“Restano sui tetti di Roma, da oltre 70 anni, le sirene della guerra”, di Romano Bartoloni

Pio XII a S. Lorenzo

Oggi la voce delle sirene – di ogni gamma di tonalità e volume – fa parte dello “spartito” che ogni giorno orchestra il fracasso cittadino. Lo sfrecciare urlante dei mezzi di soccorso provoca un irritante tormentone per le nostre orecchie. È l’inevitabile prezzo da pagare alle ragioni della convivenza civile e che, tuttavia, complice l’assuefazione, non emoziona più di tanto. Oltre settant’anni fa un ululato più lugubre e scioccante allarmava la città da un capo all’altro, faceva tremare le vene dei polsi, insinuava la paura fin nelle viscere. Si levava improvviso di giorno e di notte, quando il buio era più profondo a causa del coprifuoco e delle rigide regole dell’oscuramento delle case e delle strade, e con il divieto assoluto persino di accendere la fiammella di un fiammifero. Quelle sirene a trespolo con il cappello a fungo o a cipolla, che si ramificavano da un tetto all’altro come ai nostri giorni parabole e antenne Tv, tacciono, ma molte restano ancora lassù sui tetti e le terrazze dei palazzi a documentare la tragedia delle guerre, a ricordare i quartieri rasi al suolo dalle bombe, a rievocare il sacrificio di migliaia e migliaia di vite innocenti perdute. Oggi restano mute al loro posto, lassù, a continuare a testimoniare – se non verranno distrutte, come le consorelle, dalla “damnatio memoriae” dell’urbanizzazione – l’orrore di quei drammatici tredici mesi. Dal 19 luglio 1943, quando quasi 1.000 aerei americani bombardarono a tappeto, per sei ondate consecutive, il quadrante nord-est della città, al 4 giugno 1944, quando Roma venne liberata dagli occupanti tedeschi, le sirene terrorizzarono le giornate dei romani un centinaio di volte. Metà falsi allarmi, però gli ordigni di morte furono scagliati contro la capitale per ben 53 volte. Nel furore di una guerra mondiale con milioni di morti, non scosse l’opinione pubblica il grido di dolore e di angoscia lanciato da una città che si era illusa di poter essere risparmiata per la sua storia bimillenaria e per la presenza del Papa.

Roma confidò fino all’ultimo nel salvacondotto dell’ombrello pontificio e nella sua buona stella. Quando colse gli echi dei disastrosi bombardamenti di altre città italiane, con in prima linea Milano e Napoli, si autoproclamò unilateralmente “città aperta” (per esserlo davvero avrebbe dovuto accordarsi con il nemico). Un po’ per convinzione, un po’ per darsi reciproco coraggio, i discorsi della gente si concludevano con il solito ritornello tranquillizzante: non oseranno mai colpire Roma, perché è Caput Mundi, perché c’è un accordo segreto con il Vaticano, perché non vogliono passare alla storia come i distruttori del Colosseo. Roma si considerava intoccabile. Lo credeva l’uomo della strada, lo credeva il re, ne erano convinti i gerarchi e addirittura i generali del Comando supremo. Peraltro, i romani erano confortati dalla storia: nessuno aveva più alzato un dito contro l’Urbe dal lontanissimo 1527, dai tempi del Sacco di Roma ad opera dei lanzichenecchi. Una fiducia ostinata e testarda nel debito universale verso un diritto alla propria immunità di centro della cattolicità che non riuscirono a scalfire di un millimetro i duri moniti e le minacce degli angloamericani. Centinaia di migliaia di manifestini vennero lanciati a tonnellate sulla città per 5 volte (il 17 maggio 1943: se volete la guerra, noi la faremo totale; 4 luglio, il giorno dello sbarco in Sicilia: oggi volantini, domani bombe; 15 luglio: lasciate la città; 17 luglio: scappate lontano dai nostri bersagli; persino un ultimo appello a fuggire in tempo la notte del 19 luglio, qualche ora prima dell’attacco). Lo stesso Mussolini, che aveva ordinato l’arresto per disfattismo di chiunque avesse raccolto i manifestini, rassicurò che si trattava di guerra psicologica per spaventare i cittadini.

