“L’occhio degli alberi”, di Eugenio Nastasi (EdiLet, 2013), letto da Gennaro Mercogliano

albero

Incastonato tra due saggi di notevole impegno esegetico (l’uno di Giuseppe Limone, l’altro di Franca Alaimo), è uscito nell’aprile 2013 L’occhio degli alberi di Eugenio Nastasi, testo conseguente a Un sogno guidato (Roma, Lepisma, 2008), “suggello di parti che non avevo svelato”, dove “il mondo degli alberi e del verde boschivo” viene utilizzato – per confessione dell’autore alla postfatrice – “come traliccio metaforico dell’umano”, piantato ben dentro i luoghi del cuore e dell’infanzia.

Conosco ab antiquo questa passione di Nastasi per aver attraversato insieme a lui ininterrotti sentieri silvani e per avere a suo tempo messo in evidenza questa sua inclinazione, che oggi direi di natura gnoseologico-estetica, alla luce dei suoi più recenti approdi, laddove nella Scelta del silenzio (1987), in qualità di prefatore di quella sua prima silloge, ne sottolineavo la forte valenza esistenziale e terragna, risolta in scatti lirici di schietto e lucido sentire. Ne presentivo già allora, in una sorta di comune e sollecito vergiliato, la fertile promessa di poesia nei mille ragionamenti che si facevano, e ancora si fanno, intorno all’uomo e al suo destino, alla forza primigenia dell’amor vitae, di cui lui è, pur dentro accenti pensosi, appassionato cantore; e, infine, intorno al disvelarsi del divino dentro la natura: pulsione di ascendenza spinoziana (deus sive natura) dalla quale scaturisce il nuovo testo e che è in lui assai potente. a misura del mio timido approccio alla materia trascendente.

Ma è sugli aspetti stilistici della nuova silloge che occorre convenientemente soffermarsi per comprendere appieno il senso di un viatico umano e artistico senza soluzione di continuità, che l’ha condotto, attraverso una spasmodica ricerca, dai primi incunaboli alle prove più persuasive, ad accamparsi oggi tra le migliori voci poetiche del presente. Se n’è accorto Gregorio Scalise, il quale, nella nota di risvolto, afferma che Nastasi con L’occhio degli alberi fornisce un notevole esempio di lirismo post-moderno, che si materializza in forme del dire che dalla prosa tendono verso la poesia (“prosa versus poesia”). Noi potremmo aggiungere che tale proficuo approdo ad un modo originale e comunque moderno del poiein si realizza, in Nastasi, attraverso l’adozione costante di procedimenti metaforico-allusivi e soluzioni sinestetiche che misurano, anche nelle forme para-ermetiche del non detto, il dato personale ed esistenziale sulle sopravvenienti esperienze paesistiche; le quali sono cercate, intuite e riconosciute a riprova di interne sollecitazioni a meglio comprendere e comprendersi per librarsi più in alto sui gradini del cielo, sfidando il vuoto metafisico:

la radura gli archi addensano luminose reliquie
e l’alfabeto timbra suoni
d’irrevocabili pronunce

sfidano il cielo scale senza gradini.

Entrati così nel libro, è agevole comprendere altresì come il continuum dei tre tempi più il finalino di coda, in cui esso si articola, non abbia bisogno, come una di quelle ininterrotte passeggiate boschive, né di segni d’interpunzione né dell’uso della maiuscola e neppure di discrimine strofico. La scansione in tempi e titoli prevalentemente eponimi è pensata solo per facilità di lettura. Modus communicandi facilis per condividere col lettore la gioia della conquista e, al contempo, l’ansia di realizzarla, perché l’angoscia e il dolore, il doloroso piangere e pensare, ne L’occhio degli alberi, non sono affatto assenti:

uno di noi peserà la riva delle lacrime
e l’erba secca che vi galleggia.

Non conosci il fiume del pianto se non contiene una lacrima tua: questo leggevo tra le carte di un poeta più grande della fama ch’è riuscito a raccogliere. Ma l’abbrivio di Nastasi alla conoscenza, l’occasione rivelatrice del pianto che segue la profetica visione della “riva”, come la citazione dimostra, non presuppone un bosco pacificato da ritrarre fotograficamente; piuttosto è un intricato arabesco di minute parti decifrabili che mettono a dura prova, costantemente, le ragioni del credere e anche la stessa periclitanza degli strumenti espressivi, i quali, nel caso di Nastasi, sono contestualmente la parola e la pittura.

A ben vedere, la complessità del contesto esplorativo è tale che gli stilemi consueti all’opzione lirica, che sarebbero quelli più utili e maneggevoli per Nastasi magnifico artiere, non trovano più spazio in una silloge intenzionalmente colloquiale che di necessità piega la poesia verso la prosa e viceversa (“prosa versus poesia”, appunto), proprio lì dove l’umano è ricondotto ai termini elementari e minimi della realtà arborea, assunta tormentosamente, ma con evangelica umiltà, come perenne occasione di confronto delle proprie sollecitudini, contraddizioni e miserie, con l’incanto la paura e il mistero che ci offre lo spettacolo della natura. Ed è in tale suggestivo spettacolo che il poeta ci offre, nella sua nudità e interezza, un inesausto processo d’identificazione, nel quale la silloge si risolve e si riconosce in ultima analisi. In tale percorso identificativo l’albero, nel bosco, non può che essere l’elemento primo e più attivo, il vedente e il perdente per eccellenza («per questo gli occhi dell’albero sono i miei occhi»; «e perdo le mie foglie come un bonsai»), anche per ciò che attiene il difficile lavoro del poeta in tempi che rifiutano la parola pregnante della calda vita:

c’è sempre un po’ d’inverno
nel chiudere una frase
il messaggio indietreggia in un bosco interiore.

Perché poi, lungo questo racconto in versi, quel sentiero silvestre che Nastasi sceglie per le sue promenades, non solo non permette né interruzioni né soste, ma neppure risolve il cammino delle necessità cognitive, lasciando aperto un nuovo e più difficile e accidentato sentiero, dove all’ultima agognata risposta è concesso soltanto uno spazio intuitivo, tra il tutto e il suo nulla:

l’altrove non è più distante dalla linea
dei miei monti
un sudario viola dilata le sagome
e gli occhi sprofondano nel tutto
e nel nulla senza rumore
sognando il desiderio di arrivare.

Infine, per una storicizzazione attualizzante di questa notevole prova poetica di Nastasi, per il quoziente di realismo che la silloge contiene, in uno con l’impulso di vedere oltre, “l’altrove” metafisico, a me piace accostare L’occhio degli alberi accanto a due grandi libri di poesia del nostro tempo interessante ed inquieto: Su fondamenti invisibili di Luzi e Caro Baudelaire di Dante Maffìa.

Gennaro Mercogliano

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