“Crisi e Parola”, di Raffaello Utzeri, letto da Marco Onofrio

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Raffaello Utzeri

Crisi e Parola (EdiLet 2018, pp. 120, Euro 12) è un titolo suggestivo, che apre grandi scenari di riflessione. Da una parte c’è la Crisi (economica, etica, assiologica, epistemologica…), e dall’altra c’è la Parola per dirla e, soprattutto, fronteggiarla. Tanto che la congiunzione da cui i due termini sono per l’occasione uniti si lascia leggere, in controluce, con un senso vagamente oppositivo: c’è la crisi, d’accordo, ma c’è anche – per fortuna – la parola, cioè uno straordinario strumento di lotta e resistenza.

Salvo che anche la parola è contaminata dalla crisi, non è e non ha il privilegio di un “a parte”. Barocco e Novecento hanno fatto più volte esplodere la centralità dell’uomo nell’universo: rotoliamo nel vuoto come vecchie comete dimenticate, che non brillano più. La frantumazione del mondo ha prodotto la consunzione dei linguaggi: “All’inizio era la Parola” scrive Ennio Flaiano in un suo aforisma. “Poi la Parola divenne incomprensibile”. Che ne è, in questa nuova Babele, del potere sacro della parola, dinamite simbolica e “casa dell’essere” che crea e ricrea continuamente ciò che è?

Per Raffaello Utzeri la parola ha anche un valore pacificante, in quanto sublimazione dei bassi istinti e alternativa “alta” alle pulsioni di quelle che lui definisce «culture uretrali», le quali discendono – attraverso radici lontane, nei riti violenti dei «primitivi avi» – dall’oceano torbido della Biologia. La parola implica un atto di compensazione, sostitutivo appunto della violenza e, pur nel suo dissenso, alternativo alle leggi spietate del mondo. Leggiamo in limine al testo, esaltandoci, che il poeta oppone «contro lo scatto del fucile / lo scatto della penna a sfera». E la penna dovrà irrigare e nutrire la carta, come il seme la terra nel celebre indovinello veronese. La pagina bianca che spera di diventare «bianca e nera», cioè di riempirsi di parole, è il futuro stesso che, ancora intonso come il foglio, aspetta di essere scritto dagli uomini nel miglior modo possibile.

I tempi di crisi, è noto, sono anche tempi di opportunità: più alto è il pericolo, più vicina si fa la salvezza. Occorre però evitare di rimuovere la crisi; bensì assecondarla mettendosi in crisi a propria volta, abbandonando gli ormeggi senza bagaglio di “luoghi comuni”, dimenticando cioè schemi e codici acquisiti, per affrontare il mare aperto facendo a meno di facili istruzioni, prontuari, scialuppe e generici dispositivi di sicurezza. Risponde forse a tale bisogno di non più conoscere e riconoscere il noto, l’acquisito, il quotidiano, quasi in una sorta di epoché fenomenologica mallevadrice di migliore conoscenza, il “nescio quid” che Utzeri propone all’incipit di alcune composizioni, ad es. «mia casa / non ti conosco»; «città non ti conosco»; «mio corpo / non ti conosco»…

Ecco teatralizzato e spesso parodiato il disagio della civiltà, con la sua «immensa / mensa di regole» e i «cimenti vani» che opprimono di caos e furore le moderne metropoli, tra cementi bitumi grattacieli baracche e «metalliche vacche» in branchi, cioè le strombazzanti e mefitiche automobili. Utzeri descrive la meccanica infernale dei motori, «sussulti / di pompe di alimentazione… risucchi / succhi di chimica minzione / da iniettori congiunti etc.», e ne fa ritmo e stile di versificazione: sono versi grotteschi perché volutamente disumani, come elaborati da un robot dentro una fabbrica.

