I “Nazareni” a Roma. Gli affreschi “letterari” di Villa Massimo, di Francesca Coiro Cecchini

nazareni_inferno

Nei primi anni dell’Ottocento ai romani che passeggiavano nella zona del Pincio poteva capitare di imbattersi in alcuni personaggi a dir poco singolari. Non erano frati ma vivevano in regime di povertà nel convento quasi abbandonato di S. Isidoro. Avevano volti emaciati; vestivano lunghe tuniche e portavano i capelli sciolti sulle spalle secondo la foggia che l’iconografia tradizionale attribuisce a Gesù. Per questo il popolino li chiamava “i Nazareni”. Erano un gruppo di artisti tedeschi che avevano abbandonato l’Accademia di Vienna, dove l’insegnamento di stampo classico e di soggetto pagano si basava sulla copia di statue e monumenti antichi, e si erano trasferiti a Roma. Una scelta che può sembrare un controsenso perché – siamo in età napoleonica – a Roma, come nel resto d’Europa, imperava il neoclassicismo. Ma Roma è anche la sede del Cristianesimo e possiede testimonianze in grado di appagare lo spirito religioso di quei giovani che aspiravano a riportare la pittura ai contenuti cristiani e al linguaggio essenziale di artisti come Beato Angelico, Perugino, Pinturicchio.

A palazzo Zuccari i Nazareni avevano eseguito alcuni lavori per il Console prussiano Bartholdy e questa commessa, che aveva suscitato curiosità e consensi, era servita a farli conoscere. Nel 1817 il marchese Massimo decise di affidare ad alcuni di loro la decorazione di tre sale della villa nei pressi del Laterano, acquistata dai Giustiniani, con affreschi ispirati rispettivamente alla Divina Commedia, all’Orlando Furioso e alla Gerusalemme Liberata. Tre argomenti di soggetto religioso che ben rispondevano alla linea di condotta perseguita dai Nazareni, i quali proprio a villa Massimo hanno lasciato il loro ultimo e più importante lavoro collettivo. La Stanza di Dante, la prima a sinistra dal lato del giardino, fu commissionata in un primo tempo a Cornelius, uno dei più quotati fra i Nazareni. L’artista produsse subito diversi pregevoli disegni, ma al momento di passare alla fase attuativa abbandonò la partita, richiamato a Monaco dalle allettanti prospettive offertegli da Ludwig di Baviera. A sostituirlo furono chiamati altri due Nazareni: Veit e Koch. Veit decorò il soffitto con scene ispirate al “Paradiso”: al centro sotto la Trinità, Dante e S. Bernardo ai piedi della Vergine e, tutto intorno, figure rappresentative degli otto cieli precedentemente visitati dal poeta. Il colore è luminoso, i tratti sono nitidi e precisi. Nonostante la convenzionalità di alcune pose l’impressione è di piacevolezza. Nelle pareti affrescate da Koch il timbro pittorico muta: il colore è denso e privo di sfumature. Le figure sono mosse, a volte costrette in uno spazio che appare inadeguato. La parete nord illustra l’antefatto del Poema: a sinistra, in un’atmosfera notturna resa dal colore cupo del cielo in cui si affaccia uno spicchio di luna, Dante è assalito dalle tre fiere simboleggianti la violenza, la lussuria e l’avarizia. Sulla destra, l’incontro rassicurante con Virgilio ha luogo in un ambiente più sereno dove la luce dell’alba conferisce alla scena un’atmosfera accostabile ai toni limpidi di Veit.

