Il “Sor Capanna”: l’ultimo cantastorie, di Orietta De Filippis

sor capanna

Pietro Capanna nacque a Trastevere, in via del Verderame (oggi via Luciano Manara), il 9 aprile 1865. Il padre faceva il “pastarellaro” in vicolo del Moro, la madre la “sigherara” nella manifattura dei tabacchi di piazza Mastai. Esercitò vari mestieri: fu muratore voltarolo, macellaio, maccaronaro (a via de’ Pettinari e in vicolo del Moro) e ceraiolo (nella fabbrica di candele alla Lungara). Quando un problema agli occhi lo portò alla quasi completa cecità, perse il lavoro e per sbarcare il lunario, avendo una discreta voce e sapendo strimpellare la chitarra, s’inventò il mestiere di “stornellatore”, o, come diceva lui, di “cantastoria”.

Corpulento, statura superiore alla media, volto paffuto, baffetti arricciati alle punte e grandi occhiali scuri (sembrava una maschera da “Patente” pirandelliana), il sor Capanna indossava quasi tutto l’anno, cravatta, bombetta, pantaloni scuri e una pesante giacca, anch’essa scura, “di alpagas”, e a tracolla l’inseparabile chitarra. Si esibiva dappertutto, nelle strade, nelle piazze, nei vicoli, nei cortili, davanti all’ingresso di osterie e ristoranti, alle feste, alle corse, nei caffè concerto, sulle vetture ferroviarie, nei baracconi di S. Giovanni, o accompagnava i nobili alla “cacciarella” (la caccia alla volpe). Piazza Colonna, Piazza Tiburtina, Piazza Montanara, Campo dei Fiori, l’osteria di Romoletto al Pantheon e piazza Vittorio-angolo via Mamiani, erano i luoghi ove più spesso stazionava. Dava inizio allo spettacolo con un motivo d’apertura (pochi versi ripetuti, tipo: “Arturo, Arturo, nun vedi che s’è addormito, e nun se sveglia più”) per attirare il pubblico, poi recitava la sua frase proverbiale “Sentite che ve dice er sor Capanna”. Fece alcune apparizioni anche in qualche teatro, sempre di infimo ordine, come l’Alcazar in via de’ Coronari. Formò una compagnia itinerante e con questa, a Carnevale, si presentava indossando le vesti di un approssimativo Rugantino, con parrucca, feluca e scarpe di coppale, oppure, come ha scritto Giuseppe D’Arrigo, se ne andava in giro vestito da nobile. “Faceva il conte, con in testa una parrucca colore della stoppa, un corto frack costellato di decorazioni fatte da lui stesso, e le dita cariche di anelli arricchiti da stranissimi aggeggi”. Gli facevano compagnia “Galletto” (che, vestito da donna, “faceva da marchesa”, la sua nobile consorte), “Pepparello” (vestito pure lui da nobile) e Alessandro (detto “er puttanella” che indossava abiti da servo e gli forniva il suo carretto da “acquacetosaro”, ad un tanto al giorno). Su quel trabiccolo (che gli fungeva anche da palcoscenico), trainato da un malandato cavallo di nome “Pantalone”, il sor Capanna girava per Roma, accompagnato dalla moglie Augusta Sabbadini (figlia di Pietro, “er bibitaro de piazza Giudia”, che aveva l’incarico di chiudere la sera e aprire al mattino il cancello del Ghetto), la quale interpretava il ruolo di una corpulenta e greve “Nina”, e dal resto della compagnia, composta da Cesare Palombini (detto “Caruso”), Giovanni Giovannini (detto “er Comparetto”) e Gallo Galli (detto “Galletto”), suonatori di mandolino e organetto. Teresa Palombini (che scherzosamente veniva presentata come “la Tetrazzini”) e Francesca Pappagallo (“la Bellinciona, ubriacona, con i capelli a crocchia e il viso infarinato”) gli facevano da coriste. Durante l’esecuzione un aiutante, munito di bacchetta, indicava al pubblico, su un cartellone, primitivamente dipinto, le storie e i fattacci che il sor Capanna andava cantando. Le sue strofe, canzonette, tiritere e parodie, venivano anche stampate su foglietti volanti e cartoline, che erano poste in vendita a uno o due soldi; i guadagni però erano scarsi. Gli fecero da spalla anche “er Tarmato” (così chiamato per il viso butterato), “Pommidoro” (suonatore d’organetto, dal quale si divise perché si accorse che gli rubava), il figlio Alberto e, qualche volta, la figlia Marietta. Quando morì Lucietta (la sua figlia più piccola), dovette continuare a lavorare per racimolare i soldi per il funerale e si racconta che quel giorno, il sor Capanna, prese la chitarra e iniziò a stornellare dicendo: “Cor core che me piagne, me tocca a fa’ ride la ggente pe’ faje lo straporto”.

