“Mezzo secolo di vita romana. Memorie autobiografiche” di Willy Pocino (Edilazio, 2017), letto da Dante Maffìa

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Le autobiografie sono infinite e tutte hanno una loro ragion d’essere, perché illustrano la vita di uomini che hanno dato al mondo il loro lavoro e la loro genialità; ma poche hanno quella luce umana da cui avvenimenti e persone sono irrorati fino a trasfigurarsi, a lettura ultimata, in senso emblematico. Credo che il parametro ideale sia Confesso che ho vissuto di Pablo Neruda, che riesce a farci capire quanto sia stata importante – per il grande poeta cileno – la passione provata e nutrita verso le cose amate. Willy Pocino scrive questo libro per fermare mezzo secolo di vita romana: e devo dire che non è una trovata, ma davvero nelle pagine incontriamo accadimenti e personaggi rivelatori di una civiltà letteraria, culturale e umana ormai tramontata. Certo, aver avuto a che fare costantemente, seppure per ragioni di lavoro, con personalità come Pietrobono, Purificato, Luisi, Accrocca, Paratore, Spinosa, De Mauro, Verdone, Andreotti, Sisinni, Strinati, per fare un piccolissimo esempio, deve essere stato gratificante e stimolante; ma Pocino non si è mai servito dell’ombra degli amici per portare avanti i suoi progetti di scrittore, oltre che di operatore culturale. Il suo intento non è mai andato in direzione dell’apparenza, ma verso l’edificazione di qualcosa che potesse e dovesse rendere alla popolazione romana un servizio di estrema importanza sociale.

Si faccia attenzione: Willy già nel titolo del libro mette l’accento sulla vita romana e non su se stesso, e questo lo fa non solo per la sua proverbiale umiltà, ma soprattutto per indicare il modo di entrare e di leggere queste memorie che svelano un mondo inimmaginabile. Infatti possiamo apprendere di incontri con persone che vengono “fotografate” nei momenti più impensati. Una carrellata di figure colte nella dimensione più quotidiana e in quella ufficiale, con risvolti inediti e perfino curiosi, tanto che, dimenticando per un attimo l’idea di romanzo così come ci è stata tramandata dalla tradizione, sembra di entrare nella trama di vicende di ogni genere. La penna di Willy non fa scossoni, disegna la realtà nel modo più naturale possibile e così vengono in primo piano non solo le figure della cultura ufficiale o della nobiltà romana, o dell’arte, ma anche quelle meno importanti, ma che comunque sono transitate nella vita di quest’uomo incredibilmente interessato a porre in rilievo il senso del cammino degli anni (dal 1956 ad oggi) che hanno visto l’affermarsi della democrazia, l’impennarsi della cultura in risvolti ideologizzati, e trasformazioni epocali in tutti i campi. Prova ne sia la dichiarazione fatta nella premessa a proposito della macchina da scrivere sostituita con il computer.

La cosa più interessante però è che la vita di Willy diventa paradigma della storia di Roma degli ultimi sessanta anni; una storia sostanziata non solo dagli avvenimenti eclatanti che avremmo potuto apprendere e ricordare dai giornali, ma da personaggi del popolo, che hanno permesso all’autore di rendere credibile ogni situazione e di riportarla al fattore pubblico. L’umiltà di Willy arriva a suggerirgli dei medaglioni della gente conosciuta, e quindi il libro diventa anche dizionario di un mondo che incrociandosi e scontrandosi ha dato a Roma ulteriore ricchezza. Mi sono sempre domandato quanto e che cosa la Città Eterna avrebbe perduto senza l’apporto appassionato degli scrittori non romani che vi si sono stabiliti. Si pensi soltanto a ciò che è stata ed è una rivista come “Lazio ieri e oggi” portata avanti con enormi sacrifici e che è fonte ineludibile, ormai, per trovare tutto (anche le minuzie) sugli aspetti e gli avvenimenti accaduti nel Lazio e a Roma attraverso i secoli, fino al giorno d’oggi. Dunque autobiografia sì, ma molto particolare: di quelle, inconsuete, in cui il protagonista è piuttosto un regista che segue le scene, traendone lumi, spiragli, suggestioni. Sia chiaro, però: a Willy Pocino è venuto facile e naturale scrivere, con disinvoltura, di questo mezzo secolo di vita romana perché incessantemente ha lavorato sul campo traendone libri ormai essenziali come Le curiosità di Roma, Le curiosità del Lazio, Le fontane di Roma, Gli acquedotti romani antichi e moderni, Dizionario di curiosità romane, Dizionario delle strade curiose di Roma, per citarne soltanto alcuni. La sua convinzione è che se conosci bene l’ambiente in cui vivi, conosci meglio te stesso e il mondo attorno. Perché mai nessuno ha pensato di istituire una cattedra universitaria dedicata a ciò che Roma ha fatto e fa scrivere a poeti e romanzieri di tutto il mondo? Roma è fonte inesauribile di poesia, e dobbiamo anche a uomini e scrittori come Pocino se non perde una sola piuma del suo immenso patrimonio.

Dante Maffìa

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