dissolta la lezione di stile (il più bel francese che si possa leggere, diceva Giovanni Macchia), non si sono dissolti i parametri della suggestione e le indicazioni sulla struttura e sul ritmo. Il professore è invitato ad avere un colloquio coi Quinti Riuniti, cioè con le ultime classi, sulla poesia del Novecento, un problema non facile da affrontare con ragazzi che sono cresciuti allo stato brado, che hanno esigenze di sbrogliare un quotidiano infetto da ragnatele psicologiche radicate e mai sottolineate da nessuno.

Da qui il ritratto vero e feroce sul funzionamento della scuola italiana, con pennellate ironiche degne di Gogol, ma anche affondi nell’impervio frastagliamento della propria infanzia. Il professore si costringe ad andare in biblioteca, pensa a come sarà meglio porgere un messaggio sulla poesia ai ragazzi; sceglie quella di Giorgio Caproni, che almeno all’inizio sembra non presentare problematiche e scogli linguistici e concettuali, e poi, naturalmente, distesse se stesso inseguendo ricordi, passioni, rivivendo i momenti in cui sentì che la letteratura era una sorta di religione che doveva redimere la società e portarla dentro i valori, la verità, la conoscenza. Molto bello e molto ben riuscito lo scambio continuo dei piani narrativi che vedono il professore entrare e uscire dal tumulto delle accensioni ideali, quasi tutte naufragate in un dissesto divagante di approdi fatti di niente contrapposti alla giocosità, spesso malvagia, innocentemente malvagia, come viene annotato, degli studenti. Sì, gatti e scimmie però mai addestrati in un circo, liberi, arrivati dalla foresta di una periferia che della scuola, così com’è organizzata e gestita, non sa che farsene.

C’era il rischio che Colasanti si mettesse a insistere sugli aspetti grossolanamente comici dei colleghi, su quella marea debordante di semianalfabeti che predicavano qualche aneddoto su Napoleone parlando invece di Garibaldi in modo sommario e impreciso, o di chimica organica e inorganica suggerendo come si fa il gelato a casa, ma ha intelligentemente sfiorato l’argomento riuscendo così ad essere ancora più efficace, perfino cattivo, anche se non è mai troppo per quelle galline incapaci di fare almeno un uovo. È difficile dare un quadro esatto delle varie diramazioni che il romanzo affronta senza però allontanarsi mai dal suo assunto, restando fermo a una regia illuminante e rigorosa, per esempio, anche se poi la prolusione sulla poesia del Novecento non si farà a causa di una disgrazia capitata a uno degli studenti.

Il professore ci intrattiene in maniera magistrale sulla poesia di Caproni scandagliandone i timbri, le cadenze, gli anfratti stilistici, la spiritualità sottile e la tragicità sottesa e però tesa a sfidare costantemente il senso della vita; ci metterà di fronte a una solitudine che ha qualcosa di perverso e di troppo acido, quella di un’aula vuota che si porta dentro come un fallimento. Insomma, Gatti e scimmie è uno di quei libri che dovrebbero farsi leggere per obbligo a tutti gli insegnanti e anche agli studenti, i quali, credo, si renderebbero conto che i professori veri non sono mai paragonabili a una bottiglia piena che deve versare qualcosa nei bicchieri vuoti. Raramente, eppure ho scritto centinaia e centinaia di recensioni su “Il Mattino”, su “Paese Sera”, “La Fiera Letteraria”, “Nuova Antologia”, “Il Policordo”, “Polimnia”, mi sono lasciato andare ad affermare che era stato scritto un capolavoro. Gatti e scimmie lo è. Per più d’un motivo, perché non è datato, vive fuori dal tempo; perché sa porgere la poesia come si porge l’ostia alla comunione, che non è mai obbligata; perché ogni pagina è scritta impastando cuore, cultura e intelligenza.

Dante Maffìa

 

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