EUGENIO MONTALE: conversazione con Libero Bigiaretti (1965)

Eugenio-Montale

Al di sopra della poltrona su cui è seduto c’è un grande De Chirico metafisico, ma non è, secondo il poeta, di una annata buona. Sulla parete a fianco due Morandi, un De Pisis; nell’altro vano del soggiorno, diviso da una breve scala di legno priva di corrimano (“Pericolosa”, osservo. “No”, dice il poeta: “vedi come si fa”. Scende i gradini, appoggiando la mano sulla parete alquanto discosta); sull’altro vano vi sono alcuni dei piccoli quadri che Montale dipinge: marine tempestose, o desolate sotto cieli pesanti; interni. Una pittura magra, non abile ma suggestivamente drammatica, e sufficientemente montaliana. La vetrata dello studio lascia vedere la terrazza; oltre il parapetto una distesa di tetti. Se si escludono con lo sguardo due grattacieli, sulla sinistra, la veduta è quella di una Milano preservata, romantica, stendhaliana. Una Milano che, a livello stradale, non è più percepibile né probabile. La casa di Montale è in una delle strade milanesi più belle, via Bigli. Percorrendola mi sono accorto che quasi di fronte al numero 11, dove abita il poeta, c’è il negozio di “Eugenio” parrucchiere per signora. – “Sarà un omaggio al tuo nome” – gli dico. Montale mi risponde che non se ne è mai accorto. Certamente sarebbe stato un omaggio più confidenziale, un’allusione più sottile, se il parrucchiere si fosse chiamato Eusebio. Eusebio è il nome con cui gli amici chiamano il poeta. Perché Eusebio? Cominciò a chiamarlo così Bobi Bazlen, per il fatto che Montale, quand’erano insieme, spesso cantava un’aria di Schumann, una delle variazioni sui nomi, il tema sul nome Eusebius. L’amico Bobi cominciò a chiamarlo così, a rivolgerglisi nelle lettere con il “Caro Eusebius”. Tradotto, volgarizzato, il nome è stato largamente adottato. Bobi Bazlen è un personaggio importante quanto poco conosciuto della cultura italiana. Triestino, capace di scrivere i suoi saggi indifferentemente in tedesco o in italiano, filosofo, psicologo, saggista e traduttore letterario, estroso, ingegnosissimo, dedito, si direbbe dai suoi discorsi, a pratiche di magia e studi misteriofisici, amico di poeti e letterati, Bobi Bzlen, fra l’altro, risulta essere il committente della famosa poesia di Montale “Dora Markus”. Uso il termine committente perché il poeta mi ha detto testualmente, con semplicità: – “Quella poesia su Dora Markus mi fu commissionata da Bobi Bazlen”. – “Come commissionata?” – domando. – “Che vuoi dire?” – “È così. Bobi un giorno mi mostrò la fotografia di una donna. Anzi nella foto si vedevano soltanto le gambe d’una donna. Bobi mi raccontò che appartenevano a una donna straordinaria, una slava, dell’altra sponda dell’Adriatico. Una donna inafferrabile, misteriosa. Tu, mi disse Bazlen, devi scrivere di lei”. Poco alla volta la figura femminile si completò nella immaginazione del poeta. Che le diede corpo, volto, nome, vicenda. La collocò su un molo proteso verso la sponda opposta dell’Adriatico. Versi famosi:

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, calano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.

Dora Markus, commissionata al poeta, da questi creata, è una delle figure più affascinanti della letteratura del ‘900. E ora mi impedisce di parlare perché mentalmente ne ricordo i versi. E sembra che il poeta mi ascolti e stia attento a che non sbagli. (…) – “Dunque” – riprendo a domandare, – “che altro farai quando diventerai Senatore?” Montale risponde: Firenze. Risponde che gli piacerebbe tornare a vivere a Firenze. Da Firenze a Roma si va in tre ore. A Firenze ha vissuto i suoi anni migliori. Gli anni delle “Giubbe rosse”, il caffè dove lo si trovava ogni sera, silenzioso, tra gli amici, gli anni del Vieusseux, da cui fu allontanato, secondo un suo eufemismo, per “insufficienze politiche”. In altri termini per aver rifiutato la tessera fascista. Pensa ancora al Vieusseux, perché aggiunge: – “A Firenze potrò avere tutti i libri che voglio. Questi che vedi qui” – dice indicando due scaffali – “sono libri raccogliticci, occasionali: omaggi per recensione. A Firenze potrei leggere di tutto. Basterebbe andare al Vieusseux, o soltanto telefonare a Bonsanti, che ha preso il mio posto, per farmi avere a casa i libri che desidero leggere o rileggere”. Montale rifarà a ritroso la tappa più importante della sua vita: Milano- Firenze. Secondo logica, da Firenze dovrebbe poter andare a Genova, non a Roma, che difficilmente potrebbe essere la sua città. Me lo ricordo una notte in via Capo le Case, una delle pazze notti del dopoguerra, quando si mise a cantare; quando ebbi la prova che quell’altra leggenda su Montale è vera. C’è mancato poco che il nome di Eugenio Montale non sia diventato quello di un grande baritono. – “Non fosse stata” – mi ha raccontato il poeta – “la circostanza che andando a lezione di canto, a Genova, quand’ero sui diciott’anni, incontravo sulla mia strada una biblioteca e mi ci fermavo a leggere sempre più a lungo. Ma studiavo solfeggio molto seriamente”. Il maestro Sivori non rivolse mai una parola di lode al giovane Montale, che ne era un po’ mortificato. Quando vi fu il saggio finale degli allievi che erano più avanti di lui negli studi, Montale ebbe l’impressione di non valer nulla al paragone. Lo disse al maestro: è inutile che continui, non sarò mai così bravo. Allora finalmente il maestro Sivori gli disse che invece egli valeva più di quegli altri, era un baritono di grande avvenire. Poteva diventare un grande baritono e non volle, prima ancora di sapere che poteva essere un grande poeta. – “Compresi in tempo” – mi dice – “che per riuscire cantanti occorre una giusta dose di taklento e di imbecillità”. Di questa seconda dote era sprovveduto, e intanto gli cresceva la passione, il bisogno della poesia. Leggeva i poeti contemporanei sulla “Riviera ligure”, una rivista letteraria che aveva funzioni di public relations dell’Olio Sasso, proprietà della famiglia Novaro, ossia dei poeti Angiolo Silvio e Mario. Sulla “Riviera ligure” leggeva le poesie di Camillo Sbarbaro, di cui poi divenne amico e in certo senso discepolo.

Libero Bigiaretti
da “Profili al tratto”, a cura di E. Ragni
(Aracne, 2003)

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