Non c’erano misteri sulle effettive intenzioni del nemico. L’incursione su Roma era stata programmata fin dal gennaio del 1943 a Casablanca dalle forze alleate che stavano vincendo in Africa sulle truppe dell’Asse. Promotore e ideatore dell’operazione battezzata “Cross-point” (il mirino di puntamento a croce dei velivoli: come un occhio elettronico di oggi) fu il gen. Eisenhower (Ike), divenuto presidente USA nel dopoguerra, e prevedeva il momento giusto per colpire all’indomani dello sbarco in Sicilia (4 luglio 1943). I 7.000 aviatori protagonisti dell’attacco si riconobbero provocatoriamente nella sfida dei “Venti angeli sopra Roma”, i ventimila piedi, pari a 6.000 metri di quota, dal quale scagliare il loro micidiale carico. In un clima di illusioni sull’invulnerabilità dell’Urbe per decreto degli dei, la difesa di Roma non venne mai organizzata sul serio. Si sperperarono miliardi di lire, cifre enormi per quei tempi, per costruire rifugi antiaerei (eufemisticamente ribattezzati ricoveri) in numero del tutto insufficiente, di scarsa o nulla sicurezza (i morti sepolti nei rifugi di S. Lorenzo chiedono tuttora giustizia!) di fronte alla potenza di fuoco del nemico, per trasformare migliaia di scantinati in trappole mortali, per stendere una rete di sirene d’allarme la cui voce venne ignorata dagli ingenui romani fino al 19 luglio. Persuasi che sarebbero rimasti ad impigrire a terra, i comandi dell’aeronautica affidarono il compito di protezione aerea a sparuti equipaggi di valenti piloti, che si dovettero sacrificare eroicamente. Per completare l’opera di difesa antiaerea, si montarono batterie di cannoni (quasi tutte dislocate lungo la costa), vecchie e a modesta gittata, mai immaginando che gli angloamericani avrebbero colpito da quote stratosferiche. Il 13 aprile 1939, 14 mesi prima dello scoppio della guerra, si organizzò a Roma la prima esercitazione antiaerea di massa. Scriveva nel suo documentato libro Venti angeli sopra Roma. I bombardamenti aerei sulla città eterna lo scrittore e cronista Cesare De Simone, scomparso nel 1999: “Suonano le sirene antiaeree, vie e piazze si svuotano al centro e in periferia. I romani sorpresi in strada si rifugiano disciplinati e con calma nei portoni. Quelli che stanno a casa scendono ordinati nelle cantine adibite a rifugio, secondo le disposizioni impartite dall’UNPA, Unione nazionale protezione antiaerea… Ma è un gioco preso piuttosto sportivamente”. Poi il commento del ministero della guerra: “il popolo italiano possiede ormai, fra tutti i popoli del mondo, la più alta cultura di protezione antiaerea”.

Lunedi 19 luglio 1943: visibilità ottima anche se con cappa d’afa e 40 gradi all’ombra già a metà mattinata. Alle ore 11,02 oscurò il cielo della città la più grande flotta aerea mai volata sull’Italia durante la guerra. In barba ai lamentosi spauracchi delle sirene svegliatesi all’ultimo momento, 930 fra fortezze volanti, bombardieri e caccia misero a ferro e fuoco non solo gli obiettivi militari (gli aeroporti di Ciampino e Littorio, oggi Urbe) e tutti gli scali ferroviari del quadrante nord-est (da San Lorenzo a Littorio sulla Salaria), ma portarono l’apocalisse su interi inermi quartieri, San Lorenzo, Tiburtino, Porta Maggiore, Prenestino, arrivando a distruggere la basilica di San Lorenzo fuori le Mura e a scoprire e devastare le tombe della zona Pincetto del Verano. Sulla città praticamente indifesa piovvero oltre mille tonnellate di esplosivo e 4.000 bombe dirompenti nell’arco di due ore e mezza. Agghiacciante il bilancio: 2800/3.000 morti (mai potuto stabilire una cifra certa, né mai dissepolti i corpi di tutti gli uccisi!), 10.000 feriti, decine di migliaia di sfollati, sinistrati, senza tetto. Pochi e male in arnese i soccorsi per fronteggiare l’immane tragedia. Storica l’apparizione consolatoria di Pio XII nel pomeriggio. A tarda sera nel piazzale del Verano si affacciò il re Vittorio Emanuele III che venne fischiato e preso a sassate. In incognito e soltanto giorni dopo, il 25 luglio, la visita di Mussolini che in nottata sarebbe stato deposto dal Gran Consiglio del fascismo. Nonostante le ferite, la rabbia, le censure militari e i cordoni sanitari, l’unghia graffiante del popolino lasciò un feroce graffito su un muro diroccato: “mejo li americani su la capoccia, che Mussolini tra li cojoni”.

