Interpretazioni del mito di Orfeo, di Marie-Louise Lentengre

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E. Poynter: “Orpheus and Eurydice” (1862)

L’orfismo è una tappa fondamentale nel cammino della società verso l’incivilimento, il precursore della religione di Mitra, con qualche influenza sullo stesso cristianesimo: sant’Agostino dichiarò che Orfeo aveva predetto l’avvento del Cristo. La psicoanalisi ci dice che la discesa agli inferi alla ricerca di Euridice è un desiderio di ritorno al seno materno, che Orfeo sublima la sua libido incestuosa nei canti con cui placa Cerbero, simbolo della resistenza contro l’incesto, che questo trionfo fonda a suo tempo la sua potenza e la sua colpevolezza e che il suo squartamento ad opera delle donne è infine il simbolo di una castrazione consentita. Euridice è la sposa di tenebra per eccellenza, l’aurora amorosa del sole-Orfeo, la parte d’ombra del poeta, tanto più posseduta in quanto non è nulla, è un semplice fantasma. Ombra in lutto del poeta stesso, certo, come Euridice agli inferi eternamente in lutto di Orfeo, ma anche eternamente sua, per sempre separata, ad opera dello sguardo che la congela all’indietro, dall’universo del desiderio in cui di nuovo potrebbe perdersi, in preda alle incertezze del divenire, offerta al possesso altrui. Euridice procede dietro il suo sposo, di cui è veramente l’ombra, il doppio femminile che lo segue passo passo. Ed è nel preciso momento in cui raggiunge le porte del giorno che Orfeo viola l’interdetto e, per portare il suo sguardo su di lei, si volta e la perde.

L’esegesi tradizionale rimane disarmata di fronte a questa folle “impazienza” – subita incautum dementia cepit amantem dice Virgilio – che spiega solo con un eccesso d’amore che perde l’amore stesso. L’interpretazione etnologica la giustifica meglio nel contesto della cultura greca e delle leggi del matrimonio cui Virgilio fa chiaramente allusione: la colpa di Orfeo e di Euridice è, secondo Marcel Detienne, l’incapacità di stabilire una relazione coniugale a giusta distanza, cioè fuori della “luna di miele” che caratterizza il breve periodo in cui la giovane coppia è autorizzata a vivere solo di voluttà, a “rotolarsi nel miele” (ed è così che si giustifica il nesso tra Orfeo e Aristeo). In questo volgersi dello sguardo verso l’ombra sul limitare stesso della luce, emerge irresistibile un desiderio più potente di Eros, un desiderio che al gesto di Orfeo farebbe assumere nel campo stesso della dementia il senso di una necessità. Perché non è forse proprio la presenza, dietro di lui, di un’Euridice ancora notturna e proibita, a esigere lo sguardo di Orfeo nel momento stesso in cui il ritorno alla luce, rendendogli la donna viva, gli farà perdere la sposa di tenebra? Ciò che egli vuole afferrare voltandosi, guardando in faccia la notte e non più il giorno, non è appunto l’essere di Euridice morta, non è, come dice Blanchot, la “notte essenziale”? Orfeo si rende colpevole di un eccesso che va al di là dell’Eros; osando posare lo sguardo del possesso e della conoscenza sul regno di Thanatos, egli tenta l’impossibile dono del mistero della notte alla chiarezza del giorno che non può accettarlo, e li perde entrambi. Perché Euridice è due volte perduta, viva e morta.

Ma Orfeo, per un istante, ha guardato. E ha visto. L’attimo che lo separa dai due regni in cui si inscrive il reale illumina per lui un’altra regione, a metà strada tra l’ombra e la luce, uno spazio in cui lo sguardo, soggiogato per sempre dalla fuga all’indietro di Euridice, non cessa di situare le cose e gli esseri nella dimensione del loro stesso allontanamento. Orfeo guarda indietro perché questo sguardo è il solo che possa, tra due mondi, consegnarci il reale e farlo accedere a un essere di linguaggio che, per parte sua, sarà per sempre preservato da ogni alterazione e da ogni minaccia. La letteratura salva e rende eterno non il reale in sé ma ciò che in esso si dà fuggevolmente, nella grazia dell’istante e al limite della sua perdita, come la sua essenza incorruttibile. È esattamente questa grazia che lo sguardo all’indietro rivela.

Marie-Louise Lentengre
(“Da Baudelaire a Ponge. Nove letture”, Alinea Editrice 1990)

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