Scriveva tarantelle e stornelli, e li cantava, con voce tenorile “in una musica” (come soleva dire) “composta per me da un celebre maestro cacofonico e da altri musicisti di tutti i colori meno che … verdi e rossini”. Con i suoi versi denunciava il ladrocinio degli amministratori della cosa pubblica, la disoccupazione, l’aumento del costo della vita e la precaria situazione politica; prendeva di mira i politici più in vista, la guerra di Libia, “li magnasego” (gli austriaci), la prima guerra mondiale, chi si arricchiva con la guerra, chi si imboscava, il governo, le tasse, i preti, le leggi e i costumi; nessuna categoria sociale fu da lui risparmiata. Stornellò contro la banca romana e contro Giolitti. Attaccò con le sue satiriche strofe e i suoi salaci “Bombacè”, “Gujermone” (l’imperatore di Germania) e “Cecco Peppe” (l’imperatore d’Austria), profetizzandone la fine (“Alla fine der confritto lui sarà bello che fritto e s’ariccommanna, che vo’ venì a cantà cor sor Capanna”), criticò il Generale Cadorna (che “ha scritto a la Riggina: Si vòi vede’ Trieste compra ‘na cartolina), e i tanti politici del tempo. Criticò la costruzione dei muraglioni del Tevere (che definiva “muri de ricotta”), “Li lavori der Monumento” (di Vittorio Emanuele) che “nun finischeno mai”, “Er Palazzaccio de Giustizia” (che “se ne casca”), il Tunnel costruito sotto i giardini del Quirinale (dicendo che “a noi romani er Governo ci ha fatto un bel traforo”). Tema favorito erano però le donne: la signora al mare che faceva la civetta col bagnino, le ragazze che si atteggiavano a donne fatali, convinte di essere “predestinate a diventare dive”, le “servette” con i loro amori e i loro tentati suicidi (“con lo zolfo delle capocce de li prosperi”), le donne del ceto medio (“con gli abiti sciarmanti e li buffi de li mariti compiacenti”). Se la prese anche con le spolettare, le postine e le tranviere. Durante la prima guerra mondiale, quando per carenza di uomini l’azienda dei tram mobilitò le donne, lui cantò: “Si giri tutta Roma nun trovi ‘na puttana: l’ha riquisite tutte la Società Romana”. Prese di mira anche pizzicaroli, droghieri e osti, che si arricchivano improvvisamente. Con un verseggiare rustico ed efficace, e facendo spesso ricorso a doppi sensi, su cui spesso calcava la mano, sciorinava satire sferzanti sulla quotidianità, sugli avvenimenti gioiosi o a forti tinte di quel tempo; raccontava episodi di cronaca locale, come il delitto Formilli (“l’uomo che a ponte di Ripetta buttò a fiume la propria moglie”), il soldato che andò per aria impigliato alla fune di un pallone areostatico (“Oreste Vaccà se chiamava, quello che per aria annava”); “l’assassino della monica a Ponte Sisto” e quello di “Marietta bella, uccisa al vicolo Sora”.

Per gli argomenti che trattava fu soprannominato “Il Gazzettino popolare di Roma”. Come ha scritto Giuseppe Petrai, negli anni della guerra, quando anche la patata divenne un cibo di lusso, il sor Capanna compose la “Canzone della patata“, che dai vicoli di Trastevere, di Borgo, della Regola, si propagò fino alle rive del Piave. Sull’aria di “Addio mia bella, addio” salutò carciofi e bistecche, patate e farina, fagioli e spaghetti, accaparrati, negli anni della prima guerra mondiale, da borsari neri e negozianti poco scrupolosi. E il sor Capanna sentenziò: “Certo questi sventurati annerebbero aiutati, a sta maniera: l’ergastolo o trent’anni de galera”. Per le tematiche che affrontava spesso venne fermato dalla polizia. Fu arrestato una sola volta per una strofa, ritenuta offensiva, rivolta ad un personaggio del governo, ma fu rilasciato subito. In quell’occasione disse che era collega dell’onorevole Andrea Costa, perché, come lui, era stato imprigionato per un reato politico. La chitarra, invece, gli venne requisita dalla polizia più volte. Andava in giro con la “patente da cantastorie girovago autorizzato da la Questura”, ma era autorizzato ad esibirsi solo nella periferia, quindi, quasi ogni giorno, veniva fermato dai questurini. Una sera si fermò a cantare in via Merulana, davanti alla porta di un oste, ma questi, offesosi per i suoi stornelli, gli versò addosso una pila d’acqua bollente: per fortuna, il sor Capanna se la cavò con lievi scottature. La cantata cominciava così: “Quer che costava ‘na catena d’oro se spenne mo’ pe’ un chilo de capretto; si er sugo lo voi fa cor pommidoro prima te vennerai er commò cor letto”. Quando Leon Delagrange, nel maggio del 1908, a Roma, ai Prati di Castello, al cospetto dei rappresentanti di Casa Savoia, tentò di far alzare in volo una “macchina volante”, ma il trabiccolo riuscì appena appena a staccarsi dal suolo, il sor Capanna stornellò: “’Sto fresco c’è venuto da la Francia, pe’ buggiarà li sòrdi a noi romani; diceva de vola’ com’un ucello, invece zampettava er sartarello. C’è ita a piazza d’Armi tanta gente, pe’ vède un volo e nun ha visto gnente! Volava Delagrange, co’ tanta boria, più arto d’una pianta de cicoria”. Stornellò sulla Fontana delle Naiadi a piazza dell’Esedra e sulle ninfe dello scandalo. Ironizzò pure sullo sport: “La bozze è uno sporte preferito, in tutto er monno trovi li campioni, a furia de da’ botte è stabilito che chi ne dà de più fa li mijoni. Mentre io, si sarvognuno dò un cazzotto a qualcheduno, per premiazione me danno un mese o due de reclusione”.

