“Riccione, Grand Hotel”, di Luigi D’Alessio

riccione

Ci vengo ogni pomeriggio.
Per un caffè tinto d’anice.
L’aria di rosa fané.

La incontri. Guardi lei
e dici Qui ci siamo già stati.
O lei si guarda intorno
e negli occhi di lui dice
Qui ci siamo già stati.

Bello se la fantasia continuasse
con lui rispondere Sì,
prima della nostra memoria.

Ci vengo per l’amico verde.
Per la pioggia che sosta tre giorni
sull’acqua mézza della piscina.

Al primo sorso del caffè
mi ritrovo in giardino.
Anche qui la rosa fané:
mio padre lo prendeva corretto
all’anice d’inverno. Cioè
papà d’inverno il caffè
lo prendeva corretto con l’anice.

Ma ci vengo.
Per l’impudico muschio
su un seno di Afrodite.
Mi ostino a fotografarla: niente
della fotografia immagina la realtà:
troppa luce, o troppo albero
se tento un amore di profilo.

La fotografia.

Dal basso lei ha un’aria
mesta di me:
manco l’avessi amata
tra l’arcipelago dei nèi
presunti sui fianchi e ora
io sono la staticità
che il suo sguardo rimprovera.

Eppure ci vengo
per il nome evocativo
dei nomi sconosciuti al presente:
Grand Hotel: il piacere offerto
da Hemingway, Don DeLillo,
da Scott Fitzgerald. Grand Hotel
inclusi i motel di Kerouac.
Escluso L’Overlook Hotel
della luccicanza.

Lascio Afrodite
per il discobolo sull’orlo
della piscina. Io in bilico
tra il risico della bellezza
e il tempo che gli dà al volto
il volto di una Elena
non affatto paridiana, piuttosto
sommessa dal verso
che alla testa piovana della statua
mette l’allucinato spaesamento
di Ritsos in una notte fiorentina:
Davide o Apollo? E io
qui sono il traditore di Mirone
oppure è il fantasma di Menelao?

Eppure.

C’è un piacere scoprirsi
confidente delle cose
quando animi le cose. Allora
visito il leone sdentato
sotto il baobab del parco. Più in là
verso il cancello escluso al mare
un angelo senza ali. La schiena
è rapita dal galoppo
sull’innocua ferocità di una leonessa:
il capo in costante balìa della corsa.
La criniera copre invano il pube:
gli angeli pur senza ali
si sa non posseggono sesso.
Somigliano ai bambini.
Quelli nati senza Freud.
L’angelo ha il pancino dei putti
e nei miei gessi, bassorilievi,
sbalzi, nei miei cammei diaristici
io lo chiamo Bendicò. Lo osservo.
L’ombelico da cui
per me non nasce la vita
è una sensuale cavità
nel corpo a corpo in cui
entra la vita.

Eppure.

Cerco qualsiasi eppure nell’eppure:
un archetipo e ragione a ciò che attrae. Forse
è forse perché ci vengo
con le cuffie nelle orecchie.
Come non esistesse silenzio
né clemenza né il fischio dei merli. Come
nel giardino di Händel fino a lì. Dove
un bersò somiglia alla sosta di Marcel Proust.

O meglio al gazebo giapponese
di Sir William Walton alla Mortella.
In fondo al paesaggio di Russell Page lì
nel salone a strapiombo su Ischia
il pianoforte tace in una musica da camera.
Perché la musica
a volte non è ascolto.

Perché a volte
è decidere quale penna
predilige la scrittura al silenzio.

Luigi D’Alessio

 

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