Luigi D’Alessio, “Smoke”

smoke
“Smoke” (1995)

Lo stato delle cose.

Perché si rilegge Omero, Calvino, Caproni, Roth e il Vecchio Testamento?

Perché ogni volta è una lettura senza prefisso.

E io in questi giorni ho visto uno dei migliori film rivisti.

Harvey Keitel in Smoke
racconta a William Hurt, cioè a Paul Benjamin,
la storia della sua macchina fotografica
con cui dalla stessa inquadratura
ha scattato più di 4.000 istantanee
alla strada di fronte al suo negozio.

Paul deve scrivere una storia, e
ha bisogno di una storia da scrivere.
Keitel, cioè Auggie Wren,
gli racconta la storia.

Storia a parte, è che Auggie ogni mattina
alle 8 in punto, dopo aver innescato la macchina sul cavalletto,
scatta una fotografia all’angolo di due strade.
La Terza e la Settima Avenue.
Il posto è lo stesso ma ogni foto è diversa.
Ci sono foto con sole, con nuvole, con diversi soli e diversi grigi,
ci sono foto senza sole e all’apparenza senza nuvole.

È questo che Auggie racconta alla perplessità di Paul,
dinanzi a delle foto tutte uguali.

Ma ecco il punto!
Non posso andare in vacanza,
devo stare qui ogni mattina nello stesso posto alla stessa ora.
È il mio progetto.
Quello che puoi chiamare il lavoro della mia vita.
È la documentazione del mio angolo,
dice a Paul Benjamin.
È questo il punto!

Auggie non aspetta un momento focale.
Non guarda nell’obiettivo.
Auggie non si lascia prendere dalla percezione del qualcosa
che tra un istante potrà accadere in quell’incrocio
all’angolo tra la Terza e la Settima, no.
Sta con gli occhi sull’orologio:
si è sottoposto a una sindrome di Pavlov:
alle 8 precise scatta il riflesso condizionale della mano:
stringe in pugno la pompetta: lo scatto.

La fotografia la scatta lui.
Ma è il caso a decidere l’immagine.
Cioè nonostante Auggie stabilisca di fotografare
sempre lo stesso spazio allo stesso tempo e nello stesso tempo,
le 4.000 “documentazioni” sono decise dall’oggetto.
Dalla cosa. La macchina fotografia.
Cioè dal caso.
Il suo “progetto di vita”,
la sua scelta razionale e progettuale
diventa il massimo della casualità.

Auggie non inquadra persone,
non aspetta una piccola variazione di luce,
a seconda di un cielo passeggero o meno,
o di un furgone che toglierebbe luce,
o di qualcosa che vede imminente e aumenterebbe in suggestione.
Niente affatto.
Lui fotografa allo stesso instante la stessa cosa ogni giorno,
ottenendo una unità in frammenti disuguali e scontinui.

È questo che in sostanza racconta a Paul.
Fotografare il tempo.
Lo stesso tempo senza variazione di luogo
di ora di minuto di secondo,
rende non solo il tempo diverso
ma occupa il luogo.
E il luogo si fa verbo.
È trasformato in diverso luogo.
Eppure è lì. Irrevocabile.
Ma non è neppure il luogo,
fisso e inamovibile a occupate il tempo.
È lo spazio a essere occupato non solo dal tempo,
bensì dalla casualità del tempo.

Il progetto di Auggie:
il tempo nel suo stesso medesimo “tempo” non è uguale a sé.
Soggiace al Caso.
Anzi, il tempo rifiuta in dinamismo la staticità del pedissequo,
sotto ciò che accade al suo istante.

Il tempo per Auggie non è sottoposto a sé tempo
né a sé Auggie.
Che non può disporre del tempo, pur se lo cattura.

Magnifico!

Pensa di più, Auggie, e lo racconta a Paul:
la terra gira intorno al sole e il sole colpisce la terra ogni giorno in modo diverso,
e colpendo in modo diverso stabilisce la voglia di vacanza, il desiderio di un ozio, di una diserzione, di fare l’amore…
e io scatto la fotografia sempre alla stessa ora, capisci?
è il tempo che apporta la realtà esistente al luogo,
cioè allo spazio, senza tempo lo spazio non esiste.
Eppure però è lo spazio a far esistere il tempo,
in quattromila fotografie ce ne sarà una sola con la stessa donna,
lo stesso bambino ora cresciuto, la stessa macchina…
Capisci ora Paul?

Paul sfogliando l’album pensava a una inutile follia:
Auggie, mi stai facendo vedere sempre stessa fotografia.
Poi. Però alle parole di Auggie si sorprende.
Sfoglia con attenzione comparativa le fotografie.
Sosta su di una, ritorna alla pagina precedente sull’altra.
Fino al colpo al cuore.

Paul non ha interesse a vivere.
Frequenta il negozio di Auggie,
deve scrivere una storia e l’inerzia lo porta a
raccontami una storia, Auggie!
Certo, Paul, ti racconto come ho avuta la mia macchina fotografica.
Auggie per più di dieci anni ha trasformato le ore 8 in punto
in luogo e “spazio”.
E ciò che a caso incontra l’istante,
è divenuto il dominio sul Tempo.
Paul, ascolta. Ripassa le foto in una comparazione
ora emotiva.
Vede sua moglie.

Luigi D’Alessio

 

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