La voce “Belli” nel “Dizionario dell’omo salvatico” di Papini, di Franco Onorati

papini
G. Papini (1881-1956)

A rileggerle oggi, ad oltre sessant’anni dalla morte dell’autore, tante pagine di Giovanni Papini suscitano le stesse perplessità e riserve formulate da Walter Binni in un suo saggio del ʼ51 nel quale tracciava il percorso tra cultura e letteratura di alcune riviste del Novecento. In quello scritto egli dava ovviamente atto a Papini del contributo di rinnovamento recato alla cultura italiana attraverso una militanza generosa e irruente che s’era espressa soprattutto – come noto – nella fondazione o nella direzione di tante testate che hanno caratterizzato il primo ventennio del secolo. Ma, accanto alla tumultuosa e contraddittoria inseminazione sull’arido e provinciale terreno italiano di tanti stimoli, quell’attivismo febbrile del fiorentino Gian Falco (questo il nom de plume che Papini s’era dato fin dai tempi di “Leonardo”), ad una valutazione alla distanza, collocata cioè su un orizzonte più vasto e di lunga durata, sollecitava il critico a sottolineare i limiti che quell’impegno tradiva; limiti che nel citato saggio venivano bollati in termini ancor oggi condivisibili. Così, citando a titolo esemplicativo, il “Leonardo” era definito “convulso e giovanile” e ad esso Papini forniva un “impeto ancor genuino”. In quella testata si manifestava – cito sempre dal Binni – una “sollecitazione al futuro anche in forme di baldanza insopportabile”; era tutta di marca papiniana la “velleità nel confuso regno della cultura dell’anima”. E ancora: “di anima e della sua cultura parlava Papini nella mescolanza dei suoi impeti freschi (i più giovanili) e dell’impura erezione dell’io con mezzi artistici di impressionismo vistoso e di scadentissima abilità linguistica.”

A chi scrive sembra che nell’autore di Un uomo finito non sia mai venuto meno quel giovanilismo impetuoso e iconoclasta che, nell’ansia “rivoluzionaria” di smontare/ demistificare/ridimensionare, finisce per trascinare in un magma confuso valori e pseudo valori, in una revisione critica che è tanto più inoffensiva quanto più è urlata, esibita; a danno di un approfondimento meditato: manca, per dirla ancora e conclusivamente col Binni, “la riflessione sulla situazione dell’uomo più difficile e silenziosa”, sulla quale fa aggio il gusto della stroncatura, farcito di sarcasmi anche personali e del piacere del rovesciamento e del paradosso fini a se stessi. Queste riflessioni mi venivano in mente sfogliando il Dizionario dell’omo salvatico che Papini redasse assieme a Domenico Giuliotti, pubblicando il primo volume nel 1923 per i tipi di Vallecchi. Vi sono raccolte cinquecento voci alla lettera A e quattrocento alla lettera B: il tutto per 521 pagine che passano in rassegna personaggi e concetti, che vanno dall’iniziale “Abba, pater” al finale “Byron”; per ognuno dei quali, quasi sempre in poche righe sommarie e liquidatorie, viene riassunto il giudizio che i due autori indirizzano in modo intimidatorio a ben dodici categorie di lettori. Anche qui, con il tipico procedimento elencativo con il quale gli estensori, armati di baldanza squadristica, adombrano l’aspirazione ad una completezza enciclopedica, ce n’è per tutti i gusti. Nell’ordine gli “avvisi” – così sono definiti – vengono diretti: “al lettore benigno”, “ai lettori nemici”, “al lettore pedante”, “al lettore erudito”, “al critico geroglifico”, “ai filosofi senza filo”, “agli ebrei” (e qui c’è una sciagurata caduta antisemita: “questa razza divina e immonda”), “ai protestanti”, “alle donne”, “ai cattolici chiocciole” e – infine – “ai superiori”. Ai dodici “avvisi” seguono “sedici ritratti” nei quali è schizzata una serie di figurette appartenenti allo stupidario italiota: professori di ginnasio, cavalieri, commendatori, ragionieri, dottori, avvocati, tutti esemplari di quel “ceto medio” che è il bersaglio privilegiato del disprezzo papiniano: qui forse il sarcasmo di Gian Falco tocca momenti felici, ispirati dall’insofferenza che doveva provare verso quei borghesucci che, con uno sberleffo rabelaisiano, fa tutti abitanti di una cittadina chiamata Lonza. Le schede che seguono sono redatte col tono apodittico e perentorio che non ammette replica: il lettore, una volta capita l’antifona, si aspetta di tutto e non reagisce più di tanto al processo sommario cui sono sottoposti – tanto per fare alcuni esempi – l’Aretino (“è il più famoso mandrillo questuante della letteratura universale”) o il Boccaccio (“il volgo fa un gran caso di una sua raccolta di novelle, detta Decamerone, dove una prosa pesante e latineggiante è usata a raccontare monotone storielle d’inganni e lussurie”).

