Raffaello Utzeri: la traduzione di “Tutti i sonetti” di W. Shakespeare, recensita da Fiorenzo Iuliano

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La traduzione dei Sonetti di Shakespeare ha rappresentato una sfida che, a partire dalla prima versione italiana del 1890 (ad opera di Angelo Olivieri), è stata raccolta da numerosi studiosi e traduttori del nostro paese, tanto che edizioni tradotte, integrali o parziali, del canzoniere shakespeariano sono costantemente apparse in Italia. Tale ciclico interesse per i Sonetti è segno non solo della centralità che essi occupano all’interno del corpus dell’autore e della loro “spendibilità” in termini di mercato editoriale, ma pure della necessità, continuamente percepita, di tornare periodicamente a confrontarsi con un linguaggio poetico che, a ogni epoca (per non dire a ogni nuovo lettore/traduttore), presenta evidentemente nuovi problemi di natura stilistica, estetica e perfino tematica. La traduzione di Raffaello Utzeri, che vede nel 2013 una seconda edizione per i tipi della Edilazio Letteraria, offre al lettore interessanti spunti di riflessione su tutti questi aspetti, sia per quanto riguarda le questioni relative alla resa in italiano, sia per la succinta, e tuttavia densa e impegnativa, introduzione del traduttore, scritta proprio in occasione della seconda edizione del volume.

Alla difficoltà oggettiva di ogni resa in italiano di un testo letterario complesso e ricco di implicazioni filologiche ed ermeneutiche, come può esserlo un’opera poetica del XVI secolo, si aggiungono in questo caso le specificità del canzoniere shakespeariano, che presenta già nella sua versione in lingua originale problemi e controversie di tipo interpretativo che vengono amplificate dal processo di traduzione. Tradurre in modo efficace i Sonetti richiede quindi di operare con sicurezza scelte di fondo relative non solo al registro lessicale, alla costruzione sintattica e alla prosodia, ma, in termini più ampi, all’idea che ciascun traduttore ha della raccolta e che vuole trasmettere a chi leggerà la sua versione italiana. Quest’ultima può risultare radicalmente diversa in conseguenza delle scelte traduttive operate a seconda che, sul piano del difficile equilibrio tra forma e contenuto, si decida di interpretare i Sonetti di Shakespeare come un diario intimo in versi, oppure, al contrario, come un esercizio stilistico-poetico sulla scia della tradizione petrarchesca impiantata in Inghilterra.

Altro aspetto cruciale e ineludibile che carica il traduttore di responsabilità quasi autoriali è quello della scelta tra un approccio modernizzante o arcaicizzante al testo, come evidenziato da Romana Zacchi in un suo studio proprio della traduzione dei Sonetti in italiano. Se da una parte la traduzione modernizzante aiuta chi legge ad accostarsi in maniera immediata e diretta al testo, la traduzione arcaicizzante ne mette in risalto la dimensione storica e la collocabilità in una precisa cornice spazio-temporale, così che ognuno dei due approcci presenta pregi e mancanze di cui è il traduttore a farsi tramite. Questa scelta diventa tanto più cruciale nel caso dei Sonetti di Shakespeare, che si presentano, come è noto, circondati da un alone di mistero che nei secoli non si è sostanzialmente mai diradato. A differenza di numerosi canzonieri che, sul modello petrarchesco, erano stati composti in Inghilterra a partire dal XVI secolo, nei quali sono facilmente individuabili, se non altro, i riferimenti di natura biografica agli autori e ai destinatari dei versi (è questo il caso di Philip Sidney, Edmund Spenser, Walter Ralegh, Thomas Lodge, Samuel Daniel o Richard Barnfield), ogni tentativo di ricondurre temi e protagonisti del canzoniere shakespeariano a dettagli precisi della vita dell’autore si è concluso in un nulla di fatto, complici anche le poche notizie biografiche certe sul grande drammaturgo. Nonostante numerosi studi critico-biografici, nulla è dato sapere sull’identità, ad esempio, del giovane uomo al quale sono rivolti i sonetti dal primo al 126, né sull’identità della cosiddetta “dark lady” (peraltro, mai definita con questa locuzione dall’autore) oppure su quella del poeta rivale, protagonista dei sonetti dal numero 76 all’86. Per questo motivo il lavoro del traduttore, quale che sia la sua provenienza e il suo retroterra linguistico e culturale, non può che diventare un esercizio ermeneutico oltre che linguistico e poetico.

La scelta di Utzeri va chiaramente in direzione della modernizzazione del testo. Scelta felice e per certi versi inevitabile, grazie alla quale il traduttore mette in luce la vicenda sentimentale ed erotica del protagonista dei versi, attraverso un linguaggio immediato e diretto, che privilegia in maniera netta la comunicatività della parola poetica sull’esattezza filologica della traduzione. Come chiarisce egli stesso nell’introduzione, infatti, Utzeri opta per una lettura del canzoniere shakespeariano come diario intimo, arrivando addirittura a ricordare, nella premessa, quei dettagli della vita di Shakespeare che avrebbero potuto essergli di spunto per la composizione dei Sonetti. Tuttavia, mentre la scelta di una resa diaristico-narrativa del canzoniere è interessante e pienamente legittima, la cosiddetta “ipotesi biografica”, come sottolinea polemicamente, ad esempio, Gabriele Baldini, appare di fatto non necessaria per sostanziare la natura diaristica del testo, che resta perfettamente coerente e sensata anche senza riferimenti diretti a persone o eventi storicamente registrabili.

