“Il ponte umano. Pensieri e ricordi in libertà” (Libreria Cluva Editrice, 2014), di Enzo Siviero, letto da Dante Maffìa

siviero
Enzo Siviero

Non sono rimasto sorpreso nell’apprendere che Enzo Siviero, ingegnere conosciuto in tutto il mondo per la sua perizia straordinaria nel salvare i ponti o nel realizzarli, scriva poesie. Credo che la metafora del ponte sia naturalmente una immensa poesia che fa sognare e credere nell’amore, nell’unione dei popoli, nell’abbraccio con l’infinito. Ma non sono rimasto sorpreso anche perché uno dei poeti che amo di più, Leonardo Sinisgalli, era ingegnere. E inoltre sono convinto che “La poesia, più di ogni altra arte, mostra l’azione sovversiva pura che la parola esercita sul campo strutturato del linguaggio. Nella parola poetica non c’è affermazione del codice, ma esperienza traumatica ed estatica del suo scompaginamento”. Sono parole di Massimo Recalcati tratte da un suo recente libro edito da Einaudi, parole che confermano il mio entusiasmo per tecnici e scienziati che entrano nell’agone poetico rinnovandone la sostanza proprio con l’esperienza traumatica ed estatica che essi portano grazie alla loro conformazione.
Durante la cerimonia della XXXVI edizione del Premio Europeo Capo Circeo, in Campidoglio a Roma, ho sentito un breve discorso dell’ingegnere-poeta sulla “funzione” dei ponti e sono rimasto affascinato da come i ponti sono stati personificati, da come fluiva, nelle parole, la “necessità” di realizzare quello scambio di fiati che dovrebbe dare una svolta al mondo, cancellando drammi e tragedie ormai inarrestabili.

Ed ecco quindi il ponte umano, quel fiume visibile-invisibile che dovrebbe attraversare le menti e i cuori per far fiorire una reale, proficua collaborazione tra i popoli.Un parlare dolcissimo nel quale le tinte più affascinanti dell’Utopia hanno trovato ricetto e non nelle astrazioni, ma nella simbologia che nel poeta è stata acquisita dalla pratica. Se fosse stato un letterato a tenere un simile discorso mi avrebbe dato quasi fastidio, vi avrei scorto un pizzico di retorica. Fatto dall’ingegnere ha assunto un’accezione semantica di rilievo e ho avuto immediata la certezza che Siviero scrivesse. La conferma è questo volume di “pensieri e ricordi”, questo viaggio attraverso i ponti veri e quelli dell’anima. Con fare delicato, e direi con una punta di quel che i critici chiamano “romaticismo perenne”, Siviero ha raccontato il suo rapporto con le terre visitate, con i ponti progettati e con ciò che lo ha spinto a sentirne le pulsazioni. Da qui, piccoli squarci di un diario che ci porta nei luoghi più lontani; da qui i versi di A te, di Vorrei, di Ho incontrato il Ponte, per citare solo qualche titolo, e i versi dedicati alla Calabria che egli definisce “terra densa di storia con il fascino dei luoghi”, tale per cui “quel che sa dare è tutto”.

Si badi che le annotazioni di Siviero non nascono mai dall’esterno, ma dall’interno delle emozioni, e non registrano le apparenze, ma gli stati d’animo, i sussulti che egli prova dinanzi alla facoltà dei ponti, tanto che sono diventati la sua musa ispiratrice, tanto che non può fare a meno, incontrando il Ponte, di scriverlo con la maiuscola e riconoscerlo fratello indispensabile per risolvere le diatribe in atto nel mondo. Chi cercasse astruserie o esibizioni per strabiliare non le troverà in questo libro che si muove all’insegna di una umanità sobria e gioiosa, priva di elucubrazioni e di incursioni estranee. Siviero evita la letteratura e così, magari senza averlo scelto, si avvicina alla lezione di Umberto Saba che sapeva trovare “l’infinito nell’umiltà”. Ecco, il nostro poeta ingegnere trova l’infinito e l’amore nei ponti e lo dice apertamente, convinto che il messaggio che egli manda possa entrare nell’interesse dei lettori. È certo che un’opera come questa non passa inosservata, ha una sua valenza poetica, umana e sociale. Almeno io spero che non passi inosservata.

Dante Maffìa

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