La grande parete dedicata all’“Inferno” è dominata dalla gigantesca figura di Minosse: il giudice inflessibile che, ascoltata la confessione dei dannati, assegna loro il posto e la pena eterna. Tutto intorno, seguendo un ordine dettato dallo spazio disponibile sulla parete, sono illustrati alcuni episodi particolarmente significativi, come il trasferimento di Dante e Virgilio dal settimo all’ottavo cerchio sulla groppa del mostro Gerione e il “fiero pasto” del Conte Ugolino che addenta il capo dell’arcivescovo Ruggieri. Tra il groviglio di nudi, nei quali tuttavia le zone pubiche – in osservanza al moralismo del marchese Massimo e di sua moglie – sono state in seguito nascoste dalla fiamme, sorprende, in alto a sinistra, una figura femminile che svolazza avvolta in abbondanti quanto inspiegabili panni: nasconde le due figure di Paolo e Francesca, che Koch aveva dipinto in atto di baciarsi.

Nelle due pareti dedicate al “Purgatorio” uno spazio rilevante è riservato alla navicella che, guidata dall’angelo nocchiero, trasporta le anime verso il luogo della loro espiazione e all’angelo portinaio posto su tre gradini di diverso colore, che simboleggiano i tre momenti della confessione. Sulla parete est sono raffigurate alcune scene relative ai sette peccati capitali. Un risalto particolare è conferito al peccato di superbia impersonato dal senese Umberto Aldobrandeschi, che procede a fatica sotto il peso di un enorme macigno.

Per essere opera di un solo pittore – Schnorr von Carosfeld che, sia pure con frequenti interruzioni dovute al suo precario stato di salute, la portò a termine nell’arco di un quinquennio (1822-27), la Stanza dell’Ariosto ha una veste stilistica più uniforme. La complessa materia dell’Orlando Furioso è riassunta negli episodi più significativi che riguardano sia i fatti d’arme della leggendaria lotta di Carlo Magno contro i Mori – l’assedio e la successiva liberazione di Parigi; la battaglia navale di Dudone; l’assedio di Biserta – sia gli amori e le avventure dei cavalieri: di Orlando vanamente innamorato di Angelica e reso folle dal tradimento di lei, e della coppia Ruggero-Bradamante da cui trarrà origine la famiglia Estense. La padronanza dell’artista nella tecnica dell’affresco si rivela tanto nelle scene di più complessa struttura narrativa, come quella che nella parete di fronte all’ingresso ritrae in successione temporale l’assedio di Parigi, l’avvistamento del nemico e la difesa della città, quanto là dove sono protagonisti gli umori e le vicende di singoli personaggi. Nella stanza successiva dedicata al capolavoro del Tasso, Overbeck, coadiuvato dal giovane Führich, ritrae in scene ora intensamente liriche, ora distesamente narrative (come il grande affresco che raffigura l’appello di Pietro l’Eremita, la scelta di Goffredo di Buglione a capo della Crociata e i preparativi per l’assedio di Gerusalemme e, dirimpetto a questa, la conclusione vittoriosa dell’impresa), gli episodi più significativi della Gerusalemme Liberata. Ed ecco Rinaldo nel giardino incantato di Armida, dimentico dei suoi compagni e dei suoi doveri; Erminia, la dolce e sfortunata principessa vittima di un amore impossibile e segreto, che trova pace nella semplicità della vita pastorale; l’eroica coppia di Olindo e Sofronia salvati per intercessione di Clorinda; l’ultimo duello e la morte della generosa guerriera uccisa – crudeltà del destino – proprio da colui che l’amava. Sono scene che, indipendentemente dal riferimento letterario, si imprimono piacevolmente alla memoria.

Va da sé che, malgrado l’impegno profuso dagli artisti nel rinnovare – più nei contenuti che nella forma – la materia pittorica, gli affreschi dei Nazareni non reggono il confronto coi capolavori che tutto il mondo ci invidia. Ma, accanto alle scelte obbligate di un turismo frettoloso e standardizzato, sarebbe opportuno darsi il tempo e il modo di conoscere anche la Roma meno nota.

Francesca Coiro Cecchini

2 pensieri riguardo “I “Nazareni” a Roma. Gli affreschi “letterari” di Villa Massimo, di Francesca Coiro Cecchini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.