La Basilica di S. Giovanni Bosco a Roma, di Raffaello Utzeri

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Affidandoci a una discreta dose di empatia sembra possibile ricostruire, con approssimazione accettabile, riflessioni e valutazioni che non poterono sfuggire all’architetto Gaetano Rapisardi nelle fasi dell’ideazione, progettazione e realizzazione della grande basilica dedicata a quel titano del decadentismo cattolico che fu Giovanni Bosco.

«… Da quando Roma era la città delle sette chiese, più di quindici secoli sono trascorsi, se li contiamo indietro da oggi, 2 maggio 1959, all’anno 380, quando Teodosio Imperatore dettò il suo famoso editto. Eccoci finalmente alla consacrazione di questa mia basilica che sarà forse la settecentesima chiesa della Città, con la benedizione di questo grande papa che è Giovanni XXIII. Abbiamo lavorato sei anni, ma io anche di più, a partire dal progetto, con lo sviluppo dei piani esecutivi. Teodosio, sì: fuori dalla già millenaria tolleranza romana per gli atti di culto, che risaliva ad Anco Marzio, imponeva il cristianesimo come religione di Stato. Così metteva in relazione il peccato con il reato. Allora i pagani e gli eretici cominciarono ad essere inquisiti per la lesa maestà del Cristo Re, Unus Dominus di cieli e terre, dal quale doveva derivare ogni potere, anche quello politico. Bravo Teodosio; ma che cosa gli avrebbe detto Costantino, che molti decenni prima raccomandava la moderazione nelle dispute religiose? In questa nostra epoca di “guerra fredda” i Russi stanno per mandare l’uomo nello spazio e gli Americani aumentano il numero delle testate nucleari; la moderazione di Costantino dobbiamo invocarla noi cristiani, ora che in Unione Sovietica e in Cina la libertà religiosa ci viene negata; e temiamo la terza guerra mondiale. Che sia una vendetta della storia, una nemesi, così la chiamano gli studiosi del passato…»

Come ogni cristiano colto e intellettualmente onesto, il Rapisardi era informato di antichi fatti, remoti quanto rimossi, e di cronache attuali di politica religiosa. Non poteva non sapere che la “sua” basilica era il risultato di avvenimenti, decisioni e interessi più grandi di lui. Gli era chiaro comunque che doveva cogliere almeno due risultati: esprimere in architettura un messaggio inequivocabile anche per i fedeli meno istruiti e consapevoli, spesso condizionati da una propaganda politica insidiosamente antireligiosa; inoltre, rendere la sua opera degna del prestigio di Roma, cioè della sua grande bellezza.

Oggi, negli anni dieci del duemila, questa imponente basilica non si raggiunge tanto facilmente, soffocata com’è dalla selva dei palazzi di periferia fra Cinecittà e Quadraro, che dobbiamo prevalentemente al piano regolatore urbanistico del 1931. Stando alla nostra buona fonte monografica, Ruggiero Pilla su “Le Chiese di Roma illustrate” (Marietti 1969), quel piano prevedeva la lottizzazione di un latifondo dei duchi Torlonia ereditato dai marchesi Gerini. Venti anni dopo, la devota Teresa Torlonia Gerini ne donava ai Salesiani una striscia, in tutto meno di due ettari, per costruirci la chiesa prevista, quasi al confine dell’area in cui dal ’37 l’industria cinematografica trionfava. «Insomma – poteva osservare Rapisardi – il profano ha preceduto il sacro. Perciò il comportamento della nobiltà decaduta, ma sempre papista e clericale, ha trovato, sia pure in ritardo, un modo elegante, a buon mercato, per farsi perdonare la complicità con la borghesia dei palazzinari spiritualmente tiepida; con lo scopo di fare una delle speculazioni edilizie più sfrenate e lucrose che si ricordino in questa città. Il prezzo è un’autoespropriazione, tanto più pia quanto più dolorosa, da cui la Chiesa Militante guadagna la sua parte con gli esiti di una grossa proprietà immobiliare. Alla chiesa, si sa, sono affiancati edifici con altre destinazioni d’uso, diciamo “non senza” scopo di lucro sui tre quarti dell’area…»