Purtroppo, quel 19 luglio fu solo l’inizio del calvario della capitale. Il governo Badoglio tergiversava sulla resa incondizionata, e allora giù botte. Venerdi 13 agosto, 409 bombardieri scaricarono 500 tonnellate di esplosivo, spargendo morte (un migliaio i caduti) e distruzioni sul già martirizzato San Lorenzo, sul Tuscolano, sul Casilino, su San Giovanni, su S. Croce in Gerusalemme, sul Pigneto, su Torpignattara. Dopo l’occupazione tedesca dell’8 settembre, che insediò i propri comandi nella capitale, gli alleati ripresero ad accanirsi contro una città già in ginocchio. Degli altri successivi 51 bombardamenti, il più disastroso avvenne il 14 marzo 1944, provocando 800 morti tra i quartieri Nomentano, Prenestino e Italia, e demoralizzando senza pietà una popolazione affamata e perseguitata dai nazifascisti. Lo spaventoso bilancio finale, di cui né le cronache né i libri di storia si sono resi consapevoli, salì a 7.000 morti, a decine di migliaia di feriti e altrettanti di sfollati. “Cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo…”: così, in una canzone del 2008, Francesco De Gregori ha inteso restituire memoria a una città che ha dimenticato o voluto dimenticare quei brutti giorni, nell’euforia della ricostruzione e del boom economico. Il quartiere, semidisabitato per decenni, ha potuto onorare i suoi morti solo 60 anni più tardi. Nel 2003, presso i giardini all’inizio di via Tiburtina, venne   inaugurato dal Capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, un monumento realizzato dall’arch. Luca Zevi. Una lastra di cristallo lunga 70 metri, parallela al terreno dei prati e  attraversata da un fascio di luce che esce dal suolo. Incisi per sempre nel cristallo, uno per uno, i nomi dei 1674 uccisi a San Lorenzo, che meriterebbero di essere perennemente illuminati a vista dalla luce dei ricordi. Un monumento allora voluto dal sindaco Walter Veltroni, stupito del “fatto che in quel quartiere, a cui tutta Roma è legata, non ci fosse una testimonianza tangibile dell’orrore vissuto sessant’anni fa”. Perché la caratteristica luminosa? Spiegò Zevi: “Quella luce che viene dal suolo, dove riposano idealmente i morti, possa illuminare il cammino di quelli che verranno verso un orizzonte di pace”. Nell’indifferenza generale, oggi quel monumento è spento! Di nuovo il buio dell’oblio su quegli innocenti cittadini e sulle aspirazioni di pace della gente.

Solo il trauma del bombardamento del 19 luglio rinsavì i romani e aprì gli occhi sul loro destino di sconfitte e lutti, comune a tutti gli italiani. Scrive ancora Cesare De Simone: “Nessuno se la prende più comoda quando suonano le sirene. Nessuno alza più la testa per mettersi a guardare gli aerei d’argento che rombano in alto. Adesso al primo allarme, al primo rumore d’aereo, tutti fuggono terrorizzati. Decine di migliaia di persone, quando scende la notte, vanno a dormire nei rifugi, le case rimangono vuote”. Aggiunge lo scrittore: “Sono diventati una specie di superalberghi i ricoveri antiaerei pubblici attrezzati sotto il traforo del Tritone e in un enorme deposito sotterraneo in piazza Dante [palazzo prima delle Poste e oggi megabunker dei servizi segreti italiani, ndr]. Molte famiglie vi hanno trasferito i letti e gli armadi. Altri rifugi divenuti veri e propri dormitori sono quelli in via Flaminia [dentro le catacombe di S.Valentino, ndr], via Portuense 71, via Merulana 274 (palazzo Brancaccio), alla Garbatella (scuola Bianchi), in piazza Oriani (scuola Crispi) e a in lungotevere dei Mellini 10”. Sia per la conservazione a futura memoria, il recupero e la destinazione museale dei principali ricoveri (ad esempio, quelli semi-blindati e mai terminati di Mussolini a Villa Torlonia – sua residenza – e a palazzo Venezia – che ospitava il governo del Duce -, nonché quello di casa reale a Villa Ada), sia per la salvaguardia dalla rottamazione delle sirene belliche, che svettavano sui più importanti edifici pubblici, sono stati lanciati Sos con lo scopo di vincolare cimeli e testimonianze di dolorose pagine di vita vissuta dalla città. Qualcosa si è mosso nel campo della sovrintendenza ai beni culturali di Roma capitale, sull’onda delle iniziative, delle ricerche, dei censimenti, delle mappature e delle campagne di stampa promossi dal giornalista Lorenzo Grassi insieme al Centro ricerche speleo-archeologiche sotterranei di Roma e con l’iniziale stimolo (per le sirene) del giornalista Mario Tedeschi Lalli. Per saperne di più su mappe e documentazione è disponibile il sito http://www.bunkerdiroma.it

