“Tutto e ogni singola cosa” di Cristina Polli, letto da Noemi Paolini Giachery

 

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Tutto e ogni singola cosa. Già dal titolo è nata l’attesa di una lettura per me gratificante, e anche una istintiva simpatia. Ero rassicurata sul fatto che si trattava di una poesia nata dalla domanda esistenziale: la domanda senza risposta che, proprio per il suo levitare nell’aria senza approdo, quando non mancano vocazione e ispirazione, fa levitare la poesia, le trasmette una sospensione, una vibrazione che la staticità razionale esaurirebbe e chiuderebbe. Una sospensione che per il miracolo della poesia, che concilia gli opposti e accorda piani diversi del reale, non inquieta ma dà pace. La simpatia di cui parlo, a parte il significato etimologico generico della parola, significava anche quella solidarietà quasi ammiccante, un po’ ironica, in me suscitata dal tono apparentemente dimesso, domestico con cui il testo si annunciava. Tra le “cose” qui evocate sentivo che, accanto al senso filosofico di manifestazioni del molteplice contrapposto al Tutto con la maiuscola (l’Uno dei filosofi), avrebbero trovato spazio e valore anche gli oggetti più modesti ed effimeri dell’esperienza quotidiana. Ho chiamato in causa la filosofia astratta, che in questa poesia è opportunamente tenuta a bada, per tornare subito alla poesia, a un richiamo poetico e insieme filosofico. Perché a me non poteva non venire in mente subito il “mio” Ungaretti, sempre pronto a comparire nella mia memoria maniacale, per riferimenti e confronti, anche quando l’accostamento sembra improponibile per l’evidente diversità dei soggetti. In questo caso si è affacciato con quei versi di Sentimento del Tempo che sono per me una chiave per entrare nel cuore della sua intima vicenda : “Tra ciò che dura e ciò che passa / Signore, sogno fermo, / fa’ che torni a correre un patto” (ciò che dura, cioè il Tutto, qui con la maiuscola; ciò che passa, cioè le cose effimere, che siamo obbligati a pensare con la minuscola). E’ un momento in cui la risposta cristiana sembrava al poeta più vicina e pensabile dopo un momento di ascetismo estremo in cui era arrivato a rifiutare il molteplice, l’effimero, cose e pensieri, come vanità e illusione.

La nostra autrice, che vuole anche lei recuperare l’effimero, sa che per appagare la sua disposizione contemplativa deve tenere a freno la coscienza razionale: “Vorrei che la solerte coscienza / prendesse il suo riposo / sdraiata su una coltre di oblio / come un amante appagato”. E’ un po’ come se la mandasse in pensione, la razionalità, riservando comunque per sé altri riposi, vivi e alati. L’insidia della ragione che, quando prende il sopravvento, ostacola l’“Incontro” (con la maiuscola) e non concede alla poesia se non “metafore di pietra” si fa essa stessa metafora nel mito di Sisifo e del suo “trasporto di pietre” che avviene “meditando dolore” con “assorta fatica”. Il sasso, come la “pietra refrattaria” di Ungaretti (una sorta di archetipo onnipresente è diventato per me lo stesso poeta), compare altrove come segno di morte (“prima di essere sassi”, prima, cioè, di impietrire nella morte). Anche quando si dissolve in polvere (“granelli di silice”) la pietra è inquietante segno di materia soggetta all’entropia. Cristina (mi piace ormai chiamarla per nome, dopo tanta intima comunicazione) cerca per lo più il conforto della bellezza in forme leggere e vaganti, in giochi di luce e di colore, nel “lampo fulgido / che rischiara il campo”. Ma quando è raggiunto lo stato di grazia della contemplazione, dell’“Incontro”, anche i “granelli di sabbia” si prestano all’incanto. Importante è uscire dalla solitudine egotistica e accidiosa che trattiene in gorghi confusi e senza uscita, opere e parole (“e noi a porre un’illusione d’ordine / in opere e parole / che ci vorticano intorno”). Opere e parole, dunque. Il dramma dell’interiorità diventa per il poeta dramma della parola cercata con ansiosa insicurezza e insieme con ferma necessità, nell’impegno di portarla a splendere di verità e di bellezza (la parola è protagonista in molti casi. Ma qui si aprirebbe un altro discorso).

Il cuore di questa poesia si ritrova dunque nel dramma del Soggetto chiuso nel suo limite esistenziale e teso verso il grande Incontro, verso quella “vera meraviglia / che scintilla negli occhi di chi crede / a voli d’aquiloni sulle spiagge”. La metafora del volo, e in particolare del volo di aquiloni, allude a un moto verticale all’infinito che qui e altrove è contrapposto al moto circolare di “cerchi nell’acqua”, sentito come simbolo dell’immanenza chiusa in sé. Proprio per questo valore di limite il Soggetto che si immagina “ammaliato dall’onda circolare” sembra rifiutare quella seduzione. Ma altrove anche nella immanente circolarità sa trovare “segni di infinito”: “La domanda è una curvatura / del tempo onda concava a raccogliere / segni d’infinito”. Scopriamo dunque, al di là della coscienza tragica e talvolta apocalittica, una misura intimamente e saggiamente umana e, direi, umanistica. Vorrei aggiungere anche femminile (“e ora è donna / che conosce e dice”) tanto la voce della tenerezza è presente nella resistenza al “franare delle macerie sull’io”, al “rovinare del tempo / al diroccare del senso”. La voce della tenerezza e la voce della compassione (mi affiora una parola ormai accolta nel linguaggio critico: la parola “creaturale”). Le voci dell’infanzia risuonano con gioioso tripudio ( “I bambini svariano corse festose”) anche se poi “lacrime” compaiono tra le ciglia. “Il bambino / immagina un volo / con le poche parole / che sa”. Alonata di luce tenera e malinconica è anche la memoria dell’infanzia. La stessa accettazione è rappresentata in un momento come adattamento a una sosta, a un riposo. Le parole “lente, / incuranti, rispondono: Va bene, fermiamoci”. Ma in questa sosta abita “l’assenza”. Altre volte la sosta, il riposo, offrono stati di grazia attraverso una sorta di simbiosi con la natura. Mi sembra, per esempio, che i rari haiku vogliano fermare e quasi assolutizzare i rari momenti di incanto smemorato. Ma lo sguardo verso il cielo è quello più alato. In cielo anche la luna sembra riscattare l’opacità della pietra che diventa gemma (“gemma pietrosa”) avvicinandosi a un’essenza spirituale

Fin qui un tentativo, sempre accompagnato dal dubbio, di interpretazione di questa poesia. Il tema che, subito colpita dal titolo, ho indicato come centrale nello spirito di questa poesia mi sembra sintetizzato mirabilmente nell’incipit della postfazione del bravissimo Marco Onofrio. Come altre finissime intuizioni ci sono state offerte dalla prefazione di Anna Maria Curci.

Noemi Paolini Giachery

 

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