Chi la osserva girandole intorno e dal basso in alto, nota in questa basilica due forme sia volumetricamente sia stilisticamente distinte. Un grosso, pesante parallelepipedo esteso in orizzontale, 78 x 45 x 20 metri, occupa un volume di circa 70.000 metri cubi coprendo una superficie di 3500 metri quadri. Questo blocco di base cita vagamente uno stile tardoromano protobizantino, con pochi archi a tutto sesto e file di finestre che ricordano le feritoie. La parte posteriore, priva di abside, appare come seconda facciata ed è in se stessa forse il capolavoro nell’intero edificio. Due campanili la sovrastano su tre file sovrapposte di pilastri a base quadrangolare, nudi e sottili, che lasciano intravvedere ariosamente il cielo. Tra i due cresce la cupola minore con calotta emisferica rivestita di piombo sopra una fila circolare di pilastri uguali a quelli dei campanili. La cupola maggiore, con la medesima struttura, ma più che doppia nelle dimensioni, la sovrasta svettando a 67 metri con la croce in traliccio di acciaio ancorata sulla calotta. Posizionata come una madre che protegge la figlia, la nasconde a chi osserva la facciata principale incombendo sulla parte centroanteriore del basamento sottostante coi suoi 40 metri di diametro: una grandezza da primato, seconda solo al “cupolone” di S. Pietro.

La facciata è molto sobria. Divisa in sette fasce verticali, con vetrate singole, esprime l’invito al tempio da un altorilievo che ritrae Don Bosco in piedi a braccia aperte sull’architrave del portale alto 11 metri, affiancato da due aperture verticali più alte contenenti ciascuna una statua sotto l’arco di colmo. Superato il portale, una sorpresa indefinibile trattiene il visitatore sulla seconda soglia: le proporzioni delle tre navate conformano uno spazio volumetrico tanto imprevedibile da porre qualche problema di percezione visiva o di lettura interpretativa. La navata centrale, separata da quelle laterali da due file di giganteschi e spigolosi pilastri a sezione rettangolari, è larga 29 metri. Le basi dei pilastri, poggiate trasversalmente alle navate, misurano ciascuna 1,63 x 1,10 metri circa: restano meno di tre metri per ciascuna navata laterale, pensata solo come corsia per visitare i cinque altari di ciascuna parete. Nelle altre basiliche maggiori o minori il rapporto tra le larghezze di navata varia tra 1-1, 5-1 e 1-4-1. In questa si può misurare ambiguamente circa 1-10-1 se si trascurano i pilastri; 1-8, 27-1 se correttamente misurate dalle mezzerie dei pilastri: sottolineando il “circa” per mancanza di un numero intero nei quozienti. Sembra un segno di violenta rottura con la tradizione. Ma verso quale alternativa? Sembra che i contemporanei del Rapisardi non ponessero domande in questi termini. Preferirono discutere l’immagine d’insieme delle varie architetture interne ed esterne: «…un monumento ambizioso di inserirsi in un secolare ordine storico» ne definiva il risultato Virgilio Guzzi su “Il Tempo” del 3 maggio 1959. In pari data Luigi Bogliolo, su “Ecclesia”, ravvisava l’allegoria dei «piedi per terra e cuore in cielo». Nella “Rivista Diocesana di Roma” n. 1-2 del ’64, Mario Alfano vantava «una modernità che non ignora il passato… una sostanziale unità di espressione e di forma».

