Libero de Libero al vetriolo su un “flop” di Ungaretti (1943)

UNGARETTI

29 gennaio 1943

Il nostro Ungaretti ha letto la prolusione al suo corso di storia letteraria che egli terrà quest’anno all’Università di Roma. Ungaretti è nominato professore di letteratura moderna e contemporanea.

Erano le quattro, e la folla teneva l’aula destinata all’avvenimento: ministro (si grattava spesso con due dita l’occipite), accademici, professori, studenti, amici. Pallidissimo l’oratore s’è messo a leggere mangiandosi le parole, storcendosi continuamente sulla sedia, al suo banco di accusato. Ha letto pagine e pagine di sciocchezze, di idee ricevute, di farnetico; ha fatto una figuraccia terribile, indescrivibile. Qualche studente ha fischiato. A me pare incredibile che Ungaretti sia così imbecille in cattedra: una boria nel dire sciocchezze.

Cecchi mi ha detto la sua indignazione con parole grosse e violente. Il giorno dopo, Ungaretti voleva sapere, da me, che pensassi della sua prolusione. Gli ho dovuto dire che andava bene, lui voleva che io dicessi così, e del resto mi mancava il coraggio di dirgli la verità, tanto lui era convinto e dubitoso, più dubitoso che convinto, disposto ad accettare qualunque bugia pur di credersi uomo grande, professore emerito, il maggiore poeta vivente nel mondo. Se lo dice lui, io non posso aver dubbi. Se lui è imbecille, non posso io forzare la alterigia di lui a piegarsi intero nella sua imbecillità. Mi tocca mentire come gli altri. Non è vergogna la mia; soltanto mentendo io potevo dirgli la verità senza giro di frasi. Credereste che quest’uomo ha persino creduto di essere stato il primo a proporre nuovi problemi leopardiani? Non ha quasi nominato Leopardi, e le analogie venivano da un uomo che finalmente s’è messo alla pari coi tempi.

All’uscita gli amici erano scoraggiati, avevano facce da camera mortuaria. La gente discuteva allegramente. Solo Ungaretti passava da un gruppo all’altro degli amici, e si giustificava e gridava. Era sempre pallidissimo, con un cappelletto sciupato sugli occhi, le spalle curve e gli occhi a sghimbescio. Pochi amici lo portarono via: con loro egli salì in autobus e credeva che noi lo avremmo seguito. Perciò la porta gli si chiuse in faccia, e lui rimase dietro i vetri come in un fumo, come rapito per sempre dagli occhi nostri.

Libero de Libero
(da Borrador. Diario 1933-1955, a cura di Lorenzo Cantatore,
Nuova Eri Edizioni, 1994, pp. 78-79)

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