Alle nuove generazioni potrebbe apparire come frutto di una sindrome paranoica la decisione dei Governi post-fascisti di non spegnere le sirene della capitale, e solo quelle della capitale, all’indomani della fine del conflitto mondiale. La Guerra Fredda e la paura della Bomba Atomica ci lasciarono in eredità il segnale prolungato del mezzogiorno. Scopo, la manutenzione degli impianti sonori quali riserva di prevenzione in caso di necessità secondo le direttive della Direzione generale protezione civile del ministero dell’Interno; di fatto, la banale occasione per rimettere all’ora esatta le lancette degli orologi. Benché perdurasse l’allerta mondiale per l’incubo del nucleare, il servizio fu interrotto per l’impossibilità tecnica (materiale in consunzione irrecuperabile) ed economica di assicurarne la continuità di esercizio. Quel richiamo sonoro quotidiano si eclissò senza rimpianto, lasciando il primato del saluto di mezzodì al più festoso colpo di cannone dal Gianicolo. Il loro silenzio è stato interrotto solo una volta, come ricorda il giornalista e scrittore Gian Luca Naso nel suo libro Memorie di guerra dedicato ai disastri subiti dai trasporti pubblici romani. Il 19 luglio 2013, alle ore 11.03, esattamente 70 anni dopo i bombardamenti di San Lorenzo, suonò eccezionalmente per qualche minuto la sirena sui tetti del deposito/officina Atac del Prenestino, allora raso al suolo e poi ricostruito, a ricordo dei tranvieri rimasti sepolti e uccisi dalle macerie. Nei giorni di guerra il suono non era prolungato ma rispondeva a criteri di allarme ritmato a tempo: sei suoni di quindici secondi intervallati da pause di uguale durata. Un fischio prolungato di due minuti segnalava il cessato allarme. 51 era il numero di sirene del sistema ufficiale di allarme, 31 su edifici privati e 20 su palazzi pubblici (persino su Castel Sant’Angelo e su Trinità dei Monti). Altre 14 stavano sopra aziende industriali, scuole e chiese. Tutte collegate fra loro da “catenarie”, una rete di cavi stesa per chilometri e chilometri (utili anche per i collegamenti riservati del fascismo): l’allarme era attivato da un comando centralizzato nei sotterranei del Viminale. Secondo le caratteristiche tecniche, si distinguevano in elettromagnetiche da 500 e da 1500 watt, e in elettromeccaniche. A forma rotativa o a tromba, avevano una portata acustica fra i due e i cinque chilometri.

