Plurilinguismo della “Commedia” e perfezione inimitabile del “Paradiso”, di Giorgio Petrocchi

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Il plurilinguismo della Commedia apre, anche nel Paradiso, larghi varchi a sperimenti lessicali e sintattici in direzione non coincidente, non si dirà opposta, a quella dei latinismi: è stata notata la presenza di crudi realismi (cloaca, puzza); si possono aggiungere cotenne ovvero opere sozze o bozze; notevole è la crescita dei gallicismi, i quali, d’estrazione dotta, contribuiscono a sollevare il tono del discorso poetico nel momento in cui diminuiscono i dialettalismi fiorentini e in genere toscani, di timbro più demotico e d’uso più realistico. La distribuzione dei vari modi plurilinguistici è sempre funzionale al contenuto; così, ad esempio, le grandi apostrofi politiche o messianiche si colorano di calchi scritturali, le lezioni teologiche, invece, sono intessute di linguaggio patristico e scolastico, le descrizioni storiche riprendono l’uso di reminiscenze di eredità classico-pagana, con allusioni mitologiche che potrebbero sorprendere il lettore moderno, ma risultano perfettamente consonanti al momento poetico ad un lettore medievale. Anche nella sintassi s’avvertono novità di costruzione; così nella rima, negli usi dei traslati, nella morfologia. L’ampiezza di costruzione linguistica del Paradiso raggiunge un vertice d’altezza e d’eccezionale novità anche rispetto alle prime due cantiche; lo spessore linguistico è maggiore. L’endecasillabo e la terzina si svolgono all’interno d’una straordinaria concatenazione logica, sì che non si possa mai dire se è il linguaggio che stimola la serie sterminata delle similitudini, o queste guidino quello verso una soluzione stilisticamente perfetta anche sotto il riguardo culturale. La mimesi della forma risulta sempre collegata alla varietà dei discorsi dottrinari. Cultura teologica, riprese di discorso filosofico, agganci con la realtà politica circostante si uniscono in un agglomerato espressivo di inimitabile perfezione: “inimitabile” proprio perché da tanta materia dell’Inferno e anche del Purgatorio potranno nascere epigonie letterarie, si potranno sviluppare discendenze di forma e di moduli d’argomentare e di descrivere, nel corso dei secoli, mentre il Paradiso resta una grandissima pagina subito aperta e poi subito chiusa sulla scena della poesia d’ogni paese. Dante ha imitatori; il Paradiso no. E se non vi sono continuatori possibili del Paradiso, è pur vero che nemmeno Dante, se fosse vissuto ancora, sarebbe potuto andare oltre? C’è infatti un oltre al Paradiso?, esiste una possibilità di portare più avanti l’esperienza così altamente raggiunta nel canto centesimo della “divina” Commedia? Ipotesi oziose se ne possono fare: qualche altra prolusione scientifica, qualche altro aggiustamento di propri concetti in epistole e magari in trattati. Ma non si vede come sarebbe potuta continuare la “poesia” di Dante, il quale, per nostra grande fortuna, ha concluso sino all’ultima limatura possibile il suo gigantesco sforzo creativo, non ha lasciato nulla di indefinito e di “non finito”. Nella veste stilistico-linguistica, nella struttura di pensiero, nel procedere del racconto, il Paradiso appare un’opera conclusa in tutti i minimi particolari. In tal modo, anche se non ha avuto il tempo di pubblicare il Paradiso, la terza cantica era pronta per il mondo. Non restava che congedarsi dalla vita.

Giorgio Petrocchi
(Vita di Dante, Laterza 1983)

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