Petrolini, che si ispirava agli artisti di strada, considerava Pietro Capanna il suo Maestro e per anni lo imitò recitando e parodiando i suoi stornelli, o componendone altri sulle sue arie. Si conobbero una sera, al teatro Umberto I; Petrolini fece il suo numero, truccato da sor Capanna (con bombetta, occhiali scuri e chitarra), poi uscì di scena, indossò il frack e chiamò sul palcoscenico il vero sor Capanna, che era tra il pubblico. Fu un successo. Pietro Capanna ne ricavò una bella somma, tant’è che in seguito disse di Petrolini: “È un bravo ragazzo, un mio imitatore; lui fa li bijetti da mille e se li gioca, io fo li sordarelli e me li magno”. Un giorno entrò all’osteria “Alberto”, alla Scrofa e, cantando tra i tavoli, si racconta che tra gli avventori ci fosse il tenore Beniamino Gigli, che non solo lo applaudì e si complimentò con lui, ma con la sua innata semplicità, prese il piattino, ci mise sopra cento lire e girò lui stesso tra i tavoli per raccogliere le offerte. Conobbe anche Gabriele d’Annunzio, che si divertiva ad ascoltare le sue satire e di ciò il sor Capanna se ne vantava (“Gabriele apprezza li stornelli mia: è uno che capisce!”). Pietro Capanna divenne uno dei personaggi più noti di Roma: molti artisti, poeti e cantanti seguirono il suo esempio; tra questi Romolo Balzani, Alvaro Amici, Aldo Fabrizi, Claudio Villa, Alberto Sordi, Gigi Proietti e Gabriella Ferri. Visse in un appartamento di via degli Apuli, a San Lorenzo. Un giorno, mentre cantava si sentì male. Fu ricoverato al Policlinico Umberto I, dove morì il 21 ottobre 1921, a soli 56 anni. Prima di morire, ad un cappuccino che si era avvicinato al suo capezzale, il sor Capanna, con un filo di voce disse: “Ah revere’, e mica è ora, sa? Te ne poi pure annà”. Morì pochi giorni dopo. Per più di vent’anni Pietro Capanna ha allietato i romani con la sua popolaresca vivacità, con note frizzanti e spesso piccanti e, anche dopo la sua morte, la gente ha continuato a cantare strofe e parodie apprese dalla voce e dagli emuli del suo più popolare cantastorie. Nella Galleria d’Arte Moderna di Roma, c’è un dipinto del pittore divisionista Enrico Lionne (del 1899), intitolato “I grassi e i magri”.

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E. Lionne, “I grassi e i magri”

La tela raffigura i tavoli all’aperto di un’osteria, dove i magri suonano mandolino e chitarra, e i grassi sono seduti a mangiare. Il personaggio con gli occhiali neri e la chitarra in mano è il sor Capanna. Nel 1963 gli fu dedicata una statua in bronzo (opera dell’americano Harry Jackson), che fu posta all’ingresso del ristorante “Ciceruacchio”, in via del Porto a Trastevere. Oggi quella statua non è più lì, è stata infatti spostata nell’ingresso del vicino ristorante “Meo Patacca”, in piazza dei Mercanti. Il Comune di Roma gli ha intitolato una piazza lungo la via Casilina, nel quartiere Alessandrino. Anche il regista Sergio Corbucci ha ricordato il sor Capanna. Nella scena finale del film “Il Conte Tacchia”, il cantastorie romano (interpretato da Alvaro Amici) racconta agli avventori di un’osteria le vicende di Alvaro Puricelli (alias “Conte Tacchia”). La piazza, l’osteria, le note della chitarra, la voce dello stornellatore, rievocano, con nostalgia, la Roma di una volta, quella che non c’è più.

Orietta De Filippis

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