Non tutti a Roma soffrirono le stesse pene della guerra. Anche se il peggio era sempre in agguato e spezzoni impazziti avrebbero potuto cadere dovunque (come accadde persino nei giardini vaticani), si aveva la fiduciosa sensazione che i bombardamenti sarebbero rimasti circoscritti nei quartieri vicini a obiettivi militari e che il resto della città l’avrebbe scampata. Nonostante si vivesse negli stenti e con l’incubo (specie per i giovani) delle razzie naziste, l’allarme delle sirene spaccava in due la resistenza della città, perché sembrava avesse suoni minacciosi a seconda dei destinatari. Da brivido di morte per quei romani che erano rimasti nelle loro case in mezzo alle macerie, da noioso fastidio per tutti gli altri. Con la mia famiglia abitavo in fondo a via Monte Zebio, allora una delle strade più tranquille e fuori mano della città (oggi un formicaio di uffici fra la roccaforte della Rai e la città giudiziaria di piazzale Clodio). Era quasi una festa in casa il risveglio nel cuore della notte sotto il grido a distesa delle sirene. Nei quartieri di nuovo sviluppo, come Prati e Delle Vittorie, quasi nessuno affrontava il disagio di saltare dal caldo del letto per infilarsi nel freddo dei rifugi, negli scantinati o nelle rimesse delle auto. Piuttosto, tutti assieme nel salotto buono a sgranocchiare i dolcetti scacciapensieri delle grandi occasioni. Diversi il pathos, la tensione e la carica emotiva di chi ha sofferto sulla propria pelle l’aggressività di quel segnale di violenza. Carlo Levi, autore dell’immortale Cristo si è fermato ad Eboli, dedicò alle sirene alcune suggestive pagine di una sua opera scritta nel 1950, L’orologio. “Dalla finestra aperta entrò improvvisamente nella stanza il suono lungo e lamentoso di una sirena. Tutti senza volerlo, trasalimmo e mutammo per un momento pensiero. Quel suono era per noi ancora la voce della guerra, troppo vicina perché esso avesse potuto riassumere un senso familiare ed indifferente. Era l’urlo straziante e interrotto delle albe grigie di Parigi, a cui nulla seguiva se non una assurda angoscia, nata da quella sua feroce modulazione… In Italia le sirene non avevano quell’ansimare interrotto e crudele, fisicamente intollerabile: erano lunghe, continue, cupe; ma ad esse seguivano subito il fragore dei motori, e le esplosioni. Era un’altra voce da quella delle cento sirene diverse, che segnano le ore nelle città operaie dell’infanzia; quando ci si buttava dal letto perché era suonata, calda e bassa come quella di un bastimento, la sirena del Diatto; e si correva a scuola mentre lontanissima e lunga, vagava nel cielo la nota più alta della Fiat… le nuove sirene della guerra erano diverse, non seguivano il tempo, ma lo laceravano; e, assurde, facevano battere il cuore senza ragione”.

Se diventa un’impresa salvare da una fine ingloriosa gli ultrasettantenni logori e malandati impianti sonori, ancora più arduo appare conservare tracce dei rifugi antiaerei, delle ubicazioni di accesso, e del loro linguaggio di uso per la sicurezza (R, ricovero; US, uscita di sicurezza; I, idrante; V, ventilazione; C, cisterna; P, pozzo). La maggior parte erano sistemazioni di fortuna, ricavate quasi tutti per iniziativa dei condomini e organizzati dai capifabbricato (di solito i portieri al servizio del regime) dentro o sotto i caseggiati. Quelli che non si sbriciolarono sotto le bombe, hanno subìto radicali trasformazioni di riuso condominale (autorimesse, cantine, depositi, ecc.). Viceversa, si è ereditata una rete in discreto stato dei bunker dei Palazzi del potere. Fra il 1930 e il 1940, furono fortificati con robusti strati di cemento e a volte blindati in acciaio a tenuta stagno contro il pericolo, un tempo assai temuto, degli attacchi con gas e armi chimiche. Lo stesso Mussolini si fece paladino della sicurezza dei vertici istituzionali, politici e militari. Circa una dozzina sono i veri e propri bunker antiaerei realizzati “a prova di bomba” almeno secondo le intenzioni dei costruttori: tre nella Villa Torlonia (sotto “casa” del Duce), e gli altri nei sotterranei di palazzo Venezia (riscoperto nel 2010), sotto palazzo Valentini, il Vittoriano, Villa Ada (riservato al re), Palazzo dell’Esercito in via XX Settembre, Palazzo degli Uffici all’EUR, stazione Termini, la caserma dei vigili del fuoco in via Genova. Il bunker di Termini è in buono stato, quelli di Villa Torlonia e di Villa Ada in fase di recupero grazie a un bando della Soprintendenza capitolina. Potrebbero essere presto aperti al pubblico, all’insegna del lancio di un progetto specifico di salvaguardia delle memorie di guerra a Roma.

Romano Bartoloni

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