9 aprile 2017: la scomparsa di Giorgio Bàrberi Squarotti. Un ricordo di Marco Onofrio

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Giorgio Bàrberi Squarotti presso la sede della casa editrice Edilazio (22 ottobre 2012)

Due giorni fa è morto nella sua Torino Giorgio Bàrberi Squarotti, l’ultimo decano della critica letteraria novecentesca. EdiLet ha avuto l’onore e il piacere di pubblicargli due libri: le poesie de Il giullare di Nôtre-Dame des Neiges (2010) e i saggi critici Pascoli, la bicicletta e il libro (2012). L’ho conosciuto personalmente grazie ad Aldo Onorati, che me lo presentò a Roma, in un caffè all’aperto di Piazza Navona: era il già lontano autunno del 2009. Ho avuto con lui altre tre occasioni di incontro: due a Roma (ricordo in particolare le presentazioni dei suoi saggi pascoliani all’Università “Tor Vergata” e ai Licei “J. Joyce” di Ariccia e “I. Newton” di Roma, nonché un memorabile convivio in un ristorante sul lungolago di Albano, dove ebbi modo di apprezzare anche le sue doti di gourmet) e una a Torino, in occasione del Salone del libro 2013. Era un uomo timido e gentile, un signore d’altri tempi. La letteratura per lui era “quintessenza” della vita, cioè non turris eburnea di macerazione escludente o esercizio doloroso del rifiuto, ma piacere che nasceva dall’accoglienza del mondo, ovvero dalla percolazione degli altri piaceri dell’esistenza, il cibo, il vino, le donne, l’amore, la bellezza, etc. Ricordo ad esempio che durante quella cena sul lungolago, gustando intensamente le succulente portate, parlò a lungo e con competenza tecnica di calcio: era tifosissimo del Torino! Epperò aveva scolpiti in tutto il suo essere i segnacoli interiori di un “sacerdozio” della critica come dialogo rigoroso con la storia, dalle epoche lontane al presente contemporaneo, che praticava riversando la sua sconfinata passione nella razionalità dell’equilibrio con cui bilanciava il lavoro di critico accademico e quello di critico militante. Quest’ultimo aspetto lo rendeva assolutamente disponibile con tutti gli autori, a prescindere dalla fama o dalle alchimie del mondo letterario, e libero nel riconoscere il valore oggettivo dei testi senza pregiudizi di potere o di opportunità. Leggeva subito le opere che riceveva e rispondeva con un giudizio critico – in forma di lettera autografa – scevro da parole di circostanza, buone per tutti gli usi, ma dimostrando in poche righe di aver letto davvero e di aver colto l’essenza centrale del testo. E inoltre (mirabile dictu) ringraziava l’autore, pur quando sconosciuto o alle prime armi, per avergli inviato il libro! Tale umiltà sincera e tale squisita gentilezza erano parte del suo umanesimo, di cui recano traccia evidente le migliaia di pagine lasciate in eredità al cuore e all’intelligenza dei lettori. La grande umanità che emerge, a mo’ di fiume limpido, dai tantissimi volumi pubblicati e curati in decenni di instancabile attività critica e dai ricordi luminosi di chi ha avuto la fortuna di stringergli la mano, si misura oggi con il vuoto che la sua morte fisica impone alla sostanza più autentica della cultura italiana ed europea. Mi è gradito concludere questo breve ricordo mettendo in luce la specificità esegetica di Bàrberi Squarotti, ovvero il metodo critico preferibilmente utilizzato nel condurre in porto le sue letture. Nei suoi saggi i testi vengono letti e interpretati con attitudine “rammemorante”, nella filiera dei loro echi stratificati, e ripercorsi pagina dopo pagina, frase dopo frase, verso dopo verso, con movimento circolare e concentrico, alla ricerca delle parole-chiave, degli emblemi, dei simboli, dei significati. I testi diventano, così, orizzonti privi di confini, perché entrano in risonanza con i contesti storici e culturali ad essi implicabili, per derivazione o accostamento. L’analisi filologica (rigorosa, ma non totalizzante come quella di Contini) viene sciolta, con funzione ancillare, nella lettura del “testo di cultura” che il testo analizzato importa e rappresenta. La lettura dialogica di Bàrberi Squarotti ricorda il metodo utilizzato da M. Heidegger per le poesie di Hölderlin, con la differenza che al critico torinese interessavano molto anche gli addentellati storici e culturali, al di là dell’interpretazione filologica e filosofica del testo. Si ha così l’impressione di penetrare, oltre la crosta delle superfici, nel magma infinito della storia, a colloquio con la letteratura universale. Questa totalità è, ovviamente, relativa anche al singolo autore esaminato, di cui Bàrberi Squarotti – se ne scrive – ha letto e studiato e ricorda, mentre scrive, ogni altra opera, ogni altro passo; per cui la parte è sempre posta in relazione con il tutto, e con l’impronta peculiare e la poetica, di cui conserva le interiori risonanze. Tutta l’arte, peraltro, entra in contatto col fruitore attraverso la singola opera. È come se quest’ultima trascinasse con sé la totalità della cultura che la precede, così come il fruitore attuale porta incontro all’opera, trascinandola con sé, la totalità della cultura che le è succeduta. Anche perché la durata dell’arte è maggiore di quella del suo fruitore, cioè dell’individuo che si affaccia alla fruizione attraverso una finestra (giocoforza limitata) del tempo. L’opera d’arte ci sopravvive, così come sopravvive alla morte dell’artista. Nota giustamente Aldo Onorati nel risvolto di copertina del succitato volume EdiLet di saggi pascoliani: “nell’arte, come in altre branche della complessità storica, nessuno è una monade, ma un anello singolare, se vogliamo, d’una catena che tiene legati fra loro – pur nelle diversità – i protagonisti dei campi dell’azione e del pensiero (…) Bàrberi Squarotti, a guisa di una strada sopraelevata, scavalca i secoli, fino a trovare quelle simiglianze o antitesi che rimandano un autore a un altro, come un groviglio di ponti su un fiume immenso e inarrestabile”. Ecco, dunque, il respiro vastissimo della sua scrittura saggistica. Addio maestro, ci mancherai.

Marco Onofrio

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2 pensieri riguardo “9 aprile 2017: la scomparsa di Giorgio Bàrberi Squarotti. Un ricordo di Marco Onofrio

  1. “Tutta l’arte, peraltro, entra in contatto col fruitore attraverso la singola opera. È come se quest’ultima trascinasse con sé la totalità della cultura che la precede, così come il fruitore attuale porta incontro all’opera, trascinandola con sé, la totalità della cultura che le è succeduta.”
    È vero.

    GBG

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