Echi di letteratura industriale si mescolano a retaggi di formazione dalle neoavanguardie (soprattutto Sanguineti e Pagliarani) per una mimesis del Caos che scompagina l’ordine umanistico. Utzeri vuole riprodurre lo stridore sferragliante degli ingranaggi che stritolano l’estetica nell’imbuto della statistica. La suprema mente dell’uomo, dove abitano facoltà divine come l’intelligenza e la fantasia, è mortificata dal grigiore delle burocrazie tecnologiche e tecnocratiche, votate alla media omologante delle «macchine animali». La civiltà non ha saputo compensare le ferite inferte da due guerre mondiali, anzi: ha prodotto un «infinito dopoguerra». La tanto preconizzata «età dell’Acquario» sconta una «nuova età di pietra». La decadenza del modello occidentale è ormai acclarata. Ecco gli squilibri planetari, e l’impossibilità di contenere la violenza che alberga eterna nell’uomo e che la crisi accentua, nelle sue varie e multiformi manifestazioni.

Ma il ritratto diventa a un certo punto autoritratto: la cosa rappresentata si rispecchia nelle strutture stesse della mente che rappresenta. La poesia diventa musica mentale dove riverbera il suono e il movimento ondoso del pensiero, auscultato dagli interni meccanismi: «gioco solitario, fatto / tra funzioni e finzioni / oniriche alla mente, ai sensi». Che rapporto c’è tra il nostro cervello e l’evoluzione dell’uomo sulla Terra? Come vi entrano e fuoriescono i rivoli del tempo che ci precede? Come dialogano le «zone grigie» e gli «emisferi divisi» che partoriscono schemi e distinzioni razionali? Come mettiamo a frutto l’«antica lezione» che ci sale dentro «dai profondi orti»? Qual è e fin dove agisce il “medium” che abbiamo nel cranio? Sono alcune delle domande implicite che Utzeri poetando si fa, e ci fa. L’alienazione viene da lui tradotta in un confronto corpo a corpo con lo Spazio, esterno e interiore, tra latitudini, longitudini, «raggi dei viaggi», «punti d’incontro» e convergenza o, viceversa, «miraggi» e «raggiri della mente»: come a saggiare la tenuta odierna, se ancora proponibile, dell’Uomo vitruviano.

Lo spaesamento è totale e vertiginoso. Il vuoto è soffocante e opaco: «aria vacua che addensa / anse di vuoto intorno ai solidi». Ogni conoscenza sembra vana: non trova spazio o ospizio «entro confini validi». Il mondo non è mai stato così complesso e intrecciato di segnali contraddittori. E per la resistenza umana si fa dura. «Tutto è provvisorio / e le crepe dei muri / e le fessure del soffitto / sono rughe di un mondo / che crolla». Gli individui sono manipolati come topi in laboratorio, oggetti passivi delle fluttuazioni del sistema globalizzato, ma si abituano a tutto senza accorgersi di nulla, tipo le rane che cuociono a fuoco lento; infatti «i discorsi / che si sentono in giro / sono elettrodomestici / che parlano coi detersivi / dentro la radio / e dentro la televisione». Come uscire dalla narcosi di questo chiacchiericcio mass-mediatico? L’«unione popolare» nel frattempo è una chimera, e allora il seme eversivo va coltivato e lasciato espandere fin dalla primissima età, quando ancora si è al di fuori delle censure: che si lasci al neonato la «libertà di piangere» preservandolo dalla repressione. «Se ancora avessimo il coraggio / del neonato che piange, / noi saremmo i padroni / di noi stessi».

Utzeri sviluppa il suo “ragionamento poetico” in un gioco calibrato di sintesi macroscopiche e analisi metaforiche, protese queste ultime a raccogliere i precipitati del Sublime, che per lui è ancora dimensione estetica praticabile. C’è da dire che la sua poesia si propone al pubblico dopo decenni di labor limae, che la presta a continue varianti fino al momento di andare in stampa e anche dopo. Il processo di formalizzazione lavora per raffreddamento la materia estratta dagli immensi giacimenti magmatici dell’inconscio. Diventa “composizione metroritmica” – come Utzeri definisce il testo poetico – la «calcolata colata» di questa materia incandescente. Egli è nemico di ogni spontaneismo: scrivere implica il controllo del fuoco e significa governare a distanza l’eruzione creativa, dominandola per estrarre la ragione stessa del sentimento. Ha come paura di abbandonarsi al disordine delle emozioni, e la rimuove dietro la scelta, rivelatrice, di un consapevole “metodo” poetico.