Nel calderone finiscono, secondo gli umori dei redattori, il socialismo (vedi alla voce “acciughe”: “senza testa e tutte pigiate perfettamente in un bariglione. Perfetto simbolo dell’ideale socialista”) e le donne (vedi alla voce “bel sesso”: “la mattina si disinfettano nel vano d’un confessionale e la sera si rismerdano in società”). Non mancano vistose contraddizioni, ché alla riaffermazione del primato della fede cattolica (“un solo scampo è possibile: volgersi, per aver lume, a quella Roma onde Cristo è Romano, perché, fuor che lì, tutto è buio”) corrisponde, ad vocem, l’elogio dell’aborto! In questo tirare alla cieca, può anche capitare che qualche voce risulti condivisibile; è singolare, ad esempio, ritrovarvi “Bayreuth”, definita in termini che trovano rispondenza nelle critiche a quel teatro e a quella città che son mosse, anche oggi, da chi lamenta il prevalere dell’industria o meglio del consumismo sulle ragioni dell’arte. Scrive Papini: “Famigerata merce dei wagneromani di prima la guerra, famosa perché la munificenza di un re pazzo edificò un teatro (detto anche tempio) alla gloria di un operista grande egualmente come musico e come ciarlatano. Santuario che diventò presto, come si meritava, un centro dell’industria alberghiera, dello snobismo dei vagabondi dorati e della pappatoia alemanna”.

E veniamo al Belli: nel 1923 Papini e il suo sodale non potevano disporre che delle edizioni Salviucci o Morandi; non possiamo dunque aspettarci un atteggiamento più rispettoso e consapevole: mancano troppi anni alla “riscoperta” critica del Belli. Nequizia tutta papiniana è l’attacco della scheda: una sorta di “certificato di servizio” che sembra voler accomunare il poeta romano a quella oscura genìa di “mezze maniche” descritta nei “sedici ritratti”. Il giudizio che si legge in questa paginetta è di stampo moralistico, non estetico: il che è coerente col fondamentalismo cattolico cui Papini indulge spesso; e non vi mancano approssimazioni, sia nelle frasi riferite al Belli sia nei pochi cenni biografici, come è il caso del supposto ritorno alla religione “negli ultimi anni”. La brevità della scheda non rende giustizia, come è ovvio, sia alla grandezza del poeta sia alla questione del dialetto, verso cui il purismo alloglotto del fiorentino purosangue non doveva essere particolarmente sensibile. Con tutti questi limiti, mette conto riproporre la voce “Belli” di questo singolare Dizionario:

“BELLI GIOACCHINO (1791-1863)

Impiegato del Papa; commesso del deposito della carta bollata e da ultimo capo della corrispondenza nella Direzione del debito pubblico. Scrisse, incoraggiato dal Papa, centinaia di sonetti romaneschi dove vuol rappresentare i costumi e i pensieri dei popolani di Roma e non risparmiò né preti né papi. Si scusava col dire che ricopiava i discorsi altrui, anche senza approvarli. ‘Non casta – scriveva a un amico – non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già esistente e più, lasciata senza miglioramento’. Scusa che persuade poco: perché un credente non fa collezione di bestemmie e un cesto di stampe oscene. Quando nel 1861 il principe Luciano Bonaparte voleva che voltasse in romanesco il Vangelo di San Matteo si rifiutò perché, rispose, ‘questa lingua abietta e buffona… appena riuscirebbe ad altro che ad una irriverenza verso i sacri volumi’. Negli ultimi anni tornò alla religione e pensò anche di bruciare le sue poesie – molte delle quali scritte per schernire coloro che gli davano il pane ”.

Papini dixit.

Franco Onorati

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