IOSIF BRODSKIJ, 3 “Elegie romane”

Roma

Terza

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Piazza gialla; stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo; nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico gregge.

Nona

Guscio di cupole, vertebre di campanili.
D’un colonnato, disteso membro a membro, calma e voluttà.
Sulla testa un astore, come la radice quadrata
del cielo, prima d’ogni preghiera, senza fine.
La luce raccoglie più di quello che ha seminato:
il corpo riesce a nascondersi, ma l’ombra no.
In queste latitudini le finestre danno tutte a nord,
qui dove tu tanto più bevi quanto meno conti.
Nord! Pianoforte gelato in un immenso iceberg,
varicella del quarzo nel vaso di granito,
paese piatto incapace di fermare lo sguardo,
le dieci dita rapide del diletto Ashkenazy.
Non si possono spedire legioni più su.
Solo coorti di lettere schiera la penna a sud.
E un sopracciglio d’oro, come tramonto su un cornicione,
si solleva, e gli occhi dell’amica brillano scuri.

Dodicesima

Chinati. Ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia rètina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

Iosif Brodskij (1981)
(traduzione dal russo di Giovanni Buttafava –
I. Brodskij, “Poesie italiane”, Adelphi 2004)

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