Canzone e Poesia: una disastrosa equazione, di Dante Maffìa

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Fabrizio De André

Non ho mai capito l’ostinazione che alcuni sbandierano nel creare per forza un’equazione tra canzone e poesia. Sono due cose diversissime, due mondi che apparentemente sembrano sfiorarsi, ma che vanno per strade diverse ed hanno finalità diversissime. La canzone appartiene allo spettacolo, per sua natura intrattiene, è piacevole, spesso mette allegria e aggrega; la poesia è meditazione, indagine, pensiero, summa di emozioni profonde, apertura verso l’infinito, perfino annegamento nel divino… e tanto altro. È come mettere a confronto un piatto di cavoli con un gelato all’amarena.

Mi è capitato tra le mani un libro di Teodoro Forcellini intitolato Battisti contro De Andrè. Il più grande malinteso della musica italiana, edito nel 2010 da Scipioni, e mi sono divertito molto nel vedere come l’autore, quasi con naturalezza, per avvalorare le sue tesi, cita Petrarca, Dante Alighieri, Cavalcanti, Jacopone, Palazzeschi. Ho conosciuto molto bene Palazzeschi, che tra l’altro ha firmato una Prefazione al mio primo libro di versi, e gli ho sempre sentito dire – se ne parlava anche con Mario Luzi, intervistato più volte sull’argomento – che appaiare in un solo mazzo erbacce e fiori può essere pericoloso o ridicolo, fuorviante e ridicolo. E aggiungeva: la poesia va letta in silenzio (addirittura quando la leggono gli attori diventa altra cosa) e si affida solo e soltanto alla Parola senza bisogno di ricorrere, come deve fare la canzone, a tre elementi: parola, musica e voce.

Ora, mettersi a strombazzare che cosa è meglio, se la poesia o la canzone, ritengo sia una pretestuosa rivincita che qualcuno s’è inventata, sicuramente paroliere, perché voleva l’attestato di poeta. Per farne che cosa? Che cosa cambia se Mogol o Pasquale Panella sono chiamati parolieri o poeti? Trovo offensivo e fuori luogo pretestuose invenzioni che fanno scrivere a Luigi Granetto, nella Prefazione al libro, quasi un’invettiva: “Sono convinto, che il dissidio magistralmente raccontato da Forcellini in questo libro non sia imputabile all’ovvia differenza tra De André e Battisti, quanto piuttosto al livore di una classe di rancorosi intellettuali, invidiosi di un successo per loro impensabile. Bene ha fatto Camillo Langone a scrivere su ‘Il Giornale’: ‘Mogol è un poeta e non m’importa che cosa ne pensino i poeti libreschi, da sempre invidiosi del successo degli autori di canzoni”. Come a dire che il centravanti del Canicattì è più bravo di Pelè, Maradona e Ronaldo messi insieme, “e non m’importa che cosa ne pensino” gli specialisti del calcio, tutta gente incompetente. Tra l’altro, quando mai un cantante ha evidenziato il suo paroliere!

Sì, sono disorientato! Ma davvero Saba, Montale, Cardarelli, Quasimodo, Palazzeschi, Luzi hanno vissuto la loro vita invidiando i cantanti? Non sarebbe più naturale invidiare gli industriali, se tutto è riferibile al dio danaro? Se poi Granetto si riferisce a poetastri di sua conoscenza, è altra faccenda. Possibile che Granetto, Forcellini e Longone non abbiano mai pensato che i geni della musica, Verdi, Mozart, eccetera, per le loro opere non si sono rivolti mai ai poeti ma ai parolieri? C’è una qualche ragione, no? E allora basta con insinuazioni e cattiverie: i poeti, quelli veri, non invidiano i cantanti e i loro complici, la superficialità esibita come una ricchezza, ed è inutile che Forcellini ricorra costantemente ai grandi del passato per far transitare il messaggio di una parità che viene negata da Granetto e che lui invece pone in essere ad ogni istante.

Basterebbe entrare nell’idea, nella realtà dell’idea, che poesia e canzone sono due mondi separati, come dicevo in apertura, diversissimi tra loro, come sono diversi nelle loro mansioni un muratore e un cuoco. Poi ognuno chiami Mogol come meglio gli pare, e lo paragoni ai “libreschi” Omero, Dante, Shakespeare o Goethe. Lui resterà quel che è, né più né meno. E ci mancherebbe che qualcuno voglia togliergli i suoi meriti! Aggiungo che i cantautori e i cantanti sono sicuramente più belli, più importanti, più ricchi, più affascinanti, più intelligenti (e ognuno aggiunga gli aggettivi che meglio li qualifica) dei poeti… ma non sono poeti! neppure l’immenso, ineguagliabile professore milanese Roberto Vecchioni. Sono di un’altra razza, per carità, sicuramente più nobile, ma di un’altra razza. Per accertarlo, tutti pronti per andare al laboratorio a fare l’analisi del sangue.

Dante Maffìa

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