Il malcelato imbarazzo di questi commentatori non ha bisogno di essere vagliato. Valutazioni più coinvolte o argomentate, magari anche più competenti o autorevoli, che certamente ci furono, pare non abbiano lasciato traccia. Dovremmo allora essere noi cittadini, che amiamo Roma e la sua grande bellezza, a prenderci dopo mezzo secolo qualche responsabilità critica in nome della comunità cui le opere d’arte sono destinate? Certo non è un compito facile, ma forse conviene provare. Prima però fermiamoci un momento per cercare di risalire ai primi e più alti responsabili della promozione di quel “grande evento”, che senza il loro patrocinio non sarebbe stato possibile, tanto nelle iniziative di politica culturale quanto nelle risposte creative in ambito artistico che lo caratterizzarono: «Essendo Pio XII Sommo Pontefice / Luigi Einaudi Presidente della Repubblica Italiana / Benedetto Aloisi Masella Cardinale Protettore della Società Salesiana / Don Renato Ziggiotti novello Rettor Maggiore / Salvatore Rebecchini sindaco di Roma / addì 12 settembre 1952 / il Cardinale Clemente Micara vicario di Sua Santità benediceva e collocava / la prima pietra di una grande Opera». È la prima parte del testo della pergamena sigillata nella prima pietra di fondazione della basilica. I quarantasei artisti che contribuirono a completarne la realizzazione non possono essere ora ricordati tutti. Ne nominiamo dieci e, per non privilegiarne alcuno, in ordine alfabetico: M. Avenali; B.M. Bacci; V. Crocetti; A. Dazzi; P. Fazzini; A. Monteleone; E. Notte; F. Papi; A. Ranocchi; A. Venditti. Dobbiamo contentarci di lasciarli alle cronache del loro tempo, non avendo noi cittadini, nelle arti visive, la competenza critica di coloro che potranno, eventualmente con altri qui non citati, consegnarli alla storia.

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Ora possiamo forse riesumare altre probabili riflessioni attorno alle quali Rapisardi elaborò la sua creazione, dovendo adattarsi a necessità o pretese ingegneristiche avanzate dall’impresa Provera e Carrassi, che aveva vinto l’appalto, e alle varianti di progetto volute dalla Commissione Pontificia e dai medesimi Salesiani committenti. 

«Don Bosco sapeva sempre identificare amici e nemici – dovette pensare il valente architetto – perché gli uni e gli altri nei secoli scorsi non erano mancati, e oggi e domani non potranno scomparire. Amare anche i nemici rientra in un comandamento. Sì, ma i nemici nostri, non i nemici di Dio. Chi oggi è il più pericoloso tra i nemici di Dio? Sicuramente il comunismo ateo. Però è rimasto nella mente di pochi pensatori matti. Sembra che ancora esista un socialismo in lotta per il comunismo. Ma non è un socialismo reale: se lo fosse, possibilmente una parte del mondo starebbe un poco meglio. È un socialismo irreale, perciò va combattuto. Ateo è anche il liberalismo di casa nostra, che vuole far pagare le imposte alle opere della Chiesa…»