La traduzione di Utzeri, come sopra accennato, accantona in modo esplicito ogni pretesa filologica, e si prefigge lo scopo di creare un’opera destinata alla lettura più che allo studio, a un pubblico di cultori della parola poetica più che a una ristretta platea di studiosi shakespeariani. Si muove dunque in questa direzione anche la veste editoriale data al testo, con la pubblicazione in quarta di copertina del sonetto 144, che bene esprime una visione complessiva dell’opera come diario intimo dell’autore. Questo sonetto, infatti, gioca sulla contrapposizione tra i due principali destinatari dell’intera raccolta: da una parte c’è l’angelo, “un uomo biondo e bello”, e dall’altra il diavolo, “una donna tutta nera”, i due “amori” del poeta che, emblema rispettivamente di “salvezza” e “dannazione”, lacerano la sua esistenza. Dalla traduzione di Utzeri emerge chiara e in tutta la sua intensità questa tensione che pervade l’intera raccolta, una tensione presente non solo tra i due destinatari ideali dei versi, ma, in senso più ampio, tra le diverse polarità emotive che dilaniano l’esistenza dell’autore e, conseguentemente, tra le diverse tonalità poetiche e retoriche che distinguono ciascun sonetto. È, probabilmente, questo il merito più significativo di Utzeri: quello, cioè, di avere reso, nella traduzione, i temi ben noti dei sonetti shakespeariani (l’amore omoerotico, la poesia eternatrice, il poeta rivale) come tappe ben distinte di un percorso poetico e umano che, al di là del rigore filologico, restituisce a chi legge queste poesie una sorta di enigmatico romanzo di formazione. La scelta modernizzante del traduttore, quindi, non è una semplice cifra linguistica o stilistica dell’edizione, ma spinge la natura narrativa dell’opera fino ai suoi limiti più estremi, facendo così del nuovo testo italiano un lungo e articolato viaggio sentimentale. Nonostante la minuziosa ricostruzione biografica offerta nell’introduzione, l’immediatezza del registro lessicale scelto da Utzeri nella traduzione, e la chiara volontà di abbandonare ogni preziosismo e ogni tentazione arcaicizzante, danno vita a un percorso narrativo e psicologico nel quale la figura dell’autore, inteso come la figura storica di Shakespeare, si eclissa, per cedere il passo a quella di un narratore invisibile che racconta la sua storia. Non solo la decisione di abbandonare la rima, ma anche quella, ancora più radicale, di utilizzare gli endecasillabi sciolti per la versione italiana, contribuiscono a rendere il testo assai fluido, e ad accentuare la connotazione narrativa dei sonetti nel loro insieme; allo stesso modo, le scelte lessicali e formali del traduttore rendono inequivocabile la natura quasi diaristica dei versi, discostandosi in maniera netta da traduzioni note e autorevoli (da quelle “d’autore”, e tuttavia parziali, di Giuseppe Ungaretti del 1946 e di Eugenio Montale del 1948, fino a quella, splendida, di Alessandro Serpieri del 1991, o alle traduzioni sparse e non ancora raccolte in volume di Edoardo Vineis), nelle quali la ricchezza del linguaggio a tratti fa ombra alla limpida semplicità della voce poetica che racconta se stessa. Quello dei Sonetti, nella traduzione di Utzeri, si presenta come un narratore anonimo, come suggerivo in precedenza, proprio perché non offre margini di identificazione certa con persone realmente esistenti o fatti accaduti. A nessuna conclusione sono mai approdati i tentativi di dare un volto e un nome ai destinatari delle poesie, o al fantomatico W. H. cui l’intera raccolta è dedicata (la cui identità ispirò Oscar Wilde per una sua breve opera narrativa), e la traduzione di Utzeri, in virtù della propria immediatezza e della semplicità della sua cifra stilistica e lessicale, diluisce il luogo dell’autorialità nell’espressione di un “io” poetico non individuabile in termini storico-biografici e con il quale, pertanto, ciascun lettore o lettrice può identificarsi.

Per questo motivo, a fronte della ricerca di una testualità potenzialmente aperta, attraverso la preferenza per un linguaggio piano e immediato, dispiace la scelta di reintrodurre l’elemento storico-biografico in maniera così marcata nella nota introduttiva. Questa, infatti, a tratti sembra sconfessare la ricerca di un linguaggio del quale ciascun lettore possa appropriarsi, proprio perché pone l’attenzione su dettagli relativi alla vita dell’autore e al contesto in cui egli si muove che la traduzione, di fatto, colloca in secondo piano. È nell’introduzione che Utzeri si chiede, pure, quale sia la natura del sentimento amoroso che la voce poetica dichiara di provare per il misterioso destinatario dei versi, addentrandosi in distinzioni tra omoerotismo platonico e omoerotismo socratico, o tra omoerotismo tout-court e sodomia, che, alla luce della traduzione, sembrano piuttosto farraginose e superflue. Ancora Gabriele Baldini, infatti, risolve in maniera inequivocabile la questione affermando che non possono esserci dubbi sulla natura omosessuale della “travolgente e insieme tenerissima passione” che lega l’io poetico al destinatario dei versi; se questo io poetico, poi, debba per forza coincidere con la figura di William Shakespeare è un discorso che interessa relativamente agli studiosi e, si presume, ancor meno ai traduttori. Nell’introduzione Utzeri fa, a tratti, torto alla sua stessa traduzione, proprio nel voler dare voce a un’acribia biografica che sembra invece non avere minimamente intralciato le felici scelte operate nella sua resa italiana dei Sonetti.

Fiorenzo Iuliano
(da «Portales», n. 14, giugno 2016, pp. 106-108)

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