Niente in questo libro è arbitrariamente affidato al caso. La stessa sequenza delle composizioni riflette non solo la distensione cronologica della poesia utzeriana dagli anni ’70 ad oggi, ma anche la possibilità di rappresentare un itinerario di catabasi e anabasi che comincia dalla prima pagina e termina nell’ultima, secondo una direttrice che però scantona dalla semplicistica linearità complicandosi nei “giri e rigiri” tipici di un percorso evolutivo, intricato di deviazioni, ritorni, ripensamenti, onde retroattive. Le sezioni hanno tonalità politiche, la prima; umanistiche, la seconda; esoteriche, la terza. “Crisi e Parodia della Crisi” (la prima sezione) è incentrata sull’analisi problematica e grottesca della realtà contemporanea, grazie a una coscienza critica che – lanciando le parole come pietre – viaggia dentro le contraddizioni della Storia, senza risolverle ma estraendone un lievito di giustizia che rivendica spazio alla voce dell’uomo. “La Parola e la Cosa” (la terza sezione) configura un percorso di accostamento ontologico alla verità dell’oggetto spirituale che è nel fondo del mistero, ovvero nel nocciolo di essenza racchiuso dentro l’involucro di ogni esistenza. Fra le due sezioni estreme c’è l’intermezzo costituito dall’“Incontro” con quel capolavoro di psicologia e di umana verità che sono i Sonetti di Shakespeare, tradotti in precedenza dallo stesso Utzeri e qui rappresentati in numero di 12 su 154.

Il comunista e l’agitatore di lotte sindacali; il culture di arti letterarie e il traduttore; lo yogi e lo studioso di discipline orientali: sono, a ben vedere, le tre anime dello scrittore sardo, naturalizzato romano, che in questa preziosa antologia (piacevole a sfogliarsi anche come oggetto editoriale) ha raccolto il meglio della sua ricerca pluridecennale. Anche le immagini interne (tutte fotografate a Roma da Franco Zampetti) hanno la loro precisa funzione: tra la Morte di Santa Maria della Vittoria, che inaugura “Crisi e Parodia della Crisi”, e l’oculus del Pantheon visto dal basso, che apre “Le Parole e le Cose”, c’è non a caso la fontana di Piazza del Popolo, col suo getto fresco e limpido da cui idealmente sgorga l’Intermezzo shakespeariano, come a dire che senza il nutrimento vitale della cultura lo spirito non può elevarsi dalla palude della sofferenza alle sfere luminose della Pace, che lo attraggono prescrivendone il corso, ed è quindi attraverso lo studio e la cura delle parole che occorre imprescindibilmente transitare.

Il lavoro sulle parole e sui loro studiatissimi accostamenti persegue, al culmine della forma, esiti di nuova naturalezza. I testi escono dall’officina poetica come «fiori di pietra» che «risplendono in visioni»: Utzeri cerca «lucido un elemento / mentale nella sua natura / tellurica di ego / legato con il sentimento / unito ai sensi», dunque una nuova dimensione dell’Io, che non è più il soggetto egoistico ed ecolalico dei troppi narcisisti che ingombrano il mondo letterario, ma un cyber di autocoscienza cosmica riflessa, un «bioveicolo» proteso al sé e nutrito dagli apporti equidistanti dell’Es e del Superio, in un quadro psichico di faticosa ma fervida ambivalenza degli opposti.

Entro tale dinamica trova collocazione anche il prodotto del suo “ultralinguaggio”, teso a procurare godimento mentale nel «flusso / lussurioso di doni / onirici», dove la lingua italiana esalta il suo potenziale più facondo, vivido, scoppiettante, agglutinandosi in linee espressive “meta-semantiche”, giocosamente giocate sull’alchimia dei suoni. Sono «versi asimmetrici» che cercano armonie diverse da quelle classiche, pur non dimenticandole, e soluzioni innovatrici (come l’elica a DNA dell’“eco a capo”) proprio dall’incontro/scontro dei significanti – prima ancora dei significati – attraverso le «risse di sillabe assonanti». Le «stalattiti acustiche» che il poeta estrae dalle sue immersioni nelle profondità telluriche del senso, sono per certi versi paragonabili alle «nebulose cosmiche» del cielo notturno e alle intricate conglomerazioni del pensiero.