La logica matematica di architetto spingeva l’uomo a non arretrare di fronte alle conseguenze, una volta impostate le premesse: «eppure pensandoci bene, nell’ottica risorgimentale già benedetta da Pio IX, sarebbe bastato passare dal motto mazziniano “Dio e Popolo” al leniniano “dio è il popolo” per rientrare anche teologicamente nell’evangelico “Ama il tuo Prossimo” che è il tuo popolo sfruttato e oppresso, inteso come l’intera Umanità. Don Bosco voleva evitare lo scontro frontale. Meglio intanto spegnere i lumi del criticismo raziocinante positivista e scientista col metodo della sintesi sottrattiva, dal chiaro allo scuro, così noi definiamo, nella teoria del colore, l’assorbimento dei raggi luminosi visibili. Lui la definiva educazione preventiva. Meglio accendere le scintille della carità dopo aver limitato l’autorità dello Stato sul benessere dei sudditi. Attirare grosse donazioni dai ricchi giova spiritualmente a loro e calma poveri». Ma Rapisardi forse non desiderava evitare un’altra logica, che lo consolava da tanti dubbi e incertezze stilistiche: l’assegnazione, tramite il sindaco Rebecchini, di progetti per l’intero blocco di opere edilizie, comprendente la piazza e gli edifici attorno alla basilica, per una somma non precisata in miliardi di lire di allora. Ciò gli rendeva meno difficile modulare a suo modo il grido “Dio lo vuole” per sentirsi uomo del suo tempo e proseguire. Se fosse stato nostro contemporaneo, la sua intelligenza gli avrebbe chiarito che il cosiddetto capitalismo compassionevole non fu inventato, come si sente dire, da un economista della statura di Milton Friedman, né da un presidente americano come Ronald Reagan. Era stato introdotto e praticato da quel geniale operatore sociale nato a Castelnuovo d’Asti nel 1825, che per un quarantennio vi si era adoperato, e fu canonizzato per questo nel 1934. Di lui Rapisardi doveva esaltare il messaggio materializzandolo con il cemento armato, l’acciaio e il vetro. Pochi avrebbero notato lo squilibrio stilistico tra le parti della sua basilica. L’ingegneria lo aveva costretto ad affidare la parte slanciata verso l’Altissimo all’ideologia notoriamente areligiosa del Razionalismo Europeo; mentre il peso del corpo inferiore, mutilato del transetto e dell’abside, con l’espressione d’impotenza del corpo fisico, giaceva in una grossa tomba di stile non penitenziale né anagogico. Insomma niente di sublime in quell’ossimoro architettonico: il significante contro il significato.

La sua basilica non poteva più contenere la metafora della nave per le astratte navigazioni spirituali. Quella enorme sproporzionata navata centrale doveva contenere la forza evocativa di un ambiente industriale di fabbrica. I pilastri giganteschi e opachi sembravano pronti a ricevere l’ingombro e lo sforzo delle catene di montaggio. Potevano trasformare la suggestione della fabbrica, luogo di sfruttamento e alienazione, in luogo di penitenza e preghiera per espiazione del quotidiano peccato dei poveri: quel desiderio insoddisfatto di felicità terrena, perdonabile ai ricchi devoti, che già la conoscevano e sapevano che è un’illusione. Bastava che sacrificassero una quota dei profitti per sfamare con i salari le famiglie operaie medie. «E poi, nel Catechismo sono stati inseriti – poteva consolarsi Rapisardi – due peccati discretamente commessi dai ricchi, ma che gridano vendetta al cospetto di Dio: l’oppressione dei poveri e la frode nella mercede agli operai. Va bene, però è strano. È il capovolgimento dell’editto di Teodosio: non più il peccato diventa reato, ma il reato diventa peccato: oggi, nella lotta di classe; c’è una certa complicità tra ricchi e poveri».

Non possiamo misurare quanto la basilica di Don Bosco abbia contribuito a consolidare, nel mezzo secolo della sua esistenza, l’ideologia di cui è metafora. Ma proprio questa metafora di un cristianesimo anche operaio, in una basilica quasi metalmeccanica, le conferisce una persuasione occulta che la fa entrare nella qualifica di opera d’arte.

Sì, ma: è la grande bellezza? Addio alla tenerezza o mollezza espressiva del barocco, estenuata nel rococò. Addio alle colonne bianche o vergate o scanalate o lobate o rastremate o tortili. Addio alle facciate curve, ai ricami di bifore o trifore, come pure agli stucchi, a ori e decori che abbondavano in un passato mai del tutto trascorso. Forse anche per questo la basilica non riscuote il consenso di tutti? Ritorna oggi la domanda che fu provocatoria per l’architetto Gaetano Rapisardi. Raccontano che certe volte, annoiato, rispondeva: “Don Bosco non se ne curava molto. Diceva che la bellezza non è di questo mondo”.

Raffaello Utzeri

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