EUGENIO GARIN: Petrarca, padre dell’Umanesimo

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«Francesco Petrarca fu il primo il quale ebbe tanta grazia d’ingegno, che riconobbe e rivocò in luce l’antica leggiadria dello stilo perduto e spento». Così Leonardo Bruni nella sua vita del Petrarca, che è del 1436, consacrando quello che fu, tra gli umanisti, diffuso giudizio: essere stata l’opera di Messer Francesco l’aurora del nuovo giorno spuntato dalla barbarie e dalla tenebra medievale. Coluccio Salutati menzionerà spesso anche Albertino Mussato, cui fu caro il pensiero classico, e che discusse sul tema diffuso della fortuna. Ma il padre verace della nuova devozione per la humanitas classica fu, agli occhi di tutti, il Petrarca. Il quale si avvicinò alle lettere, agli “studia humanitatis”, con la consapevolezza del loro significato, del valore che per l’umanità intera aveva una educazione dello spirito condotta nel colloquio assiduo con i grandi maestri del mondo antico. Essi soli, infatti, hanno inteso a pieno che cosa significhi la “cultura dell’anima” raggiunta attraverso lo studio dei prodotti più alti dello spirito umano. In una delle sue lettere familiari Petrarca viene mostrano in che modo eloquenza, ossia disciplina letteraria, e filosofia, ossia cura dell’anima, si congiungano strettamente. È il discorso, il “sermo”, che, esprimendosi, dà la misura propria e dell’animo da cui deriva. (…) Interno ed esterno, mente e discorso, si connettono indissolubilmente. Né vale esaltare un intimo solitario parlare dell’uomo con sé. Noi dobbiamo, se vogliamo essere uomini, comunicare con gli uomini. «Noi dobbiamo adoprarci per giovare a coloro con cui viviamo; e nessuno può dubitare che alle anime loro possiamo sommamente giovare con le nostre parole». E non tanto per il contenuto moralistico di un sermone, quanto per la potenza elevatrice del colloquio umano. Il quale ci congiunge oltre il tempo e lo spazio, oltre i deserti e i millenni, e plasma e placa le nostre menti. (…) Ceterorum hominum charitas, la carità del prossimo – ecco, per Petrarca, lo stimolo e il fine degli “studia humanitatis”; ed il prossimo è con noi, idealmente, anche nel ritiro della nostra solitudine, quando le parole più solenni degli antichi saggi suonano familiari e amiche, non solo nel cuore, ma sulle labbra, a svegliare l’animo dormiente (…). Due dei più caratteristici motivi dell’umanesimo sono qui evidenti: il valore delle lettere umane e il carattere sociale di una verace umanità. Altrove, scrivendo a un amico che aveva manifestato il proposito di darsi alla vita monastica, noi vediamo Petrarca svolgere largamente il tema del valore della vita attiva. E lo vediamo citare uno dei testi ciceroniani che saranno più cari alla letteratura moralistica del ‘400: «niente v’è in terra di più gradito a quel Dio che governa tutto questo mondo, degli uomini riuniti nel vincolo sociale… Per tutti coloro che abbiano conservato, accresciuto, aiutato la patria, è pronto in cielo il luogo ove beati godranno in eterno». Né questo, come potrebbe sembrare, è in contrasto con le lodi della solitudine. È necessario, innanzitutto, ritrovare se stessi, riscoprire in sé la propria umanità, per ritrovarsi insieme uomini tra uomini. La carità di patria e l’amor del prossimo non contrastano, anzi si connettono strettamente, con questa educazione interiore, che è la premessa di ogni feconda attività terrena. Perciò il viaggio, che in Petrarca durò tutta una vita, alla scoperta dell’anima propria, fu insieme la conquista di un più solido legame con gli altri uomini.

Eugenio Garin

(da “L’umanesimo italiano”, Laterza 1993)

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