La differenza tra “soma” e “psiche”, di cui a un certo punto si parla, è paragonabile al salto ontologico che c’è tra “cosa” e “parola”: grazie alla psiche la cosa diventa parola, così come grazie al soma, sciolto nella spiritualità stessa della materia atomica, il poeta (che la parola domina completamente) trasforma la parola in cosa trasfigurata, ovvero in strumento metafisico di comprensione. È, peraltro, la grande questione sollevata nel Cratilo platonico, e cioè: se le parole siano date alle cose per pura convenzione arbitraria, oppure per predisposizione stessa della cosa ad avere “quella” parola. E quindi: la parola è data per legge o per natura? Cioè: la parola indica correttamente la cosa – sulla base del codice acquisito – oppure ne evoca l’essenza, lasciando emergere la “natura del dio” che la abita? Socrate indica una strada terza, che i poeti possono e debbono seguire: “ricercare altre cose al di fuori dei nomi, le quali ci rendano visibili senza i nomi quali di essi sono i veri, indicando in modo manifesto la verità delle cose che sono”.

Insomma: un linguaggio archetipico, che ci metta di nuovo in contatto con le ragioni ultime della Vita. Ecco l’«orientamento ontologico» della poesia di Utzeri, le cui parole sognano di essere così vicine alla verità da diventare esse stesse “cose”. In questo modo vuole dare una risposta «alta o altra» al «noi contemporaneo», grazie all’«arte che unisce l’Io al Tu», consapevole che (come scrive Ingeborg Bachmann ne Il trentesimo anno) “non c’è mondo nuovo senza una nuova lingua”, e dunque fiducioso nella forza di questa «antica / cantica che produce il nuovo».

La poesia è una terapia di ri-umanizzazione che, mettendo a frutto energie e saperi remoti, all’incrocio fra rerum natura, palpiti uranici, sollecitazioni oniriche, echi della storia e della psiche, culture religioni e civiltà in dialogo reciproco, intende prendersi cura dei nostri «amori delusi / degli usi di strumenti umani», di come cioè gli uomini al potere hanno prodotto «devastazioni» procurandoci vite non felici, «magre e agre». L’essere umano è già, di per sé, «animale anomalo»: la natura, pura nel cielo e nel mondo, tra noi si fa «spuria». Siamo capaci di sporcare qualunque cosa. La Terra, per di più, è dominata dai banchieri, i «ladri dell’equità» che perseguono indisturbati le loro truffe.

Il poeta è una forza spirituale attiva che scioglie l’etica nell’estetica e l’estetica di nuovo nell’etica, continuamente, con fervido amore di scienza e di coscienza. Vuole dunque oltrepassare le storture del mondo attuale grazie alla «parola che alta / salta dalla galassia / assiale a questa mente mia»: ci dice insomma che riceve la parola come un’onda cosmica e la traduce nel «velo fisico del suono». Spinge la conoscenza oltre i confini del noto: bordeggia gli «insormontabili bastioni / onirici» verso la Luce Madre, «il bianco / ancora sconosciuto» da cui proveniamo nascendo e a cui torniamo dopo la morte. Il discorso poetico nasce dal «primo urlo silenzioso» che consente l’espansione dell’essere nei suoni: sale dall’abisso lontanissimo di quell’origine e, afferrando con forza il timone della ragione, attraversa il buio caliginoso dei «grovigli mentali» per raggiungere i luoghi della Pace. È così alto e vasto lo slancio di questa rincorsa da forzare, infine, l’«enigma della luce, al suono»: Utzeri invita la luce a farsi suono, a dire il suo mistero, a spiegarci perché illumina il mondo. «… discendi e di’ del dì che accendi»: così conclude il libro, e dinanzi a questa sublime grandezza il critico non può che tacere, commosso di sincera ammirazione.

Marco Onofrio

 

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